
Perché il ricorso alla sanità integrativa non risolve la crisi italiana
Oggi ricorre la Giornata Mondiale della Salute, che l’Oms ha istituito nel 1948 al fine di sensibilizzare sulle tematiche sanitarie, e mai il tema della salute e dell’accesso alle cure in Italia ha attraversato un periodo di crisi come quello attuale, che sta spingendo sempre di più sul ricorso alla sanità integrativa.
Sono ormai molti anni che la nostra sanità pubblica, la quale per decenni ha garantito un equo trattamento a tutti i cittadini e le cittadine, fa sempre più fatica a soddisfare una domanda in costante crescita, trainata da una popolazione sempre più anziana.
Per dare un’idea del fenomeno, secondo i dati diffusi a fine marzo dall’Istat, la speranza di vita nel Paese è arrivata a 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne, ma a questo incremento delle aspettative di vita non è corrisposto un aumento degli anni in buona salute. Di conseguenza, gli over 65 sono arrivati a rappresentare il 24,7% della popolazione italiana e, con gli anni di vita sana attesi che sono rimasti fermi a 58,1, sempre di più sono affetti da patologie croniche che necessitano cure e trattamenti costanti.
Tuttavia, secondo l’ultimo report GIMBE, l’Italia spende per la sanità l’equivalente del 6,3% del suo Pil, contro il 6,9% medio degli Stati membri dell’Unione Europea e il 7,1% delle nazioni Ocse, posizionandosi all’ultimo posto tra i paesi del G7. Tutto ciò ha ripercussioni anche sul personale sanitario, che spesso vede maggiori opportunità all’estero o nel settore privato, contribuendo ad aggravare problemi come liste d’attesa lunghissime, scarsa capillarità sul territorio, mancanza di strutture e presidi adeguati e persino mancanza di specifiche figure professionali. Oggi, infatti l’Italia conta 5.700 medici di medicina generale in meno rispetto al fabbisogno, con un calo di oltre 5mila unità tra il 2019 e il 2024.
In questo contesto, la reazione naturale è che sta aumentando il ricorso alla sanità integrativa, al fine di rivolgersi al privato senza dover pagare di tasca propria l’intera prestazione. Pertanto, non c’è da stupirsi se l’accesso a fondi aziendali o a polizze private sia diventato un forte elemento di attrattività. Ciò emerge molto chiaramente da un recente Osservatorio Sanità di UniSalute, realizzato in collaborazione con Nomisma: ben il 54% degli italiani che hanno usufruito dei servizi di welfare messi a disposizione dalla loro azienda ha fatto ricorso proprio ai servizi sanitari. Non solo, tra i lavoratori dipendenti che non dispongono di benefit aziendali, il 64% afferma di essere interessato soprattutto all’assistenza sanitaria.
Da quest’ultimo punto, tuttavia, emerge anche come il ricorso alla sanità integrativa non possa essere la soluzione al problema, sebbene negli ultimi anni i governi abbiano spinto sempre di più le imprese a ricorrere a misure di welfare. Infatti, sempre secondo l’Osservatorio di UniSalute, ben il 36% delle imprese italiane non offre questi servizi e un ulteriore 22% li prevede solo per alcuni inquadramenti. Se a questo si aggiunge che gli italiani sono tendenzialmente un popolo sotto assicurato, si ha che sempre più persone devono spendere sempre di più e di tasca propria per un servizio che dovrebbe essere gratuito.
Sempre secondo i dati GIMBE, queste spese “out-of-the-pocket” nel 2024 ammontavano a 41,3 miliardi di euro, pari all’86,7% della spesa sanitaria privata (€47,6 miliardi) e al 22,3% di quella complessiva (€185,1 miliardi). Tutto ciò può avere un impatto significativo sul budget di una persona o di un nucleo familiare, tanto che può portare perfino a una rinuncia alle cure. Si stima infatti che siano 5,8 milioni i cittadini che si sono presi meno cura di sé per mancanza di risorse economiche, con GIMBE che afferma che il motivo per cui la spesa sanitaria privata ha smesso di crescere negli ultimi anni è perché gli italiani semplicemente non possono permettersi di sostenere costi più alti.
Per cercare di risolvere questa crisi strutturale, lo Stato sta effettivamente cercando soluzioni. Le stime, non ancora ufficiali, parlano di una spesa pubblica in sanità in crescita, da 137,4 a 143,4 miliardi di euro, e nel 2026 si dovrebbe arrivare a quasi a 150 miliardi; in espansione, ma ancora lontana dalla media Eu e Ocse.
Inoltre, recentemente è stata approvata una legge per spingere il ricorso alla sanità integrativa. Nel Decreto-legge sul Pnrr di fine febbraio è stato introdotto l’obbligo per i fondi sanitari di informare tutti gli aderenti sulle attività condotte attraverso la pubblicazione dei bilanci, così da dichiarare esplicitamente i costi di gestione e margini applicati. Inoltre, la nuova normativa prevede che la Covip diventi l’autority per la vigilanza di tutto il welfare complementare, estendendo le sue funzioni di controllo anche all’ambito sanitario, oltre che a quello previdenziale.
Secondo il presidente della Covip, Mario Pepe, questa norma segnerà “la fine del far-west”. Tuttavia, si sono mosse anche delle critiche, come nel caso di Confprofessioni, il cui presidente Marco Natali afferma di trovare singolare la decisione di andare a intervenire su un contesto come il welfare sanitario partendo dalla vigilanza e non dalla regolamentazione stessa. In effetti, quanto la riforma spingerà l’Italia verso un maggiore ricorso alla sanità integrativa oggi è impossibile dirlo.
Alcuni dati sulla sanità in Italia
(dati e stime pubblicati da Fondazione Gimbe)
- Nel 2025 57,8 milioni di prestazioni erogate
- 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici
- Il 30% delle prestazioni erogato in intramoenia
- Dal 2012 € 33 miliardi sottratti al personale del Sistema Sanitario Nazionale
- Mancano oltre 5.700 medici di famiglia
- 1.383 gli assistiti in media versus il rapporto ottimale di 1.200 per medico di famiglia
- Entro il 2028 previsti 8.180 pensionamenti
- Siamo 23° posto su 31 Paesi europei dell’area OCSE, con 6,9 infermieri per 1.000 abitanti (media OCSE 9,5)
- Nel 2023, cifra record di € 5,15 miliardi della mobilità sanitaria interregionale, +2,3% rispetto al 2022 (€ 5,04 miliardi)
- Il 95,1% del saldo attivo* si concentra in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto
- Il 95% dei medici di famiglia usa il Fascicolo Sanitario
- Solo il 44% dei cittadini ha dato il consenso alla consultazione del profilo sanitario sintetico
- Solo un livello base di digitalizzazione, invece di 280 ospedali informatizzati.
*la differenza tra risorse ricevute per curare pazienti di altre Regioni e quelle versate per i propri residenti curati altrove.