Lavoro e Gen Z: tra nuove esigenze, gender gap e work life-balance
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Lavoro e Gen Z: tra nuove esigenze, gender gap e work life-balance

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Una nuova generazione è entrata nel mercato del lavoro. Ma, esattamente, cosa significa? Significa nuove esigenze e priorità differenti rispetto ai lavoratori più anziani. Questo è quanto si sta scoprendo giorno dopo giorno con l’ingresso dei giovanissimi nel mondo del lavoro. Un’analisi di scenario è stata fatta dal gruppo Hearst insieme al Centro di ricerca sul lavoro CRILDA dell’Università Cattolica di Milano, creando l’Osservatorio Elle active! che ha svolto un’ampia ricerca sul tema.

Oggi i giovani dal proprio impiego cercano qualcosa di più che la semplice routine e lo stipendio. Cercano il luogo di lavoro come uno spazio di crescita, un luogo gratificante in cui svolgere attività stimolanti così da evolversi professionalmente e personalmente. Questo anche a costo di avere uno stipendio mediamente più basso rispetto alle generazioni passate.
Tutto vero… peccato però che poi i ragazzi si debbano scontare con la dura realtà. Una realtà fatta di precariato e lavoro spesso mal pagato. In Italia il caro vita è una vera e propria emergenza per i giovani: quasi la metà dei Millennials e il 38% della Gen Z ne sono direttamente colpiti. È per questo che, se si prendono in considerazione gli ultimi dieci anni, il tasso di emigrazione dei neolaureati è più che raddoppiato. Per contro però c’è anche chi, di fronte alle barriere poste dal mondo del lavoro, si abbatte e finisce tra i cosiddetti NEET (Not in Education, Employment or Training) vale a dire quei giovani che non sono impegnati in attività di istruzione, lavoro o formazione.

 

 

Il lavoro porta indipendenza… o quasi

 

Non sempre avere un impiego è sinonimo di indipendenza. Di questi tempi, avere un’occupazione non garantisce una piena autonomia e questo a causa di stipendi non sempre all’altezza del crescente costo della vita. Un esempio sono i working poor, cioè coloro che, pur avendo un’entrata mensile, non guadagnano abbastanza da superare la soglia di povertà. E proprio a questo si collega il tema dell’indipendenza.

I giovani italiani lasciano la famiglia in media a 30 anni (la media europea si aggira attorno ai 26,4 anni) a causa della difficoltà nel trovare lavoro oppure per entrate non sufficienti a mantenersi. Il cammino è più difficile, da sempre, per le donne per le quali raggiungere le stesse posizioni dei colleghi uomini risulta più faticoso nonostante livelli di istruzione maggiori (le donne laureate sono il 10% in più degli uomini). A questo si aggiunge un tema di parità salariale. Il divario retributivo in Italia si attesta in media al 5%, il che significa che le donne guadagnano in media il 5% meno degli uomini.

Se questa percentuale può sembrare poco rilevante bisogna considerare che la bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro italiano (inferiore alla media europea) distorce i dati e nasconde un’ineguaglianza ben più ampia. In Europa due donne su tre hanno un regolare impiego e in Italia solamente una su due. A incidere c’è anche la difficoltà nel riuscire a conciliare vita privata e lavoro. Secondo una recente ricerca della società di consulenza Deloitte lavorare da remoto permette un miglior work life-balance e aiuta a risparmiare grazie al taglio delle spese legate ai mezzi e non solo. Tanto che la mancanza di flessibilità oraria e, in alcuni casi, l’assenza di smartworking porta le lavoratrici a prendere in considerazione una nuova occupazione o in alcuni casi a lavorare meno di quanto vorrebbero così da poter dedicare tempo alla cura della famiglia. Stando ai dati dell’Osservatorio Elle active! in Italia, a 15 anni dalla nascita del primo figlio, la retribuzione delle madri è la metà di quella delle donne senza figli e questo a causa del minor numero di ore lavorate.

Questi dati mostrano come riuscire a rendersi indipendenti, sia nel caso degli uomini ma ancor di più nel caso delle donne, sia una sfida spesso impari. Non a caso il 71% dei Millennials e il 63% della Gen Z di italiani crede nella quasi impossibilità di metter su famiglia.

 

 

Il ruolo del welfare

 

Lavoro da remoto, flessibilità, assicurazione sanitaria, formazione, politiche di congedo, programmi di wellbeing e molto altro… è questo il welfare ed è proprio da qui che le aziende italiane possono partire per supportare il lavoratore, a qualunque generazione appartenga. Secondo il recente “Great Employee Benefit Study 2024”, condotto dal team di esperti dell’Università di Aalto, per 3 italiani su 4 i benefit sono decisivi nella scelta del lavoro. La ricerca ha, infatti, rivelato che l’83,2% dei dipendenti italiani prenderebbe in considerazione l’idea di cambiare lavoro a favore di un’azienda con un pacchetto welfare migliore.

La sfida per le aziende italiane è chiara: devono evolvere per rispondere alle nuove aspettative di una forza lavoro sempre più giovane e diversificata.

Se si vuole davvero rispondere alle sfide poste dalla nuova generazione di lavoratori, le aziende italiane devono ripensare il welfare, non solo come un pacchetto di benefici, ma come un investimento strategico nella crescita e nel benessere dei dipendenti. In particolare, è fondamentale promuovere flessibilità, formazione continua (in media, circa il 16% dei giovani tra i 25 e 34 anni partecipa a corsi di formazione in Europa, con punte che superano il 30% nei paesi del nord Europa, mentre in Italia siamo solamente al 13%) e supporto alla conciliazione tra vita privata e lavoro. Solo così sarà possibile costruire un ambiente di lavoro più equo, inclusivo e in grado di valorizzare i talenti delle nuove generazioni, garantendo loro un futuro professionale stabile e soddisfacente.

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