Libertà emotiva sul lavoro: perché l’Italia è indietro
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Libertà emotiva sul lavoro: perché l’Italia è indietro

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La libertà emotiva sul lavoro è ancora limitata per la grande maggioranza dei lavoratori italiani. Nonostante negli ultimi anni sia cresciuta l’attenzione verso il benessere psicologico e mentale, le imprese sono ancora in difficoltà nel tradurre questa trasformazione sociale in iniziative concrete e in ambienti professionali nei quali le persone possano esprimere liberamente le proprie emozioni.

A confermare la crescente sensibilità verso la salute mentale è uno studio presentato nel 2025 dall’Ordine nazionale degli Psicologi. Il 95% dei professionisti intervistati ha rilevato, nei cinque anni precedenti, un aumento della domanda dei servizi offerti.

Più precisamente:

49%%

ha osservato una crescita fino al 30%

32%%

ha registrato un incremento fino al 50%

14%%

ha rilevato una crescita fino al 75%

A questa maggiore richiesta di supporto psicologico non sembra però corrispondere un’evoluzione altrettanto rapida all’interno delle organizzazioni.

Libertà emotiva sul lavoro: solo il 16% si sente libero

È quanto emerge dal MINDex 2026, l’indagine di Unobravo e Ipsos Doxa dedicata all’educazione emotiva in Italia, che quest’anno ha riservato un approfondimento specifico al mondo del lavoro.

Secondo la ricerca, l’azienda continua a essere percepita come un luogo nel quale le emozioni devono essere represse o, comunque, manifestate con particolare cautela.

«I dati del nostro MINDex 2026 sono chiari: solo il 16% dei lavoratori si sente libero di esprimere le proprie emozioni in ufficio e per quasi la metà le difficoltà emotive si traducono in problemi concreti nelle relazioni di lavoro.», ha dichiarato Davide Uberti, Client Success & Partner Sales Lead di Unobravo.

La maggioranza dei lavoratori adotta infatti un atteggiamento prudente. Il 40% afferma di misurare attentamente le proprie reazioni, mentre il 30% modifica il proprio comportamento in base al contesto e alle persone presenti. Un ulteriore 14% tende invece a nascondere o trattenere completamente il proprio vissuto emotivo.

Donne e giovani incontrano maggiori difficoltà

I dati mostrano che la mancanza di libertà emotiva sul lavoro riguarda in particolare le donne e i lavoratori più giovani.

Tra le lavoratrici, solo il 13,7% si sente pienamente libera di manifestare le proprie emozioni senza temere di essere giudicata, contro il 17,4% degli uomini.

Anche l’età incide sulla possibilità di esprimersi. Tra i lavoratori dai 18 ai 34 anni, soltanto il 13,5% dichiara di sentirsi libero. La percentuale aumenta progressivamente con l’età, fino a raggiungere il 18,1% tra gli over 55.

La situazione risulta ancora più critica incrociando genere ed età: tra le donne under 34, la quota di chi si sente libera di manifestare le proprie emozioni scende al 9,8%.

Competenze emotive importanti, ma difficili da praticare

I lavoratori italiani sembrano comunque consapevoli dell’importanza delle competenze emotive. Empatia, capacità di ascolto e gestione degli impulsi sono considerate molto o estremamente importanti dal 73% degli intervistati.

Alla consapevolezza teorica non sembra però corrispondere un’applicazione altrettanto diffusa nella quotidianità professionale. Per il 49% dei lavoratori, infatti, le difficoltà emotive producono conseguenze concrete sulle relazioni di lavoro.

Si crea così una distanza tra il valore attribuito alle competenze emotive e la possibilità effettiva di utilizzarle ed esprimerle nei rapporti con colleghi e superiori.

Il rapporto con i superiori ostacola il dialogo

Uno dei principali ostacoli individuati dal MINDex riguarda il dialogo verticale, cioè la possibilità di condividere il proprio stato d’animo con un responsabile o un superiore.

Il 30% dei dipendenti dichiara di sentirsi quasi sempre a disagio nel confronto con il proprio capo. A questo si aggiunge la limitata diffusione di iniziative aziendali dedicate alla salute mentale.

Solo l’8% dei lavoratori rileva la presenza di interventi concreti di supporto psicologico sul posto di lavoro. Per il 51%, invece, le politiche dedicate alla salute mentale sono ancora in una fase iniziale oppure non vengono percepite.

Il supporto psicologico come componente del welfare

Rispondere a queste esigenze rappresenta una sfida rilevante per le aziende, perché la questione non riguarda soltanto il benessere individuale. La possibilità di esprimere le proprie emozioni può incidere anche sulla qualità delle relazioni professionali e sul funzionamento complessivo dell’organizzazione.

«Sono numeri che riguardano il funzionamento delle aziende, non solo il benessere individuale, e che chiamano in causa direttamente chi si occupa di piani welfare e politiche di people care», ha affermato Uberti «Per questo crediamo che il supporto psicologico non possa più essere trattato come un plus accessorio del pacchetto benefit, ma debba entrare a pieno titolo tra le componenti strutturali del welfare aziendale, con la stessa dignità riservata ad altre leve — previdenza integrativa, sanità, sicurezza sul lavoro — che oggi nessuna organizzazione si sognerebbe di considerare opzionali. Le aziende che scelgono di integrare il supporto psicologico nel proprio piano welfare non lo fanno solo per una responsabilità verso le persone, ma perché ne beneficiano concretamente clima interno, tasso di retention e produttività nel medio-lungo periodo: investire nel benessere mentale dei dipendenti è, a tutti gli effetti, investire nella tenuta del capitale umano dell’azienda.»

Le conseguenze della repressione emotiva

Quali possono essere le conseguenze di una scarsa libertà emotiva sul lavoro, quando il problema non viene affrontato adeguatamente? Per rispondere, TuttoWelfare.info si è rivolto a uno psicologo professionista attivo in Toscana.

«Nella mia esperienza professionale, il lavoro è una delle principali cause di malessere psicologico tra i miei pazienti e questo perché, nonostante l’impegno che molte imprese si assumono, i provvedimenti pratici sono ancora pochi», ha affermato il professionista. «Se non affrontato tempestivamente, nel medio periodo questo quadro può portare a un aumento delle tensioni tra colleghi e/o con i superiori, con una decrescita sui rendimenti. Invece, nel lungo periodo uno stress emotivo prolungato può portare anche alle dimissioni del professionista e a un rigetto non solo del posto di lavoro, ma della sua stessa carriera in quella che era stata la sua area di competenza. Eppure, oggi la questione è ancora lasciata alla sensibilità dei manager o dei capi reparto; pertanto, anche i casi virtuosi rischiano di rimanere isolati.»

La proposta: portare il benessere emotivo nella contrattazione

Unobravo auspica un cambio di passo da parte delle aziende, affinché il benessere emotivo venga riconosciuto come una componente fondamentale dei piani di welfare aziendale.

Il professionista interpellato da TuttoWelfare.info propone però un intervento ancora più ampio, sostenendo la necessità di introdurre il tema anche attraverso strumenti normativi: «Attualmente, ritengo che la soluzione del problema non possa prescindere dalla creazione di una normativa apposita da parte delle istituzioni, dei sindacati e delle associazioni di categoria. È fondamentale che la cura del benessere emotivo entri a far parte della contrattazione collettiva esattamente come le discussioni sugli stipendi, sugli orari e sui benefit, così che tutte le società operanti in Italia sviluppino una sensibilità a questa tematica, creando degli spazi sicuri di confronto con un professionista, sia singolarmente che in gruppo, in cui le gerarchie aziendali siano azzerate. Col tempo non escludo che questa pratica possa prendere piede e diventare talmente affermata da non aver più bisogno di un’imposizione da parte delle autorità, ma il sostegno iniziale deve venire dalla normativa.»

FAQ

Che cosa si intende per libertà emotiva sul lavoro?

La libertà emotiva sul lavoro è la possibilità di manifestare emozioni, difficoltà e stati d’animo nell’ambiente professionale senza temere giudizi, penalizzazioni o conseguenze negative.

Perché la libertà emotiva è importante in azienda?

Una ridotta libertà emotiva può aumentare le tensioni, compromettere le relazioni tra colleghi e superiori e incidere sulla produttività, sulla retention e sul benessere psicologico delle persone.

Quali lavoratori incontrano maggiori difficoltà?

Secondo il MINDex 2026, le maggiori difficoltà riguardano le donne e i lavoratori più giovani. Tra le donne under 34, solo il 9,8% si sente libero di esprimere pienamente le proprie emozioni.

Come possono intervenire le aziende?

Le imprese possono introdurre servizi di supporto psicologico, creare spazi sicuri di confronto e integrare la salute mentale tra le componenti strutturali dei piani di welfare aziendale.

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