
Fare comunità senza rinunciare allo smart working: il giusto mix per i lavoratori
Prendi una squadra formata da singoli e perderanno tutte le partite. Prendi le stesse persone, falle sentire un team, una squadra che lavora per un obiettivo comune, e allora quelle stesse persone riusciranno addirittura a vincere il campionato. Ad Hollywood su quest’idea ci hanno costruito una miriade di film, ma la stessa logica sembra funzionare perfettamente anche nel mondo del lavoro. E a esserne convinti, prima di tutti, sono proprio i lavoratori.
Costruire la comunità
A dimostrarlo è il Randstad Workmonitor, ricerca condotta dalla multinazionale olandese in 35 Paesi del mondo sulle trasformazioni del mercato del lavoro. Secondo lo studio l’89% dei lavoratori italiani rende di più, al lavoro, se sperimenta un senso di comunità con i colleghi. L’88% lavora meglio se sente di “conoscere bene” le persone che ha intorno, l’87% vorrebbe che il posto di lavoro fosse una comunità. Risultati che potrebbero sorprendere, visto che negli ultimi anni la narrazione sul mondo del lavoro ha spesso sottolineato come questo non venga più visto dalle persone come ambito che definisce la propria identità. Eppure, sempre secondo i risultati della ricerca, sentirsi parte di una comunità di lavoro fa anche stare bene. Per l’89% delle persone è importante per la propria salute mentale, il 76% ha creato rapporti di amicizia con i colleghi, per l’85% l’esperienza in ufficio è stata di aiuto anche nella vita personale, grazie alle relazioni con persone di opinioni e background diversi.
Fine dello Smart Working?
Per gli italiani, la comunità si costruisce innanzitutto dal vivo: per l’84% è più facile costruire relazioni con i colleghi sul posto di lavoro, piuttosto che da remoto. E secondo il 79% per migliorare la produttività è necessario lavorare in ufficio. Addirittura, per il 71% andare in ufficio migliora l’equilibrio tra lavoro e vita privata.
Questo segna la fine dello smart working? Non proprio. Secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, infatti, nel 2024 le persone che lavoravano da remoto erano 3,55 milioni. Un dato in linea con quello del 2023. Con una previsione di ulteriore crescita nel 2025, +5%, a 3,75 milioni. E sempre secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, il 73% dei lavoratori che se ne avvalgono si opporrebbe se la propria azienda eliminasse questa forma di flessibilità.
Non lavorare sempre da casa
Quello che si sta affermando, quindi, è sempre di più un sistema ibrido, in cui lo smart working resta una conquista a cui i dipendenti non vogliono più rinunciare. Secondo la ricerca di Randstad, infatti, il 35% potrebbe lasciare l’impiego se il datore di lavoro chiedesse di passare più tempo in ufficio. E la mancanza di flessibilità nell’orario di lavoro è la terza ragione (indicata dal 45% dei lavoratori) per rifiutarelo, dopo l’assenza di benefit e di carriera. Secondo lo studio il 31% dei lavoratori fa uno o due giorni da remoto a settimana, il 28% è in ufficio tutti i giorni, mentre il 9% non ci va mai. Ma se potessero scegliere, i lavoratori opterebbero prevalentemente per un solo giorno di Smart Working (27%) o per due (25%), non formule al 100% da remoto.
Che la strada giusta sia quella di un’integrazione tra lavoro in presenza e smart working lo sostiene anche lo studio condotto da International Workplace Group (IWG) su oltre 1.000 lavoratori ibridi. Secondo questa ricerca il 75% degli intervistati hanno riportato una drastica riduzione dei sintomi da burnout dopo essere passati ad un modello di lavoro ibrido. Sintomi che, prima dell’introduzione di questa nuova forma di lavoro, avevano interessato il 72% delle persone. Secondo lo studio, l’aumento del tempo libero ha portato a un migliore work-life balance (86%), a fare più esercizio fisico (54%), alla preparazione di pasti più salutari (58%) e a una migliore qualità del sonno (68%). Complessivamente, oltre due terzi dei lavoratori (68%) hanno dichiarato che la loro salute fisica è migliorata grazie al lavoro ibrido. I lavoratori hanno anche riferito di sentirsi meno esausti (79%), meno stressati (78%) e meno ansiosi (72%), con un’ampia maggioranza dell’86% che ha affermato di affrontare meglio le proprie giornate grazie a un modello di lavoro flessibile.
L’Italia rispetto al resto del mondo
Tornando allo studio di Randstad, si scopre che l’importanza del senso di collettività per la performance è maggiore tra i lavoratori italiani rispetto al resto del mondo: 4 punti in più della media globale e 5 in più dell’Europa. L’aumento di produttività è avvertito maggiormente dagli uomini rispetto alle donne, e dai Boomers e dalla Generazione X rispetto alle altre fasce di età. Il 90% degli italiani socializza con piacere con i colleghi (5° posto sui 35 Paesi analizzati). Il 72%, soprattutto la Gen-Z, frequenta i compagni di lavoro anche fuori dall’azienda. La composizione demografica non è un ostacolo: l’81% dei lavoratori reputa facile andare d’accordo con colleghi di diversa età, sesso e provenienza.
Ecco allora che favorire la creazione di un senso di comunità tra i lavoratori e, al tempo stesso, garantire forme di flessibilità che permettano loro di lavorare parzialmente in ufficio e alcuni giorni in smart working, potrebbe essere un buon metodo per avere dipendenti più produttivi e sereni.