
Corporate Wellbeing: stare bene in azienda passa anche dai benefit
Il rapporto azienda-lavoratore negli anni è profondamente cambiato e oggi più che mai, grazie anche all’ingresso di una nuova generazione nel mercato del lavoro (Gen Z), stiamo assistendo a un riequilibrio delle priorità e dei bisogni dei singoli individui. Il ruolo del lavoro all’interno della società è diverso rispetto al passato, le persone stanno sempre di più anteponendo la serenità mentale e l’equilibrio impiego-vita privata all’aspetto economico.
Concetti come il wellbeing (e tutti i temi a esso associati) oggi rappresentano la base per un’azienda sana e che vuole creare un ambiente produttivo e lontano dagli stereotipi tossici del passato. Il tema non riguarda solo le aziende multinazionali ma anche le PMI italiane che stanno lavorando in ottica di creazione di un ambiente sano per i propri dipendenti e le loro famiglie.
Motivare, attrarre e formare, così da poter trattenere. Seguendo questo flusso sempre più aziende si stanno aprendo ai nuovi bisogni dei lavoratori. Per capire il come questo sta avvenendo, ci rifacciamo al report “Il Corporate Wellbeing “mismatch”: come rispondere in maniera efficace alle aspettative di benessere dei lavoratori in azienda” realizzato dall’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano e ai dati del report Coverflex sulla retribuzione nel 2024.
Il benessere personale e il mercato lavoro
“Fai un lavoro che ti piace e non lavorerai neanche un giorno”. Lo si sente dire spesso. Tuttavia, oggi, sono ancora in tanti a essere poco “ingaggiati” dal proprio ruolo, azienda o mansione lavorativa. Questa disaffezione unita ai carichi di lavoro e alla difficoltà nel conciliare il privato con la vita aziendale spesso porta a casi di burnout. Nell’attuale mercato del lavoro capita che per le aziende risulti complesso cogliere tutte quelle dinamiche, definite “tossiche”, e questo perché adesso è possibile trovare nella stessa azienda (e team di lavoro) quattro differenti generazioni (con background ed esigenze diverse), cosa mai successa prima.
Leggendo i dati della ricerca 2024 dell’Osservatorio HR Innovation Practice ciò che si evince è una sorta di indifferenza e disaffezione al lavoro. Solo il 19% dei rispondenti si dice pienamente ingaggiato, il 42% ha da poco cambiato lavoro o sta pianificando di farlo mentre il 12% è un quiet quitter, ossia rientra in quella percentuale di persone che fa il minimo indispensabile per non essere licenziata.
Qualcosa sta cambiando, questo è chiaro, e l’ingresso della Gen Z nelle aziende altro non è che un acceleratore di questo cambiamento. Oggi, per esempio, il tema welfare e benefit risulta essere determinante per i candidati in sede di colloquio, tanto che in assenza di questi incentivi possono decidere di cercare un altro impiego. Come sottolineato dall’osservatorio, l’obiettivo (nel lavoro come nella vita privata) è il “vivere bene”. Per questo 1 lavoratore su 3 ha cambiato lavoro a causa della mancanza di una situazione di benessere nel corso del 2023. Per i giovanissimi benessere mentale e work life-balance assumono il ruolo decisivo nelle scelte lavorative.
A conferma di quanto detto ci vengono in supporto anche i dati del recente report Coverflex sulla retribuzione 2024 che, in linea con l’Osservatorio Innovation Practice, sottolinea come solamente un terzo degli intervistati è “completamente soddisfatto” della propria situazione lavorativa. A mancare è una maggiore flessibilità lavorativa, una maggior trasparenza e un ascolto più attento delle criticità e dei bisogni da parte della propria realtà aziendale.
Il “pacchetto retributivo”
Secondo i dati Coverflex il 74% dei lavoratori è insoddisfatto del proprio pacchetto retributivo. Non è certo un caso in un Paese come il nostro che è l’unico in Europa dove i salari non hanno subito la minima variazione negli ultimi 20 anni. Un problema, se si considera l’aumento del caro vita e del costo dei beni di prima necessità. Questo scenario viene confermato dal 60% degli intervistati, che sottolinea come il proprio pacchetto retributivo sia rimasto pressoché identico nel corso degli anni nonostante l’aumento netto del costo della vita. E qui entra in gioco il tema welfare.
Secondo 3 lavoratori su 4 per far fronte alle spese quotidiane sarebbe più gradito ricevere un aumento sotto forma di benefit anziché un aumento in busta paga. Sebbene il welfare aziendale sia uno strumento fondamentale e ampiamente apprezzato dai dipendenti, che lo considerano un valido supporto economico e un modo per aumentare il potere d’acquisto, l’indagine Coverflex rivela un’importante discrepanza: molte aziende non tengono conto dei bisogni specifici dei lavoratori, creando un divario tra i benefit offerti e quelli realmente desiderati. Infatti, nel 20% dei casi le aziende non effettuano alcuna indagine sulla soddisfazione o sui bisogni dei propri dipendenti, comportamento questo che genera un clima di sfiducia e insoddisfazione.
È importante che le aziende si muovano nella direzione che permetta a questo strumento di diventare un sostegno e un pilastro del benessere del lavoratore e della sua famiglia. Inoltre, nel mercato attuale il welfare aziendale non rappresenta solo un benefit, ma un modo per far sentire i dipendenti parte di un’azienda che si prende cura di loro. Il 62% degli intervistati conferma che ricevere servizi di welfare li fa sentire “ascoltati e apprezzati” dalla propria azienda. Tra questi, il buono pasto rimane il più diffuso e desiderato proprio per l’impatto sul potere d’acquisto. Viene ricevuto dal 30% degli intervistati e con un valore che va dai 6 agli 8 euro. L’utilizzo principale dei buoni pasto è legato all’acquisto di generi alimentari al supermercato (80%), mentre il 60% dei dipendenti li utilizza quasi quotidianamente per coprire le spese del pranzo.