Ecco perché aumentare l’età pensionabile non è una soluzione
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Ecco perché aumentare l’età pensionabile non è una soluzione

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Ormai da qualche settimana, da quando è entrata nel vivo la discussione sui provvedimenti da inserire all’interno della Legge di Bilancio 2026, partiti politici, sindacati, associazioni di categoria e altri stakeholder hanno iniziato a discutere animatamente sul tema dell’età pensionabile. Da un lato, c’è chi afferma che sia quantomeno inopportuno adeguarla alle aspettative di vita, mentre dall’altra altri esperti affermano che non farlo provocherebbe conseguenze molto gravi sull’economia dell’Italia. Chi ha ragione?

 

Per rispondere a questa domanda, si fa riferimento a uno studio di Fernández-Villaverde, Jesús & Ventura, Gustavo & Yao, Wen del 2025, pubblicato sulla European Economic Review, dal titolo “The wealth of working nations”. Secondo i ricercatori, la crescita di una nazione nel lungo e anche lunghissimo periodo dipende quasi esclusivamente dall’andamento della popolazione attiva, secondo una formula che può essere riassunta come:

 

 

Vista la relazione diretta espressa in questa formula, a una prima occhiata la conclusione è quella che conviene aumentare l’età pensionabile, in quanto contribuirà a mantenere il ΔP, se non in territorio positivo, quantomeno su valori prossimi allo zero. Si tratta di un aspetto non di poco conto per un paese come il nostro, in cui l’età media della popolazione è già alta, in cui gli anziani sono sempre di più e in cui si paga già l’equivalente del 15,7% del nostro Pil nazionale per la spesa pensionistica (dati Istat).

 

Tuttavia, se si approfondisce e si va a esaminare la struttura del mercato del lavoro italiano, si evince come adattare l’età pensionabile alla vita media ritarda un problema che comunque dovrà essere affrontato e anche in tempi piuttosto brevi.

 

Infatti, secondo i dati forniti da Istat, Eurostat e dal professor Matteo Jessoula (Università di Milano) in un recente articolo pubblicato su Affari & Finanza, in Italia i lavoratori over 50 sono il 40% del totale, i lavoratori tra 35 e 49 anni rappresentano un altro 40% e i giovani tra i 15 e i 34 anni sono appena il 20%. Appare dunque evidente che aumentare l’età pensionabile può preservare l’integrità della fascia di chi oggi ha oltre 50 anni, ma solo per due o tre anni al massimo. Ma cosa succederà tra 15?

 

Secondo i più recenti dati Istat, oggi i lavoratori in Italia sono 23,7 milioni. Ciò significa che nei prossimi 15 anni, quasi 9,5 milioni saranno usciti dal mercato del lavoro. Al tempo stesso, in Italia oggi ci sono solo 7,3 milioni di giovani che a quella data possono prendere il loro posto.

 

Se si vanno a inserire questi dati nella formula iniziale, si ottiene che saremo costretti a togliere dalla crescita del Pil nazionale annua almeno lo 0,6% per via del calo di popolazione in età da lavoro. Tuttavia, considerando che in rarissimi casi si inizia a lavorare già a 15 anni, ma più verosimilmente dopo i 24, questo macigno può arrivare e persino superare il 2%; un valore che l’aumento dell’età pensionabile andrebbe a ridurre solo in minima parte. Come detto in precedenza, questa è una formula che non tiene conto di shock esogeni, positivi o negativi che siano; quindi, l’Italia si ritroverà ad affrontare anni in cui la sua crescita di lungo periodo sarà negativa già in partenza.

 

In conclusione, più che aumentare l’età pensionabile, l’Italia ha bisogno di accrescere le fasce più giovani dei suoi lavoratori e ci sono sostanzialmente tre modi per farlo. Il primo e più banale è quello di aumentare la natalità e quindi supportare con misure dedicate quelle famiglie che vorrebbero avere figli, ma le cui condizioni socio-economiche contrastano questo desiderio. Il secondo è andare ad agire sui NEET, ovvero su quei giovani che non studiano e non lavorano, accrescendo le opportunità di formazione e/o di completamento degli studi.

 

È importante però ricordare che questa classe lavoratrice del futuro non potrà essere operativa da subito ed è bene iniziare a provvedere immediatamente se si vuole scongiurare lo scenario descritto sopra, puntando anche sul terzo modo, che a sua volta si compone di due binari paralleli. Da un lato, aumentare la competitività nazionale, offrendo stipendi più alti, opportunità di crescita professionale e misure di welfare, così da invertire il fenomeno della fuga dei cervelli e attrarre un maggior numero di giovani qualificati dall’estero. Dall’altro, regolamentare i flussi migratori che già stanno portando lavoratori nel nostro Paese, ma che troppo spesso finiscono solo per ingrossare i numeri del “sommerso”.

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