
Un Paese family-friendly non si costruisce così
A valle di alcune notizie che si rincorrono in questi giorni su misure definite “family-friendly” in Italia e in modo simile in Francia e USA, vogliamo qui suggerire alcune riflessioni da cui auspicheremmo si partisse nel promuovere azioni a sostegno delle famiglie, questione che crediamo cruciale nel nostro Paese. Ci ricorda, infatti, l’Istat: 10mila neonati in meno nel 2024 rispetto all’anno precedente e record negativo del numero medio di figli per donna (1,18).
Il caso Italia
In vista della prossima Manovra, è necessario tornare ai dati — e ai dati di fatto — per ribadire, con un certo rammarico visto che siamo ormai alla soglia del 2026, quanto incentivi economici estemporanei e misure che di fatto escludono le donne dal mercato del lavoro non possano definirsi family-friendly.
Facciamo un passo indietro. Nel testo della Legge di Bilancio 2026 che sta girando si legge, infatti, che “al fine di favorire la conciliazione tra attività lavorativa e vita privata, alla lavoratrice o al lavoratore, con almeno tre figli conviventi, fino al compimento del decimo anno di età del figlio più piccolo o senza limiti di età nel caso di figli disabili, è riconosciuta la priorità nella trasformazione del contratto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale”. Per riassumere le principali misure previste:
- Esonero contributivo totale fino a due anni per i datori di lavoro del settore privato che assumono lavoratrici madri con almeno tre figli minori.
- Analogo sgravio per i datori di lavoro che concedono la priorità nella trasformazione del rapporto da tempo pieno a tempo parziale ai genitori* con almeno tre figli.
(Apprezzabile il tentativo di rivolgersi sia a madri sia a padri, ma è bene essere consapevoli che ancora oggi in Italia il part-time è prevalentemente “rosa”, per usare una tassonomia coerente con le proposte.)
- Proroga e aumento del bonus mamme in busta paga, che passerà da 40 a 60 euro mensili.
A una prima lettura, si potrebbe apprezzare l’attenzione al tema dell’inverno demografico e del sostegno alle famiglie. Ma basta poco per rendersi conto che non siamo nella società degli anni Cinquanta, bensì nel XXI secolo, immersi in un contesto globale in cui altri Paesi europei hanno invertito la tendenza demografica grazie a politiche strutturali ben diverse da riduzioni orarie e bonus.
I dati lo dimostrano
- Laddove le donne lavorano di più, si fanno più figli.
Negli ultimi vent’anni, la relazione tra occupazione femminile e tasso di fecondità è diventata positiva. Studi recenti, come quello di Fondazione Gi Group e Valore D (2024), mostrano che nei Paesi OCSE con più alta partecipazione femminile al lavoro, il numero medio di figli per donna cresce invece di diminuire. Lo stesso rileva l’OCSE, evidenziando che politiche che favoriscono la permanenza e la progressione delle donne nel mercato del lavoro si associano a una maggiore natalità.
- I Paesi con più servizi per l’infanzia e congedi equi hanno più nascite.
Sempre secondo Fondazione Gi Group e Valore D (2024), i Paesi con tassi di occupazione femminile elevati (Francia, Svezia, Danimarca, Paesi Bassi) sono anche quelli con servizi per la prima infanzia accessibili e congedi di genitorialità condivisi, strumenti che rendono possibile conciliare davvero vita e lavoro.
- Il part-time resta una misura femminile e spesso involontaria.
In Italia, tra le donne di 25–49 anni, il 32,1% lavora part-time e più della metà di loro (51,7%) lo fa in modo involontario, perché non trova un impiego a tempo pieno (fonte: Fondazione Gi Group–Valore D su dati Eurostat). A livello europeo, il part-time riguarda il 25,5% delle donne contro il 6,4% degli uomini. È evidente che proporre il part-time come misura di conciliazione significa consolidare un modello di disuguaglianza di genere, non superarlo.
Date queste premesse, sorprende come si possa pensare di essere family-friendly incentivando il part-time, senza nemmeno accompagnarlo a un reale cambiamento culturale che lo renda un’opzione condivisa, e continuando a proporre bonus “randomici” che non incidono sulle cause strutturali della denatalità.
La domanda sorge spontanea e urgente: come si può pensare di affrontare una questione così complessa con soluzioni così semplicistiche e, spesso, controproducenti?
Il caso Francia e USA
Oltreoceano e oltralpe c’è chi sta avanzando un altro tipo di proposta: accorciare la durata degli studi per non ritardare la decisione di formare una famiglia. Di fronte a questa prospettiva ci uniamo alla replica di Riccarda Zezza, imprenditrice, docente e autrice: “Quando le donne non andavano proprio per niente a scuola, facevano molti più figli. Perché non toglierla del tutto?”.
Anche in questo caso l’approccio risulta abbastanza semplicistico, dal momento che, pur tenendo valida l’ipotesi che gli studi possano accorciare la finestra di fertilità, ci sono ben altri fattori non family-friendly che intervengono, tra cui l’incertezza economica dei giovani, la crisi abitativa e il timore, ancora diffuso, di perdere il lavoro in caso di maternità.
Condividiamo inoltre anche altre due riflessioni formulate dalla Zezza. La prima riguarda un’idea più contemporanea del percorso formativo, che non si interrompe con l’uscita dal mondo dell’istruzione ma che si interseca e prosegue in tutte le fasi della nostra vita, compresa quella della maternità e paternità. La seconda riguarda gli aspetti culturali che permeano la nostra società, in cui anche la narrazione della genitorialità è ancora associata all’idea di sacrificio e quindi non molto attrattiva agli occhi dei giovani.
Concludiamo riportando fedelmente quanto da lei sostenuto in una intervista su Vita:
Anticipare l’ingresso nel mondo del lavoro per non ritardare il progetto di una famiglia oltre l’età più fertile non significa risolvere ma soltanto anticipare la criticità maggiore, ovvero l’occupabilità di una donna dopo la maternità. Se alla visione dicotomica lavoro vs maternità, stiamo aggiungendo il terzo elemento dello studio, anziché raggiungere l’obiettivo di fare tutte e tre le cose, stiamo abdicando all’evoluzione. È disarmante.
Fonti principali citate
- Fondazione Gi Group e Valore D (2024) – Donne, Lavoro e Sfide Demografiche (studio)
- OCSE (2024) – Employment Outlook
- Eurostat (LFSA_EPPGAI, aggiornamento 2024) – Part-time employment by sex and reason
- ISTAT (2025) – Natalità e fecondità della popolazione residente
- The Conversation (2025) – Le faux procès des études supérieures trop longues (articolo)
- Vita.it – Intervista a Riccarda Zezza del 22 ottobre 2025 (articolo)
Leggi “Maternità in Italia: lavora solo il 58,2% delle madri. I dati di Le Equilibriste 2026“