
Donne e forza lavoro nel 2050, Bettio (Unisi): le priorità per l’Italia
Meno residenti, una popolazione progressivamente più anziana e un numero di persone in ingresso nel mercato del lavoro inferiore rispetto a quello di chi ne uscirà. Le recenti previsioni dell’Istat delineano uno scenario destinato a incidere profondamente sulla disponibilità futura di lavoratori e riportano al centro il rapporto tra donne e forza lavoro nel 2050.
Secondo le stime, il numero di abitanti passerà dagli attuali 58,9 milioni a 55 milioni, mentre il tasso di attività dovrebbe crescere dal 66,7% al 71%. A sostenere questo aumento sarà soprattutto la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, che potrebbe contribuire a compensare almeno in parte gli effetti del declino demografico e della progressiva riduzione della popolazione in età lavorativa.
Il rapporto tra donne e forza lavoro nel 2050 presenta però un’evidente contraddizione. Nonostante la crescita prevista della partecipazione femminile, nel 2050 le donne occupate dovrebbero essere ancora il 13% in meno rispetto agli uomini. Il tema non riguarda quindi soltanto quanti lavoratori saranno disponibili, ma anche quanto l’Italia sarà capace di valorizzare una componente della popolazione che oggi rappresenta ancora una riserva di forza lavoro largamente inespressa.
Il lavoro femminile può quindi diventare uno dei principali driver di crescita del mercato del lavoro italiano? Perché il Paese continua a faticare nel ridurre il gender gap occupazionale? E quali politiche possono compensare una forza lavoro destinata progressivamente a ridursi?
Di questo e di altri temi abbiamo parlato con Francesca Bettio, Professoressa Ordinaria di
Economia e Politica del Lavoro all’Università di Siena e co-fondatrice di InGenere, rivista online di informazione, approfondimento, dibattito e proposte su questioni economiche e sociali analizzate in una chiave di genere.
Professoressa Bettio, secondo l’Istat, il tasso di attività dovrebbe crescere dal 66,7% al 71% entro il 2050, grazie soprattutto all’occupazione femminile. Guardando al rapporto tra donne e forza lavoro nel 2050, è giusto quindi affermare che il lavoro femminile rappresenta uno dei maggiori driver di crescita potenziali per il nostro mercato del lavoro? O è una visione troppo semplificata?
Sì, è uno dei maggiori driver potenziali poiché sono soprattutto le donne a fornire una riserva di forza lavoro, e in particolare le donne meridionali. Per riserva intendo quella quota di persone in età lavorativa (15-64 anni) che, al momento attuale, per il mercato non lavorano o non cercano lavoro. La stima Istat scommette sulla riduzione di questa quota grazie sia ai nuovi entranti nel mercato del lavoro che alla maggiore permanenza dei lavoratori “anziani”. Estrapolando l’aumento di partecipazione femminile che negli ultimi cinque/sei anni è stato più forte di quello maschile e proiettandolo nel futuro si arriva infatti a concludere che tra il 2025 e il 2050 la partecipazione delle donne potrebbe aumentare di quasi quattro volte rispetto a quella maschile.
Il condizionale però è d’obbligo. La stima dell’Istat scommette sul fatto che l’istruzione tradizionalmente spinge verso una maggiore partecipazione al lavoro e che le nuove generazioni saranno più istruite. Ciò vale soprattutto per le donne, che hanno già sorpassato i maschi quanto a livelli di istruzione. L’ipotesi dell’Istat è ragionevole, ma a più di una condizione, e in particolare, a condizione di una ripresa dei salari. Senza questa ripresa rischiamo di finanziare l’istruzione di “riserve” solo per accelerarne l’emigrazione verso l’estero, lasciando il Paese scoperto e in
particolare il Mezzogiorno.
Il tasso di attività in Italia oggi
Il tasso di attività stimato dall'Istat per il 2050
Al tempo stesso, le previsioni dicono che nel 2050 le donne occupate saranno ancora il 13% in meno rispetto agli uomini. Perché secondo lei l’Italia continua ad avere una partecipazione femminile così bassa? E quali sono oggi gli ostacoli principali?
Storicamente, i problemi principali sono una debole cultura dell’emancipazione economica, un welfare familistico, un tessuto produttivo dominato dalle piccole imprese. Il welfare familistico non solo impegna sproporzionatamente le donne nel lavoro non pagato – lavoro domestico, di cura dei bambini, degli anziani e dei disabili – ma crea anche meno opportunità di lavoro in servizi che altrimenti potrebbero essere gestiti dal pubblico o dal mercato. Le piccole imprese occupano la maggioranza dei lavoratori nel nostro Paese, ma proporzionalmente meno donne che le grandi imprese. Quanto alla debolezza di una cultura dell’emancipazione economica, le radici affondano un po’ nella nostra religione e un po’ nella stessa forza della famiglia che, quanto più offre protezione, tanto meno incoraggia l’autonomia.
La crescita e lo sviluppo economico hanno indebolito questi fattori, ma in misura molto minore nel Sud Italia, area che per molto tempo non ha tenuto il passo con il resto del Paese, anche se ultimamente sta recuperando.
Oggi, quindi, la bassa occupazione femminile continua ad essere legata al sotto-investimento nelle cosiddette infrastrutture sociali – dalla scuola a tempo pieno alla cura di bambini e anziani, alla sanità territoriale – e ad un tessuto di imprese in cui la produttività stagna, frenando salari e buoni condizioni di lavoro, che a loro volta frenano l’appetito per l’emancipazione. Tutto ciò assume proporzioni particolarmente rilevanti nel Mezzogiorno, col risultato che la bassa occupazione femminile è diventata soprattutto un problema meridionale.
Dai dati emerge chiaramente come il numero di individui che entreranno nel mercato del lavoro sarà inferiore rispetto a coloro che ne usciranno. Quali politiche servono per evitare che la riduzione dei giovani disponibili si traduca in una perdita di innovazione e competitività? È possibile arginare il problema solo aumentando l’età pensionabile?
Innanzitutto, investimenti selettivi in innovazione tecnologica: AI e robotica come strumenti
che affianchino il lavoratore (e non lo sostituiscano).
Altrettanto importanti, le politiche salariali: dal salario minimo a sussidi mirati soprattutto a lavoratrici a basso reddito, come può essere lo Earn Income Tax Credit statunitense, finanziandolo, ad esempio, tramite la riduzione di contributi all’occupazione che non hanno mai dato grandi risultati.
A tutto questo deve poi affiancarsi una revisione del sistema di formazione: i tempi della formazione continuano ad allungarsi, mentre il ritmo del cambiamento tecnologico minaccia l’obsolescenza di ciò che si è imparato. Meglio un percorso spalmato lungo il ciclo di vita, e quindi potenzialmente più corto in gioventù.
Infine, ritengo che spostare in avanti l’orizzonte lavorativo sia inevitabile, ma occorre ripensare il concetto di un’età pensionabile uguale per tutti, sostituendola con forme di pensionamento flessibili.
Che ruolo avranno gli immigrati in tutto ciò?
Importante, purché si gestiscano i flussi in entrata, e non solo le deportazioni, e purché si gestisca l’integrazione. Per fare un esempio pratico, i bambini delle famiglie immigrate frequentano molto poco l’asilo nido. Come possiamo immaginare di integrare queste persone se non iniziamo dall’infanzia?
Secondo lei, quali sono le tre priorità per il mercato del lavoro italiano che non possiamo più permetterci di rimandare?
Risposta secca: occupazione femminile, questione salariale, divari territoriali.