
Salute mentale e lavoro la situazione in Italia – 2° puntata
Salute mentale e lavoro in Italia. Eccoci alla seconda puntata del dossier realizzato in occasione del World Mental Health Day. Allarghiamo qui lo sguardo, andando oltre alle organizzazioni e alle aziende su cui ci siamo concentrati nella prima puntata.
Il dossier completo è disponibile anche in PDF.
Indagando il tema salute mentale e lavoro, qual è la situazione in Italia? Francesco Baglioni (Progetto Itaca), “Ci sembra di assistere a dinamiche di lavoro e di vita, costruite più o meno consapevolmente dalle aziende e dai lavoratori stessi, che conducono sovente ad un sovraccarico, emotivo e di prestazione attesa, di fronte al quale la persona-lavoratrice è sola e quasi inconsapevole del proprio limite. Il pensiero di poter gestire tale carico da soli, chiedendo sempre di più a se stessi in ogni ambito di vita, è spesso illusorio e aumenta il rischio di burn-out, che è un fenomeno che quasi sempre si manifesta a livello lavorativo, ma è l’esito di una perdita di equilibrio in diversi aspetti e ambiti della vita”.
Proprio la consapevolezza è il perno del confronto su salute mentale e lavoro in Italia con Riccardo Caserini (esperto di mindfulness) “Stare nel momento presente senza giudizio, che è consapevolezza, che è mindfulness. Significa attivare il contatto con la realtà, aumentare la concentrazione, essere più partecipe, più coinvolto, più presente”. Il contrario di un approccio che spesso è diffuso nel privato come nell’attività professionale e che, ad esempio, ci vede elogiare il multitasking che “è una follia, perché scientificamente non esiste. Il cervello funziona in sequenza, non in parallelo. Stiamo facendo task-switching, che riduce efficienza e aumenta stanchezza mentale, disagio, stress” (nota storica: proprio per la riduzione dello stress Jon Kabat-Zinn sviluppa il programma MBSR nel 1979).
Aggiunge Caserini “Non siamo stressati perché non abbiamo tempo, ma non abbiamo tempo perché siamo stressati, cito. Lo stress arriva prima della questione tempo: quando siamo stressati ci sembra di non avere tempo di fare tutte le cose che abbiamo messo nella lista, nel frullatore delle cose. Non è mai stato così utile stare concentrato come adesso (con tutti gli stimoli in aumento, basti pensare allo smartphone), e non è mai stato così difficile esserlo. Concentrato, attento, consapevole. Sicuramente è un vantaggio competitivo. Pensiamo alle condizioni in cui è meglio prendere decisioni e a quante ne prendiamo al lavoro. Se ti fermi prendi la decisione giusta. È quindi anche un tema di responsabilità e di desiderabilità sociale, perché è necessario selezionare le cose da fare (escludendone alcune o mettendole in coda), ma è la consapevolezza che ci fa decidere liberamente”.
Parlare di dinamiche di vita e consapevolezza significa riferirsi a una popolazione più ampia da sensibilizzare e “educare” (nell’accezione di affinare), si potrebbe dire che comprende tutta la popolazione in Italia (perché è qui che siamo noi). Un tema cruciale per Progetto Itaca che ha proprio questo obiettivo nella sua mission e che in occasione del 10 ottobre ha promosso l’iniziativa “Luce Verde” (17 città italiane si tingono di verde per sensibilizzare e mostrare vicinanza a chi convive quotidianamente con un disturbo mentale).
Oggi si agisce e si opera offline e online, anche in materia di salute mentale (le piattaforme, anche qui coinvolte, ne sono una concreta dimostrazione). E proprio su questo punto, quello dell’uso degli strumenti digitali in relazione alla salute mentale (dall’accessibilità alla comunicazione), ha deciso di intervenire Mindwork con il Manifesto del Supporto Psicologico online, recentemente pubblicato. Due i passaggi dei 7 pilastri che riporto in questa cornice:
“Essere digitali ci permette non solo di abbattere barriere che impediscono alle persone di accedere a servizi di questo tipo, ma anche di raccogliere informazioni in modo facile, preciso e ampio. Usiamo i dati per diffondere conoscenza, per supportare le istituzioni e per creare consapevolezza 〈…〉 Non usiamo i social media per forzare il benessere mentale all’interno di qualsiasi argomento, evento o trend solo per generare like e condivisioni, ma, al contrario, lo facciamo in maniera mirata per aprire discussioni, generare dibattito e confronto”.
E proprio i social sono un mezzo di comunicazione su cui anche anche Serenis è molto impegnata, in primis su LinkedIn (parlando proprio di salute mentale e lavoro in Italia) “Tramite LinkedIn, possiamo condividere contenuti educativi, storie di successo e consigli pratici, promuovendo un dialogo aperto sul benessere mentale. Funziona per sensibilizzare sia i dipendenti sia per avvicinare i manager al tema del benessere psicologico come elemento chiave per la sostenibilità” spiega Francescon.
Sostenibilità sì, ma anche inclusività. Il diritto al lavoro, lo avevamo accennato precedentemente e lo ricordiamo, è spesso (quasi sempre) negato alle persone con disturbi o malattie mentali. Qualche anno fa, le stime indicavano che solo il 3% dei malati lavorava. E oggi? “La situazione resta difficile da valutare perché non vi sono canali di raccolta dati ufficiali e attendibili, in grado di dare una misura del fenomeno – illustra Baglioni (Progetto Itaca) –
Non possiamo sapere quante persone con un disturbo cronico della salute mentale sono al lavoro a meno che non siano iscritte al collocamento mirato per una disabilità psichica. È pur vero che di norma i centri per l’impiego non catalogano il tipo di disabilità specifica della persona a fini statistici, ma considerano tre macro-categorie – disabilità fisica, sensoriale e psichica. Nel novero di quest’ultima sono contati molti lavoratori o aspiranti lavoratori con disturbi cronici della salute mentale, ma non è possibile una rilevazione precisa”.
Unico riferimento è il dato riportato nella fotografia iniziale di questo dossier: degli oltre 44.000 contratti di lavoro avviati per persone con disabilità nel 2019, solo 322 hanno coinvolto lavoratori con disabilità intellettiva o psichica.
Discriminazione ed emarginazione che aggravano la situazione dei malati e che rischiano di colpire sempre più persone, se consideriamo che nel 2030 l’OMS prevede che la depressione sarà la malattia più diffusa. Quanto il mondo del lavoro è consapevole di questo orizzonte? E quale la condizione di chi, malato, è in contesti lavorativi?
“Mi sembra che sia in corso una trasformazione culturale, almeno nei dipartimenti HR delle grandi aziende – commenta Baglioni (Progetto Itaca) – Fino a qualche tempo fa l’impressione era che ci fosse una aspettativa di normalizzazione e un conseguente sforzo di uniformare le competenze, i profili personali, l’esperienza e la formazione. Ora, lo sforzo di adattamento intrapreso per integrare alcune diversità specifiche ha condotto a percepire che ogni lavoratore è portatore di una diversità, in ultima analisi di una unicità, che può non essere di ostacolo all’efficienza, ma può contribuire a far sopravvivere le comunità aziendali di oggi, orfane di qualunque certezza e costrette ad un adattamento continuo ad una realtà imprevedibile e ricca di sfide sempre nuove.
In questo quadro, un lavoratore con una problematica psichica ha comunque in mente di dover nascondere la parte debole di sé. Non si vede quindi la famosa “psychological safety”, considerata l’elemento primario per il benessere sul posto di lavoro. Per superare questa barriera l’individuo non ha altra strada se non il trovare un punto di equilibrio personale saldo, rispetto ai propri punti deboli. Averli riconosciuti e accettati consente di affrontarli e circoscriverne gli effetti, oltre che di parlare liberamente e trasmettere anche all’azienda la fiducia che la sofferenza psichica non rappresenti un reale impedimento all’integrazione nei team di lavoro e ad una buona produttività”.
Parlare di malati porta con sé anche il vissuto di chi è impegnato nella cura. Il caregiver. “L’Italia, per ragioni storiche e culturali, appare più carente di altri Paesi in termini di supporto alla cura. Ci affidiamo ancora alle famiglie, dimenticando che non sono quelle di un tempo (mi riferisco alle famiglie che potevano contare su una rete estesa e coesa). – Musumeci (ODM Consulting) – Mi colpisce sempre di più, e come ODM Consulting riscontriamo tali fenomeni lavorando con organizzazioni e persone, come, per l’invecchiamento della popolazione, i “carichi di cura” di una persona si allarghino a più figure familiari e, sempre più, in presenza di patologie che richiedono assistenza.
Penso che serva un riconoscimento di questi fenomeni, i quali non sono per niente marginali e che diventano sempre più diffusi e di impatto: essi influenzano la capacità di progettare il proprio futuro in un presente incerto e impegnativo. Servono strutture per le patologie più gravi. Per disturbi e disagi più “gestibili” è importante che il sistema paese investa in centri diurni, elemento che potrebbe essere preso in carico dalle aziende più grandi in una prospettiva di sussidiarietà”.
Benini (LianeCare) approfondisce “In molti casi, i caregiver, non hanno neanche piena consapevolezza della propria condizione come dimostrano i dati di un audit che abbiamo condotto con 5000 dipendenti secondo cui, sebbene il 75% svolga attività di cura, solo il 55% si definisce caregiver. Questo spinge molti dipendenti a non chiedere un aiuto esplicito con il risultato di perdere il posto di lavoro o dimettersi. Spesso i datori di lavoro ritengono che le responsabilità di cura e il conseguente burden del caregiver siano fattori non imputabili all’azienda, siano questioni di natura personale”.
Un’ottica che si scontra con quanto abbiamo ribadito in questa analisi, ovvero con un approccio olistico che considera la persona nel suo insieme. A tal proposito, se la flessibilità lavorativa (in termini di orari e luoghi) è la prima azione in ambito organizzativo che le aziende possono adottare per aiutare dipendenti caregiver, supporto emotivo e psicologico così come l’accesso a risorse informative e servizi di assistenza personalizzata sono altrettanto necessari.
Si conclude così questa indagine realizzata in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale (ora è disponibile anche in PDF scaricabile), ma nella nostra attività di promozione della cultura del welfare e del wellbeing continueremo a seguire l’evoluzione e le novità del macro-tema salute mentale e lavoro in Italia.
“Salute mentale e lavoro. Interconnessioni e situazione in Italia” è un dossier a cura di Tuttowelfare.info con il contributo di:
- Anna Benini, Founder & CEO LianeCare, la prima piattaforma di welfare dedicata solo al people caring
- Francesco Baglioni, Direttore Progetto Itaca, la Fondazione che promuove programmi di informazione, prevenzione, supporto e riabilitazione rivolti a persone affette da disturbi della Salute Mentale e alle loro famiglie.
- Riccardo Caserini, Account Director LinkedIn (nel quintetto che “ha aperto gli uffici in Italia”) e appassionato di mindfulness che cerca di raccontare nel contesto aziendale italiano e autore di “Mindfulness. Più focus, meno stress”.
- Daniele Francescon, Co-founder Serenis, la piattaforma digitale per il benessere mentale e centro medico autorizzato.
- Fabio Musumeci, Psicologo e Responsabile dell’area People Development ODM Consulting, società di consulenza HR di Gi Group Holding.
Scarica il dossier “Salute mentale e lavoro. Interconnessioni e situazione in Italia”.