
Professionisti del welfare, ecco il mix vincente
C’è una domanda che, più di altre, ha attraversato la IV edizione del Master in Welfare Manager: che cosa significa davvero fare welfare oggi? La risposta, emersa durante il workshop finale, è chiara: servono professionisti del welfare capaci di tenere insieme competenze tecniche e visione, regole e persone, numeri e cultura organizzativa.
Il welfare, oggi, non è più solo un insieme di misure o un elenco di benefit. È un linguaggio che parla di fiducia, sostenibilità, reputazione e benessere. E per saperlo “parlare”, occorre un approccio più ampio.
Durante le cinque giornate del nostro Master diretto da Riccardo Zanon, Avvocato e Consulente del Lavoro, i docenti hanno potuto confrontarsi da vicino con le domande, i dubbi e le sfide di chi ogni giorno cerca di portare e promuovere il welfare nella sua azienda. Ne è nata una riflessione collettiva che racconta bene come sta evolvendo questo mondo e quali competenze serviranno per guidarlo al meglio.
Il welfare come bussola nella complessità
Per Vincenzo Manfredi, Direttore Scientifico di FERPI Lab – Esperto in Public Affairs, Advocacy e Comunicazione Strategica, il welfare è diventato una vera e propria bussola strategica: «Non è più un adempimento, ma un modo con cui l’organizzazione costruisce fiducia con i suoi stakeholder».
Significa sapersi muovere tra sostenibilità, responsabilità sociale e dinamiche istituzionali, interpretando la complessità invece di subirla.
Un ruolo che richiede nuove competenze: gestire temi sensibili, accompagnare il cambiamento, comprendere come le scelte aziendali influenzano gli ecosistemi in cui operano.
L’employer branding che nasce fuori dal lavoro
Massimiliano Böhm, Founder e Managing director di Böhm Consulting, porta invece l’attenzione su una scena molto semplice: qualche collaboratore al bar, dopo il lavoro, che racconta com’è la propria azienda. «Lì si gioca la vera reputazione di un’organizzazione», spiega.
Ogni scelta di welfare – dalla flessibilità alla formazione – ha un unico scopo: migliorare quella conversazione.
Non servono slogan né campagne patinate. Serve costruire esperienze positive che le persone abbiano voglia di condividere spontaneamente. Perché il welfare è ciò che resta nella vita delle persone quando escono dal lavoro.
La normativa come strumento, non come vincolo
Accanto alla visione, c’è la tecnica. E Francesco Natalini, Professore di Diritto del lavoro presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, ricorda quanto sia decisiva.
Il professionista del welfare deve cercare e mantenere un equilibrio tra normativa, fiscalità e possibilità concrete di creare valore.
«Comprendere a fondo il quadro giuridico – spiega – significa costruire piani che sostengano davvero il reddito delle persone e permettano alle aziende di utilizzare al meglio gli strumenti a disposizione».
Fringe benefit, art. 51 del TUIR, riduzione del cuneo fiscale: non sono solo regole, ma leve per trasformare il welfare da buona intenzione a progetto realmente efficace.
Professionisti del welfare capaci di vedere oltre
La sensazione che resta, dopo questa edizione del Master, è che stiamo vivendo una fase di maturità nuova. Serve essere capaci di leggere il quadro normativo, comprendere i bisogni della popolazione aziendale, anticipare i trend ESG e tradurre tutto questo in scelte che migliorano la vita delle persone e rafforzano le organizzazioni.
Ed è proprio qui che il Master trova il suo senso: formare professionisti del welfare in grado di tenere insieme tecnica e visione, competenza e sensibilità, norme e cultura. Perché il welfare non è un insieme di strumenti, ma in modo di guardare, o meglio prendersi cura delle persone. E chi saprà farlo con consapevolezza, metodo e creatività avrà un ruolo centrale nel mercato del lavoro e nella società.