13 settimane di pausa estiva: troppe o giuste?
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13 settimane di pausa estiva: troppe o giuste?

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Tra l’8 e il 16 di settembre, milioni di studenti torneranno in classe per l’inizio del nuovo anno scolastico 2025/2026, dopo circa 13 settimane di pausa estiva.

 

Questo arco temporale porta l’Italia nel novero dei paesi in cui la pausa estiva dura più a lungo, ma sono sempre di più i cittadini che sembrano scontenti di ciò. In molti, infatti, affermano che questo modello andava bene per una Nazione in cui il lavoro agricolo era molto più diffuso rispetto a oggi e in cui l’aiuto dei figli avrebbe fatto comodo nei mesi del raccolto. Oggi, però, il modello sociale ed economico è profondamente cambiato rispetto ad allora e in molti si stanno chiedendo se non sia il caso di ripensare il calendario scolastico, eliminando questo lungo periodo di interruzione e spalmando il riposo su tutto il resto dell’anno.

 

Ma quali sono le motivazioni alla base di questa richiesta? Le prime riguardano le preoccupazioni verso gli studenti stessi e verso quello che viene chiamato “summer learning loss”. Secondo un articolo pubblicato da Itinerari Previdenziali, esistono numerose ricerche secondo cui le lunghe vacanze estive comporterebbero la perdita di parte delle competenze acquisite lungo il percorso scolastico, che potrebbe arrivare anche al 25%-30% di quanto appreso. Tuttavia, a confutare questi dati sono stati pubblicati altri studi che dimostrano come il learning loss abbia una forte componente individuale e che, se adeguatamente stimolato durante le settimane di vacanze, lo studente medio non fatica a conservare ed applicare quanto appreso.

 

Molto più complesse sono però le ragioni sociali ed economiche. Non bisogna dimenticarsi, infatti, che nella grande maggioranza dei casi si parla di minori, che devono essere seguiti e accuditi durante l’estate, e questo ruolo di cura è svolto prevalentemente dalle donne, compromettendone l’occupabilità. Ciò emerge chiaramente dai dati diffusi dall’INPS sul 2024, da cui emerge come il 70% dei genitori che hanno chiesto il congedo parentale siano donne, e da un report dell’Investment Institute di UniCredit, che mostra come questo fenomeno sia legato alla mancanza di servizi pubblici per l’infanzia adeguati.

 

Non è un caso quindi che siano soprattutto le aziende coloro che cercano di farsi carico di questa mancanza. Secondo quanto riportato studio “Donne, Lavoro e Sfide Demografiche. Modelli e strategie a sostegno dell’occupazione femminile e della genitorialità” realizzato da Fondazione Gi Group e Gi Group Holding in collaborazione con Valore D, una multinazionale su cinque (19%) in Italia organizza campi estivi per i figli dei propri dipendenti, mentre il 46% ha siglato convenzioni con strutture del territorio in cui opera. Inoltre, 15,3% offre anche altri servizi per la cura dei figli, come gli asili nido interni.

 

Tuttavia, come si può intuire dal rapporto, solo le imprese molto grandi hanno il capitale per offrire servizi simili per i loro dipendenti. Considerando che gli impiegati nelle multinazionali sono complessivamente 1,7 milioni (secondo i più recenti dati Istat) e supponendo che siano equamente distribuiti tra le varie imprese, si ha che appena 323mila lavoratori riescono ad accedervi. Considerando che gli occupati in Italia sono 24,2 milioni (dati Istat), si ottiene che appena l’1,3% può usufruire di certi benefit, mentre tutti gli altri devono pagarseli con le proprie disponibilità.

 

Tutto ciò porta alla seconda delle questioni citate, ovvero quella economica. Infatti, secondo i dati diffusi da Arena Digitale, una vacanza di appena 10 giorni genera un esborso di 888 euro per ogni componente del nucleo familiare; non è quindi un caso che il 49,2% degli italiani abbia dichiarato che questa estate non sarebbe andato in vacanza e che il 54,8% abbia preso questa decisione per motivi economici. Inoltre, come è già stato discusso in queste pagine, il 10% di chi va in vacanza svolge comunque attività lavorativa. Pertanto, in un contesto in cui si fanno molte meno vacanze estive, la chiusura delle scuole porta ancora maggiori disagi tra le famiglie.

 

Tuttavia, tra la popolazione vi è anche chi afferma che non c’è ragione per ridurre le vacanze dei nostri studenti e anche a sostegno di questa tesi sono portate sia ragioni personali, sia economiche. Tra le prime rientra quello che l’Università di Padova definisce il “ruolo positivo della pausa”. Infatti, secondo questo ente, la pausa estiva, se adeguatamente impegnata con attività didattiche, può essere un’occasione per un arricchimento personale dello studente che vada oltre lo studio dal manuale.

 

Tra le seconde, invece, rientrano una serie di investimenti che lo Stato dovrebbe fare per combattere un aspetto talmente ovvio da essere spesso sottovalutato: il clima. Frequentare la scuola in estate significa avere molte ore di lezione consecutive a temperature che possono essere anche molto torride e se le nostre scuole sono più o meno attrezzate per difendere gli alunni dal freddo, non lo sono per il caldo. Infatti, secondo uno studio condotto e pubblicato dalla Fondazione Agnelli, bisognerebbe ristrutturare circa 40mila edifici per renderli idonei ad ospitare studenti nei mesi estivi, per una spesa pubblica che si stima potrebbe arrivare a 200 miliardi di euro.

 

In conclusione, modificare il calendario scolastico è un argomento di dibattito tutt’altro che banale, con punti a favore, ma anche con molti dubbi, sebbene i sostenitori del sì stiano guadagnando terreno.

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andrea.bianchi@ecomunicare.com