La famiglia italiana tra inverno demografico e welfare “fai da te”
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La famiglia italiana tra inverno demografico e welfare “fai da te”

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La famiglia italiana è cambiata radicalmente: nella sua essenza – non più il rapporto di sangue ma quello affettivo a definirla – così come nella sua morfologia e nel contesto in cui si muove. E oggi, in cui è perno di un welfare sempre più “fai da te”, è più vulnerabile che mai.

 

Parlando di famiglia italiana, inverno demografico e welfare fai da te, spiccano, nell’Osservatorio Sguardi Familiari 2024 di Nomisma, due dati significativi, in un certo senso anche in contraddizione tra di loro:

 

  • 1 famiglia su 10 dice che non potrebbe far fronte economicamente alla nascita di un figlio. Inoltre, il 60% degli intervistati adduce a questioni di natura economica il calo delle nascite.

 

  • Il 58% degli intervistati dichiara di trovare il principale supporto, in termini di welfare, nella rete familiare.

 

“La questione è sistemica perché i bisogni delle famiglie, tradizionalmente legati al welfare pubblico, non trovano risposta adeguata se non dentro la famiglia stessa. Nello scenario attuale, assistiamo ad un welfare sempre più fai da te” commenta Marco Marcatili, Direttore Sviluppo di Nomisma e Responsabile dell’Osservatorio Sguardi Familiari. Allo stesso tempo, però, lo studio fotografa una situazione di vulnerabilità della famiglia italiana (o almeno di alcune categorie). Una vulnerabilità tale che a venir tagliati o compressi non sono solo i consumi “voluttuari” né le spese per la salute e l’istruzione dei figli (già di per sé molto preoccupante), ma la sostenibilità finanziaria della quotidianità verrebbe compromessa da una nascita.

 

A tal proposito, un breve excursus.

 

Il grande inverno

 

I censimenti della popolazione e della composizione delle famiglie italiane ci portano a fare un tuffo nella storia del nostro Paese (consulta le serie storiche Istat) e ben delineano l’inverno demografico che viviamo.

 

Torniamo al 1951: il 20,1% delle famiglie era composto da sei o più membri, una percentuale superata solo da quella delle famiglie con tre componenti (20,7%), mentre le persone che vivevano da sole rappresentavano il 9,5%. Vent’anni dopo, nel 1971, si “dimezzano” le famiglie con almeno sei membri (9,7%), mentre quelle unipersonali aumentano, seppur moderatamente, raggiungendo il 12,9%. Eccoci ora al 1991, i nuclei composti da due persone diventano i più numerosi (24,7%), quelli unipersonali raggiungono il 20,5%, mentre quelli numerosi subiscono un drastico calo (3,4%).

Nel nuovo millennio il trend continua e il ritratto della famiglia italiana si è completamente rovesciato. Nel 2011, i nuclei numerosi (con sei o più componenti) sono residuali (1,4%), mentre le persone sole con il 31,2% conquistano il primo posto, seguite dalle famiglie composte da due persone (27,1%). E oggi?

 

Sono 26 milioni le famiglie (dato aggiornato al 2021), con 2,24 componenti in media, rispetto ai 22 milioni (e 2,8 componenti) del 2001 e più del doppio dei 12 milioni (4,0 componenti) nel dopoguerra (1951). La crescita demografica che ha sempre accompagnato la popolazione italiana – con l’unica eccezione della fine della Prima Guerra Mondiale – si è esaurita nel 2013-2015. Gli ultimi dati (2022) ci dicono che le famiglie unipersonali sono diventate il 37,4% del totale, resta invariato il peso delle famiglie di due componenti mentre perde terreno la famiglia di tre componenti, che passa al 17,6% dal 19,9% del 2011. E le famiglie di almeno sei persone? Sono sempre più una rarità, pesano sul totale per l’1,2%.

E se guardiamo al futuro? Nel grafico qui a fianco la proiezione Istat.

 

 

 

Torniamo ora alle evidenze dell’ultima edizione di Sguardi Familiari.

 

 

Le tre categorie più vulnerabili

 

In primis, le famiglie sandwich. Ovvero, quelle strette tra la cura dei figli piccoli e dei genitori anziani (quando non sono nonni preziosi) che si trovano a dover far fronte alle rinunce più gravose e a una situazione più problematica. Rappresentano il 70% delle famiglie costrette a tagliare sulle spese sanitarie. Seguite, con ampie sovrapposizioni, dai genitori soli con figli (60%) e dalle famiglie meridionali (60%).

 

Soffrono anche i genitori soli con figli a carico, che necessitano in primis di supporto economico, anche e soprattutto in forma di assegnazione di alloggi pubblici e offerta di servizi sociali dedicati.

 

La “solitudine” è un fattore di criticità. Lo studio riscontra, in ogni fascia di età, l’aggravarsi delle condizioni e un peggioramento delle prospettive future per le persone sole:

  • I giovani soli (under 45) sono particolarmente esposti all’instabilità occupazionale.
  • Gli adulti soli (45-69) hanno meno supporto familiare e sperimentano vissuti difficoltosi (es. separazioni) che si traducono spesso in forme di fragilità, anche economica.
  • Gli anziani soli (over 70) sono più solidi economicamente, ma soffrono il cronicizzarsi delle patologie e la forte dipendenza dalla rete familiare.

 

 

Perdita di potere d’acquisto e rinunce rilevanti

 

Nonostante un assestamento dell’inflazione e un aumento dell’occupazione, compresa quella femminile, il reddito risulta inadeguato per il 59% delle famiglie in Italia (vs il 69% a cavallo tra il 2022 e il 2023). Nello specifico, il 15% lo giudica insufficiente per far fronte alle necessità primarie e il 44% valuta le proprie entrate appena sufficienti per arrivare a fine mese.

 

Ad apparire, ancora oggi, squilibrato è il rapporto tra costo della vita e redditi da lavoro, diretta conseguenza della mancata crescita delle retribuzioni che tra il 2013 e il 2023 sono cresciute la metà rispetto alla media europea (16% vs 30,8%) e del calo del potere d’acquisto (-4,5%). Una preoccupazione che non sembra rientrare se si guarda ai prossimi 12 mesi: 1 famiglia italiana su 3 teme un deterioramento rispetto alle condizioni attuali.

 

“Non a caso, malgrado gli indicatori positivi del mercato del lavoro, ben il 42% delle famiglie ritiene che la propria condizione economica sia peggiorata negli ultimi 12 mesi (nettamente peggiorata per l’11%), mentre solo l’8% ritiene sia migliorata” spiega Marcatili.

 

Dove la perdita di potere di acquisto ha portato la famiglia italiana a fare rinunce?

 

  • 85% tempo libero
  • 72% consumi culturali
  • 67% attività sportive
  • 50% spese sanitarie
  • 28% istruzione

 

 

“Sulla base di quanto emerge dal nostro studio, occorre guardare con la massima attenzione alla condizione di difficoltà percepita dalle famiglie sottoposte alla somma tra compiti di cura degli anziani e dei minori e all’aumento, registrato nell’ultimo anno, delle famiglie che assistono persone disabili. Situazione ad altissimo impatto sulla vita familiare” – conclude Marcatili.

 

Torniamo allora ai due dati del Rapporto Nomisma: l’Italia nel 2025 è quel Paese in cui la famiglia è pilastro del welfare, ma dove costruire una famiglia diventa “esclusivo”. Un cane che si morde la coda e che, rilegandoci nell’inverno demografico, mina le fondamenta del sistema Paese. Cosa c’è di più non sostenibile?

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