Quando la cura allontana le donne dal lavoro: i dati di Dedalo e INPS

Quando la cura allontana le donne dal lavoro: i dati di Dedalo e INPS

Tempo di lettura: 13 min

Il 9 luglio due rapporti hanno fotografato, da prospettive diverse, il rapporto tra carichi di cura e occupazione femminile in Italia, uno degli squilibri più persistenti del nostro Paese. Il XXV Rapporto annuale INPS ha mostrato quanto l’accesso ai servizi per l’infanzia possa incidere sulla partecipazione femminile al lavoro: tra le beneficiarie del Bonus Asilo Nido, la probabilità di essere occupate aumenta del 17%.

Nella stessa giornata, nella medesima Sala della Regina della Camera dei Deputati, il secondo Rapporto Dedalo sul fenomeno NEET di Fondazione Gi Group ha restituito l’altra faccia del problema. Tra le madri in coppia di età compresa tra 15 e 34 anni, quasi una su due è fuori da percorsi di studio, formazione e lavoro. Il tasso raggiunge il 49,4%, quasi sei volte quello dei padri.

Letti insieme, i due studi aiutano a comprendere il rapporto tra maternità e lavoro in Italia. Quando i servizi di cura sono accessibili, per le madri è più semplice restare occupate o rientrare nel mercato del lavoro. Quando invece le responsabilità familiari ricadono soprattutto sulle donne (e culturalmente in Italia è ancora così), la genitorialità può trasformarsi in un bivio, in una traiettoria di esclusione per le donne.

Carichi di cura e occupazione femminile in Italia: il ruolo del Bonus Asilo Nido

Il Bonus Asilo Nido è un sostegno alle spese sostenute dalle famiglie e in un Paese dove il perimetro di cura è ancora prevalentemente un ambito femminile, secondo le analisi contenute nel XXV Rapporto annuale INPS, può incidere anche sulla possibilità delle madri di lavorare. Ciò non significa che il Bonus determini una crescita del 17% del tasso generale di occupazione femminile, il dato indica, più precisamente, una maggiore probabilità di occupazione rilevata tra le beneficiarie analizzate.

Negli ultimi anni anche il ricorso alla misura è aumentato sensibilmente. Il tasso di utilizzo è passato dal 4% nel 2017 a oltre il 35% nel 2025.

Ridurre il costo dei servizi per l’infanzia può quindi facilitare la permanenza delle madri nel mercato del lavoro o il rientro dopo la nascita di un figlio. La possibilità di accedere a un nido incide sull’organizzazione familiare, ma anche sull’autonomia economica, sulla continuità professionale e sulla futura posizione previdenziale.

Accanto all’offerta pubblica, anche l’asilo nido in azienda può costituire una leva di conciliazione e di fidelizzazione delle persone. Per essere realmente inclusivo, deve però inserirsi in una rete più ampia di servizi, capace di raggiungere anche chi non lavora in grandi organizzazioni o vive in territori nei quali l’offerta educativa è meno sviluppata.

Le famiglie a basso reddito utilizzano meno il Bonus Nido

Il Rapporto INPS mette in evidenza anche una criticità: le famiglie con redditi più bassi ricorrono meno frequentemente al Bonus Asilo Nido, pur avendo diritto a importi più elevati.

La maggiore generosità economica di una misura non ne garantisce automaticamente l’accessibilità. Il Rapporto dell’Istituto di previdenza non individua una causa precisa del minore utilizzo, ma il dato richiama l’attenzione sugli ostacoli che possono frapporsi tra il riconoscimento formale del beneficio e la sua effettiva fruizione.

A incidere potrebbero essere la disponibilità di posti nelle strutture, la distribuzione territoriale dei servizi, la conoscenza delle agevolazioni, le procedure richieste o la necessità di anticipare le spese. Un bonus può contribuire al pagamento della retta, ma non crea un posto in un territorio dove il nido non esiste. Per questo il sostegno economico deve essere accompagnato da un’offerta educativa adeguata, da orari compatibili con quelli lavorativi e da procedure semplici.

Per sostenere le famiglie non bastano i trasferimenti

Nel 2025 l’Assegno Unico e Universale ha raggiunto un tasso di copertura prossimo al 95%. Secondo il Rapporto INPS, la misura ha prodotto anche effetti positivi sulla probabilità di avere un secondo figlio per alcuni gruppi della popolazione. E ciò assume particolare rilevanza in un Paese dove il tasso di fecondità è sceso al minimo storico di 1,14 figli per donna e per le sole cittadine italiane è pari a 1,11. 

Bonus e trasferimenti economici restano quindi una componente importante delle politiche familiari. Lo stesso Istituto sottolinea però il ruolo decisivo dei servizi capaci di favorire la partecipazione al lavoro, soprattutto quella delle donne. La questione è più complessa, come ben sappiamo, e non trova soluzione solo nel compensare una parte delle spese affrontate dalle famiglie, occorre costruire condizioni che consentano a entrambi i genitori di continuare a lavorare.

Asili nido, tempo pieno scolastico, congedi, flessibilità organizzativa e maggiore condivisione dei compiti familiari determinano concretamente la possibilità di avere figli senza rinunciare al proprio percorso professionale. Come evidenziavamo qui “Un Paese family-friendly non si costruisce così”, occupazione femminile e natalità non devono necessariamente essere considerate in contrasto: nei sistemi capaci di sostenere davvero la conciliazione, la partecipazione delle donne al lavoro e la scelta di avere figli possono procedere insieme.

59%%

Donne tra i NEET

Le giovani donne rappresentano quasi sei NEET su dieci.

19%%

Tasso NEET femminile

Giovani donne (15-34 anni) che non studiano, non lavorano e non sono in formazione.

12%%

Tasso NEET maschile

Giovani uomini (15-34 anni) che non studiano, non lavorano e non sono in formazione.

Oltre un milione di giovani donne fuori da studio e lavoro

La dimensione strutturale del problema ben emerge dal secondo Rapporto Dedalo – Laboratorio permanente sul fenomeno NEET, promosso da Fondazione Gi Group in partnership con l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo e in collaborazione con ZeroNeet, Fondazione Cariplo e Fondazione Compagnia di San Paolo.

Nel 2025, in Italia, 1,87 milioni di persone tra i 15 e i 34 anni non studiano, non lavorano e non frequentano percorsi di formazione. Il tasso di NEET è del 15,6%, nonostante il progressivo miglioramento registrato dal 2020.

Il divario di genere resta però marcato. Le donne in questa condizione sono 1.106.000, pari al 59% del totale. Il tasso femminile raggiunge il 19,1%, contro il 12,3% degli uomini. Lo studio, intitolato NEET, giovani non invisibili: tra cura e rinuncia, una lettura di genere del fenomeno, approfondisce le ragioni per cui le traiettorie formative e professionali di donne e uomini tendono a separarsi, concentrandosi in particolare sul peso della genitorialità e delle responsabilità familiari.

Tra le madri in coppia quasi una su due è NEET

La genitorialità emerge come la condizione familiare maggiormente associata al rischio di esclusione femminile. Tra le madri in coppia di età compresa tra 15 e 34 anni, il tasso di NEET raggiunge il 49,4%. È oltre quattro volte superiore al 12% rilevato tra le donne che vivono come figlie e quasi sei volte quello dei padri in coppia, fermo all’8,3%.

Il gap diventa ancora più ampio tra i 20 e i 24 anni. In questa fascia il tasso di NEET arriva al 78,2% tra le madri, con una distanza di 58,5 punti percentuali rispetto ai padri della stessa età. Anche tra le madri sole il valore rimane particolarmente elevato: nei nuclei monogenitoriali il tasso femminile si attesta al 47,6%. La maternità può quindi coincidere con un’interruzione non soltanto del percorso professionale, ma anche degli studi e della formazione. Un allontanamento precoce rischia di produrre conseguenze durature sull’autonomia economica, sul reddito, sulle opportunità di crescita e sulla futura tutela previdenziale.

I carichi di cura pesano sull’occupazione femminile

Tra i genitori in coppia che si trovano nella condizione di NEET, oltre il 90% è donna. Per il 78,8% delle madri in coppia NEET, le responsabilità familiari e di cura rappresentano la causa principale della condizione. Tra i padri prevalgono invece ragioni direttamente collegate al mercato del lavoro, come la disoccupazione di lunga durata.

La genitorialità produce quindi conseguenze molto diverse. Per gli uomini, l’esclusione è più spesso associata alla difficoltà di trovare o mantenere un’occupazione, a un disallineamento delle competenze; per le donne è legata soprattutto alla necessità di occuparsi della famiglia.

Il divario emerge anche prima dell’arrivo dei figli. Tra le persone in coppia senza figli, il tasso di NEET è del 15,7% per le donne e del 3,4% per gli uomini. Secondo Dedalo, la differenza rispecchia la persistenza di modelli culturali e di ruolo sbilanciati nella distribuzione delle responsabilità domestiche. Favorire una maggiore condivisione della cura diventa quindi essenziale. Come mostrano alcune esperienze aziendali sul congedo di paternità, ampliare il coinvolgimento dei padri non significa soltanto riconoscere più giorni di assenza, ma contribuire a superare l’idea che la gestione familiare sia una responsabilità prevalentemente materna.

Neanche la laurea sostiene maternità e lavoro in Italia

Un livello di istruzione elevato riduce generalmente il rischio di diventare NEET, ma non basta a cancellare il divario di genere. Tra le persone laureate, il tasso di NEET è del 12,5% per le donne e dell’8,1% per gli uomini. La distanza aumenta con l’età e supera i cinque punti percentuali tra i 30 e i 34 anni.

Il dato più significativo riguarda ancora una volta i genitori in coppia: le madri laureate presentano un tasso di NEET quasi dieci volte superiore a quello dei padri laureati. Il problema non può quindi essere ricondotto soltanto alla mancanza di competenze o a un basso livello di istruzione. Anche donne altamente qualificate possono essere spinte fuori dal lavoro quando la scarsità dei servizi, l’organizzazione familiare e le aspettative sociali attribuiscono loro la parte principale della cura (e la loro retribuzione sembra essere quella “più sacrificabile”).

12,5%%

Laureate NEET

Tasso di NEET tra le donne con laurea.

8,1%%

Laureati NEET

Tasso di NEET tra gli uomini con laurea.

10 volte
Madri vs padri laureati
Le madri laureate hanno un tasso di NEET quasi dieci volte superiore a quello dei padri laureati.

Le proposte di Dedalo per le giovani madri

Per contrastare il fenomeno, Dedalo propone interventi capaci di agire sulle cause strutturali dell’esclusione, andando oltre gli strumenti ordinari di politica attiva, spesso più efficaci nei confronti delle persone già vicine al mercato del lavoro.

Per promuovere la maternità e il lavoro in Italia il Rapporto indica:

  • percorsi di rientro nella formazione e nel lavoro;
  • rafforzamento degli asili nido, soprattutto nel Mezzogiorno;
  • estensione del tempo pieno scolastico;
  • rafforzamento del congedo di paternità;
  • azioni educative contro gli stereotipi di genere.

Dedalo sottolinea inoltre la necessità di intervenire fin dall’età scolastica sui modelli culturali che condizionano le scelte formative e professionali delle giovani donne. L’obiettivo è impedire che aspettative e ruoli tradizionali si traducano progressivamente in minore autonomia economica (con conseguenze anche sul piano della libertà di scelta purtroppo note) e maggiore distanza dal lavoro.

 

NPS e Dedalo osservano il tema da prospettive diverse, ma convergono su un punto: carichi di cura e occupazione femminile sono strettamente collegati. La presenza di servizi adeguati può facilitare la continuità professionale delle madri; al contrario, quando le responsabilità familiari ricadono soprattutto su di loro, aumenta il rischio di interruzione dei percorsi di studio e occupazione.

La costruzione di una rete efficace di servizi spetta innanzitutto alle politiche pubbliche, attraverso sostegni economici, asili nido, tempo pieno e interventi rivolti a chi è più lontano dal mercato del lavoro. Anche le imprese possono però contribuire, con misure di flessibilità organizzativa, accompagnamento al rientro, congedi più equilibrati, servizi educativi e convenzioni con strutture del territorio.

Per essere efficaci, queste iniziative devono rivolgersi a entrambi i genitori. Concentrarle quasi esclusivamente sulle madri rischia infatti di confermare l’idea che la conciliazione tra lavoro e famiglia sia soprattutto una responsabilità femminile. Il sostegno alla genitorialità dovrebbe invece entrare stabilmente nei processi HR, nelle politiche di carriera e negli interventi per la parità, anche nell’ambito della Certificazione della Parità di Genere.

Il rapporto tra maternità e lavoro in Italia non può quindi essere affrontato con una sola misura. Richiede un insieme coordinato di servizi, politiche pubbliche, pratiche aziendali e una distribuzione più equilibrata della cura. È una condizione rilevante non solo per l’occupazione femminile, ma anche per la tenuta sociale ed economica del Paese.

 

Fonti:
XXV Rapporto annuale, INPS
Seconda edizione di Dedalo – NEET, giovani non invisibili: tra cura e rinuncia, una lettura di genere del fenomeno, Fondazione Gi Group

FAQ

Che cosa si intende per carichi di cura?

I carichi di cura comprendono le attività necessarie ad assistere figli, persone anziane, familiari con disabilità o altri componenti del nucleo familiare. Quando queste responsabilità sono distribuite in modo squilibrato, possono incidere sulla possibilità di studiare, lavorare e sviluppare il proprio percorso professionale.

Che cos’è il Bonus Asilo Nido?

Il Bonus Asilo Nido è un contributo economico riconosciuto alle famiglie per sostenere il pagamento delle rette di asili nido pubblici e privati autorizzati. Può essere utilizzato anche per forme di assistenza domiciliare destinate a bambini con gravi patologie croniche.

Chi sono i NEET?

Con il termine NEET si indicano le persone che non studiano, non lavorano e non partecipano a percorsi di formazione. L’acronimo deriva dall’espressione inglese Not in Education, Employment or Training. Nel Rapporto Dedalo l’analisi riguarda i giovani tra i 15 e i 34 anni.

Qual è il rapporto tra maternità e lavoro in Italia?

La maternità continua a incidere in modo significativo sulla partecipazione femminile al lavoro. La disponibilità dei servizi per l’infanzia, la distribuzione dei compiti di cura e le politiche di conciliazione possono favorire o ostacolare la permanenza delle madri nel mercato del lavoro.

Quante sono le giovani donne NEET in Italia?

Nel 2025 le donne tra i 15 e i 34 anni che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione sono 1.106.000. Rappresentano il 59% del totale dei NEET nella stessa fascia di età.

Quante madri in coppia sono NEET?

Secondo il secondo Rapporto Dedalo, tra le madri in coppia tra i 15 e i 34 anni il tasso di NEET raggiunge il 49,4%. Tra i padri in coppia si ferma all’8,3%.

Perché le madri diventano NEET più spesso dei padri?

Per il 78,8% delle madri in coppia NEET, le responsabilità familiari e di cura costituiscono la causa principale della condizione. Tra i padri prevalgono invece ragioni legate al mercato del lavoro.

Che effetto ha il Bonus Asilo Nido sul lavoro delle madri?

Secondo il XXV Rapporto annuale INPS, tra le beneficiarie del Bonus Asilo Nido la probabilità di essere occupate aumenta del 17%. Il dato non equivale a un aumento del 17% dell’occupazione femminile complessiva.

Quanto è utilizzato il Bonus Asilo Nido?

Il tasso di utilizzo della misura è passato dal 4% nel 2017 a oltre il 35% nel 2025.

Bonus e trasferimenti economici sono sufficienti?

I trasferimenti possono ridurre le spese sostenute dalle famiglie, ma devono essere accompagnati da asili nido, tempo pieno scolastico, congedi condivisi e servizi territoriali accessibili.

About the Author /

redazione@mediainteractive.it