Smart working e caro bollette: non si tratta solo di risparmio
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Smart working e caro bollette: non si tratta solo di risparmio

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Il legame tra smart working e caro bollette oggi ha riaperto una questione che sembrava essersi progressivamente raffreddata dopo il boom del lavoro agile con la pandemia e la successiva fase di assestamento negli anni seguenti: quale ruolo può avere il lavoro agile nell’organizzazione delle imprese italiane? E, soprattutto, è possibile smettere di considerarlo una soluzione da adottare soltanto nelle fasi e passare a vederlo come una misura strutturale e continua per i lavoratori italiani?

Smart working in Italia: dopo il Covid una diffusione a più velocità

Recentemente il Politecnico di Milano ha pubblicato una nuova rilevazione sul lavoro da remoto e sulla sua diffusione in Italia da cui ne emerge un quadro più articolato rispetto alla semplice contrazione registrata dopo gli anni della pandemia da Covid-19.

Lo smart working, infatti, non si è azzerato, ma ha seguito traiettorie diverse a seconda della dimensione delle imprese. Nelle grandi società la flessione è stata mediamente più contenuta e nel 2025 si è tornati a contare circa 2 milioni di lavoratori che potevano beneficiarne, mentre nelle microimprese e nelle Pmi,  la quota di smart worker è calata in modo più marcato dopo il biennio 2020-2021, tornando ad avvicinarsi ai livelli precedenti alla pandemia. Un andamento simile è stato riscontrato anche nella Pubblica Amministrazione.

Grandi imprese, Pmi e PA: tre traiettorie diverse

Questi dati mostrano come lo smart working non sia scomparso, ma si sia concentrato soprattutto dove esistono strutture organizzative, policy interne e strumenti tecnologici più consolidati.

Nelle realtà più piccole, invece, resta spesso più fragile, meno formalizzato e più legato a esigenze contingenti. Il risultato è che una parte significativa dei lavoratori italiani continua ad avere un accesso limitato a questa modalità, soprattutto se si considera il peso delle piccole imprese nel tessuto produttivo nazionale.

È in questo scenario che la crisi energetica rischia di imprimere una nuova accelerazione al dibattito.

Smart working e caro bollette: perché il tema torna centrale

A seguito dello scoppio della guerra in Iran e della conseguente tensione sui prezzi dell’energia, anche il lavoro da remoto è tornato tra le misure considerate utili per contenere consumi e costi.

A livello europeo si è iniziato a discutere della possibilità di potenziare il ricorso al telelavoro, dove compatibile con le mansioni, come parte delle raccomandazioni e delle proposte contenute nella bozza del piano europeo per fronteggiare la crisi energetica, mentre l’Italia ha provveduto a regolamentarlo maggiormente già a inizio anno, anche se non ancora con l’obiettivo di sostenere imprese e famiglie in una fase di forte pressione economica.

Il rapporto tra smart working e caro bollette si gioca infatti su un doppio piano. Da una parte, le imprese potrebbero ridurre alcuni costi legati alla gestione degli uffici e ai consumi energetici. Dall’altra, i lavoratori potrebbero contenere più facilmente le spese per gli spostamenti quotidiani, spendendo meno in abbonamenti ai mezzi pubblici e soprattutto in carburante.

Il peso dei costi energetici sulle imprese

Secondo Confindustria, se la crisi dovesse protrarsi fino a giugno, le aziende italiane rischierebbero costi aggiuntivi per circa 7 miliardi di euro. Una cifra che potrebbe salire fino a 21 miliardi nel caso in cui le ostilità non cessassero entro la fine del 2026.

In un contesto così sfidante, il lavoro da remoto viene quindi riscoperto anche come possibile leva di risparmio. Non solo per ridurre il peso delle bollette aziendali, ma anche per alleggerire alcune spese quotidiane sostenute dai lavoratori.

Non è un caso che, in questa fase, le posizioni più favorevoli al rafforzamento del lavoro agile arrivino soprattutto dalle organizzazioni sindacali. Il punto, però, è evitare che lo smart working venga letto esclusivamente come una risposta temporanea a una nuova emergenza.

Il rischio: ridurre lo smart working a misura emergenziale

Se i sindacati chiedono di recepire e valorizzare le indicazioni europee, allo stesso tempo mettono in guardia da un possibile ritorno allo smart working “forzoso” sperimentato durante la pandemia.

Il rischio è che il lavoro da remoto venga attivato solo quando serve a garantire continuità produttiva o una riduzione dei costi, per poi essere accantonato una volta superata la fase critica. In questo modo, però, se ne perderebbe la funzione originale: favorire una migliore conciliazione tra vita privata e lavoro, sostenere il benessere delle persone e introdurre modelli organizzativi più flessibili.

A questo proposito, Monica Pagni, Segretaria provinciale della Cgil di Grosseto, ha dichiarato:

“Il lavoro da remoto, al pari di altre forme particolari di organizzazione dell’orario lavorativo come il part time, è uno strumento pensato per conciliare esigenze di work-life balance. Col tempo però se ne è quasi completamente distorta la funzione e, esattamente come avviene col part-time, che oggi è utilizzato dalle imprese in maniera obbligatoria e completamente slegata dalle dinamiche familiari dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici, anche il lavoro da remoto viene attivato quasi esclusivamente come forma di risparmio, per continuare a produrre anche in contesti avversi come fu per il Covid o per abbassare i costi”.

Dal lavoro agile alla settimana corta: verso nuovi modelli organizzativi

Secondo Pagni, il punto è riportare questi strumenti dentro una dimensione contrattuale e organizzativa più ampia.

“Questi strumenti dovrebbero tornare nell’alveo contrattuale che li ha prodotti, con lo scopo di immaginare anche modi diversi di produrre, lavorare e vivere che siano continuativi e organici, attraverso percorsi che ne consentono l’attivazione e la disattivazione durante la vita lavorativa anche in funzione di esigenze del lavoratore e non solo dell’impresa. Oggi, non solo dovremmo puntare su forme di lavoro agile, ma andare oltre, ad esempio sperimentare la settimana lavorativa su 4 giorni a parità di salario, come si sta facendo in altri Paesi europei”.

Il tema, dunque, non riguarda soltanto il numero di giorni trascorsi fuori dall’ufficio. Riguarda il modo in cui le imprese ripensano tempi, spazi, produttività e qualità del lavoro.

Una leva di welfare, non solo di risparmio

Il dibattito su smart working e caro bollette può rappresentare un’occasione per riportare il lavoro da remoto al centro dell’agenda aziendale e istituzionale. Ma perché non resti una risposta temporanea alla crisi energetica, serve ricondurlo dentro una riflessione più ampia su welfare, organizzazione del lavoro e qualità della vita.

In conclusione, l’auspicio delle associazioni è che questa crisi non riporti semplicemente lo smart working dentro una logica emergenziale, ma lo trasformi in una leva stabile di welfare aziendale: uno strumento capace di incidere sul reddito disponibile, sulla qualità della vita e sull’organizzazione del lavoro.

Cosa sapere su smart working e caro bollette

Il ritorno del lavoro da remoto nel dibattito pubblico apre alcune questioni: quanto fa risparmiare, chi ne beneficia davvero e come evitare che resti solo una risposta all’emergenza energetica.

Lo smart working può aiutare contro il caro bollette?

Sì, ma con effetti diversi per imprese e lavoratori. Le aziende possono ridurre alcuni consumi legati agli uffici, mentre i dipendenti possono contenere le spese per trasporti e carburante. Resta però aperto il tema dei costi domestici sostenuti da chi lavora da casa.

Perché si parla di lavoro da remoto durante la crisi energetica?

Perché il lavoro da remoto può ridurre gli spostamenti casa-lavoro e contribuire al contenimento di alcuni consumi energetici. Per questo viene considerato una possibile misura di risparmio nei periodi di forte aumento dei costi dell’energia.

Lo smart working è ancora diffuso in Italia?

Sì, ma in modo disomogeneo. È più presente nelle grandi imprese, mentre nelle Pmi, nelle microimprese e nella Pubblica Amministrazione la diffusione si è ridotta in modo più marcato dopo la pandemia.

Qual è il rischio di usare lo smart working solo come misura di risparmio?

Il rischio è che venga attivato solo nelle fasi di emergenza, per ridurre i costi o garantire continuità produttiva, perdendo così il suo valore più ampio come strumento di conciliazione, benessere e innovazione organizzativa.

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