
World Mental Health Day 2026, dipendenze e lavoro. Perché parlarne prima dell’emergenza
In occasione del World Mental Health Day 2026, l’OMS ha scelto di mettere al centro le esperienze vissute, richiamando l’attenzione sulla necessità di ascoltare direttamente chi convive con un problema di salute mentale e di partire da quell’esperienza per costruire risposte più aderenti ai bisogni delle persone. Una prospettiva che può essere portata anche nei luoghi di lavoro, dove il disagio non sempre è immediatamente riconoscibile e dove, proprio per questo, creare occasioni per parlarne può assumere una funzione preventiva.
È il caso delle dipendenze, tema che continua a essere associato soprattutto all’alcol, alle sostanze o al gioco d’azzardo, ma che, secondo il professor Giorgio Cerizza, psichiatra e psicoterapeuta, intervistato da Tuttowelfare.info, va letto prima di tutto interrogandosi sulla relazione che la persona costruisce con ciò da cui dipende e, soprattutto, sul sistema di relazioni nel quale quella difficoltà prende forma.
Quale bisogno cerca di soddisfare una dipendenza?
Nella lettura proposta dal professor Cerizza, che ha incontrato la questione del consumo di sostanze già da specializzando nella Milano degli anni ’70 e che ha poi fondato nel 2002 la Onlus Approdo, la dipendenza non coincide semplicemente con l’uso di una sostanza o con la ripetizione di un comportamento, ma va intesa come il sintomo attraverso cui emerge una problematica più ampia, che riguarda il modo in cui la persona entra in relazione con se stessa, con gli altri e con ciò che utilizza per rispondere a una difficoltà.
“Il consumo, la dipendenza nasce sempre dalla rottura con il mondo degli umani, dei propri simili. Anche in incontri occasionali, la sostanza (o l’attività) può rispondere a un bisogno non soddisfatto delle relazioni umane o curare ferite con i propri simili colmando quindi un vuoto e instaurando una relazione che diventa primaria”.
È una definizione importante anche quando si porta il tema nel mondo del lavoro, perché sposta l’attenzione dalla ricerca del comportamento “sbagliato” alla comprensione di ciò che quel comportamento può rappresentare nella vita della persona.
E non ci sono, come già anticipato, solo le sostanze. Ne è un esempio la dipendenza affettiva.
Questa riguarda quei legami nei quali il bisogno di mantenere la relazione finisce per prevalere sulla possibilità di ascoltare le proprie esigenze, esprimendo un dissenso o prendendo distanza da ciò che fa soffrire. “La paura di perdere l’altro può accompagnarsi alla ricerca continua di rassicurazioni e alla rinuncia progressiva alla propria autonomia, in termini di spazi e interessi, ma anche di altri rapporti. Parlarne significa dare parole a difficoltà che possono rimanere nascoste anche dietro una quotidianità apparentemente funzionante. Il lavoro e le responsabilità continuano, mentre una parte consistente delle energie personali viene assorbita dalla relazione e dall’incertezza che la accompagna”.
Portare questo tema in azienda offre quindi un’occasione di approfondimento anche a chi percepisce le dipendenze da sostanze come un’esperienza lontana dalla propria. Il punto è comprendere quando un legame diventa fonte di sofferenza e quando può essere utile cercare sostegno. “Considerate che in un’azienda l’adesione all’incontro sulla dipendenza relazionale ci ha costretto a cambiare la sala con una più ampia”.
Come funziona una dipendenza e come può nascondersi anche in un contesto performativo come quello lavorativo?
La dipendenza, spiega Cerizza, segue un percorso nel quale ciò che inizialmente sembra rispondere a un bisogno progressivamente smette di funzionare. “Vi è un periodo iniziale dove tutto questo funziona, la sostanza o il comportamento rispondono al bisogno. O almeno in modo illusorio, ed è proprio la situazione illusoria a rappresentare il potenziale punto di rottura. Questo avviene quando, nonostante il consumo o l’attività, ricompaiono senso di inadeguatezza, difficoltà, il rapporto, ad esempio, con l’autorità è di nuovo faticoso. A questa interruzione dell’illusione, la persona risponde con l’aumento della dose o della frequenza, intensifica la relazione con l’oggetto facendola scaturire in una dipendenza. Ma senza risultati. Ed è qui, nella scoperta che la soluzione non è tale, ma solo un’illusione, che ci si augura che la persona chieda aiuto. Di fronte alla delusione della prestazione della sostanza, al tradimento di quello che era diventato il rapporto più importante”.
Le organizzazioni non sono famiglie, e non devono esserlo
Il contesto lavorativo può contribuire a far emergere una difficoltà. “Il mondo del lavoro può essere estremamente sensibile a questi temi. In famiglia può esserci la tendenza a evitare o a contrastare il problema, mentre sul lavoro l’attenzione è spesso maggiore, anche per ragioni legate al funzionamento dell’organizzazione. Colleghi e responsabili osservano come sta una persona e, proprio per questo, è più facile che una disfunzionalità emerga nel contesto lavorativo, anche se spesso rimane la paura di intervenire.”
L’attenzione al benessere non è quindi estranea al funzionamento dell’organizzazione, ma può nascere dalla consapevolezza che una squadra nella quale una difficoltà può essere riconosciuta e affrontata ha maggiori possibilità di continuare a funzionare nel tempo. È anche in questa prospettiva che può essere letta la crescente attenzione delle imprese al benessere delle persone.
Cerizza collega la qualità delle relazioni professionali alla possibilità di affrontare gli errori e le difficoltà attraverso collaborazione e apprendimento. “Nei contesti lavorativi in cui non vige la retorica dell’azienda-famiglia ci sono dei sistemi difensivi. Quando si è consapevoli che si possono raggiungere obiettivi gratificanti se la squadra funziona, in modo spontaneo si promuove un clima incentrato su attenzione e senso di rispetto. Ci troviamo di fronte a una organizzazione in cui l’errore non si tramuta in una squalifica ma in possibilità di miglioramento. Tanto che uno strumento che funziona molto bene è quello dei gruppi di miglioramento: cosa è successo e come possiamo migliorare. In un’ottica che replica il funzionamento delle squadre sportive e che sperimento anche nei percorsi sulla dipendenza”.
È una riflessione che riguarda anche il rapporto con il lavoro stesso, ad esempio lo spazio che occupa nella vita e il modo in cui può favorire oppure restringere le relazioni. Se “pensiamo alla dipendenza dal lavoro, in contesti che funzionano bene questa verrà ostacolata perché prima o poi emergerà che questa dedizione è volta a tenere lontani gli altri e porterà quindi a conflitti relazionali”.
L’Approdo e “Le persone al posto delle sostanze”
L’approccio che Cerizza porta negli incontri dedicati a dipendenze e lavoro nelle organizzazioni nasce dall’esperienza della sua associazione, Approdo, e dalla filosofia “Le persone al posto delle sostanze”, che legge la dipendenza a partire dai bisogni e dalle difficoltà relazionali a cui cerca di rispondere. Una prospettiva sperimentata anche attraverso la Nazionale Italiana Solidale, di cui Cerizza è presidente, dove la dimensione di squadra, a cui facevamo cenno prima, permette di lavorare concretamente sulla relazione con gli altri, e che viene riproposta nelle aziende attraverso incontri dedicati: “Su cosa punto? In primis, sul non colpevolizzare, non stigmatizzare, ma guardare al consumo, alla dipendenza come qualcosa che risponde a bisogni legittimi. Molto spesso corrispondono a dei vissuti molto sofferti nelle relazioni affettive. In questi incontri poi, porto sempre una testimonianza che può offrire identificazione presso quel determinato auditorio. E infine apro al contatto individuale accennando alla possibilità di trovare altre soluzioni alla sofferenza che non siano soluzioni illusorie e momentanee come lo è la sostanza o l’oggetto della dipendenza”.
Affrontare la questione in azienda non significa quindi trasformare l’organizzazione in un luogo di cura, ma creare un’occasione perché una difficoltà possa emergere prima di diventare ingestibile e perché chi la vive sappia a chi rivolgersi, stimolato da un’apertura al dialogo che può proseguire in forma del tutto anonima. Un approccio che riporta anche al punto da cui siamo partiti. L’edizione 2026 del World Mental Health Day propone come tema “Lived experiences heard: real voices, real change”, un messaggio forse diretto anche all’intelligenza artificiale e all’uso dilagante che se ne fa anche in ambito di benessere e salute mentali, che mette l’ascolto dell’esperienza vissuta (la testimonianza di cui sopra) e il dialogo reale al centro della possibilità di cambiamento.
Porta “Le persone al posto delle sostanze” nella tua azienda
Il format approfondisce il tema delle dipendenze, con attenzione alla dimensione affettiva e relazionale, attraverso il contributo del professore, una testimonianza diretta e uno spazio di domande e confronto.