
Cultura lavorativa statunitense? No, grazie
È innegabile che il nostro è un Paese molto esposto a tutto ciò che arriva dagli Stati Uniti, tanto che nei decenni abbiamo sviluppato una certa ammirazione generale per l’altra sponda dell’Oceano Atlantico. Tuttavia, ci sono anche settori in cui molti tirano un sospiro di sollievo a pensare di essere nati in Europa. Non solo, l’idea che ci sia una sorta di americanizzazione di questi ambiti crea preoccupazione e allarme. Il primo esempio che viene in mente è sicuramente quello della sanità, ma anche la cultura lavorativa Usa segue regole e prassi molto diverse dalle nostre, tanto che il primo impulso che si prova quando le sentiamo descritte è di confusione e rifiuto.
Ciò emerge chiaramente da una ricerca pubblicata nel 2025 da Zety®, una piattaforma di servizi per la carriera specializzata in curriculum vitae e lettere di presentazione, condotta su un campione di 1000 di Italia, Francia, Spagna, Germania e Regno Unito, l’83% dei quali afferma di essere preoccupato che nella propria azienda e in Europa si possa diffondere una cultura lavorativa di stampo statunitense. Non solo; più di un terzo è arrivato a dichiarare che inizierebbe subito a cercare un nuovo posto di lavoro se ciò dovesse accadere.
Ma quali sono queste differenze nel mercato e nella cultura del lavoro che tanto ci preoccupano? La prima è sicuramente che la maggior parte dei lavoratori d’oltre oceano non si trova a operare sotto un contratto di lavoro collettivo. Negli Stati Uniti, infatti, il sistema più diffuso è quello dell’employment at-will, ovvero la situazione in cui il rapporto lavorativo è definito esclusivamente tra datore e dipendente, senza parti terze. Ciò rende il mercato americano molto più precario del nostro, in quanto ambo le parti possono decidere unilateralmente e in qualsiasi momento quando interromperlo. Naturalmente, è vero anche che passa molto meno tempo prima che una persona riesca a trovare un nuovo lavoro.
Tuttavia, questa contrattazione diretta non influisce solo sulla solidità di una posizione lavorativa, ma anche su tutto ciò che è welfare. Infatti, anche aspetti come le ferie sono decisi da un accordo tra le parti e, visti i rapporti di forza in essere, difficilmente un dipendente medio riesce a ottenere più di 10-15 giorni di ferie più altri 5 di permesso e non sempre questi sono pagati o possono essere presi quando si vuole. Lo stesso dicasi per la maternità, che si limita a 12 settimane retribuita ai due terzi dello stipendio.
Inoltre, a queste differenze di tipo legale-burocratico, si aggiungono differenze a livello di attitudine. Dagli States, in generale, traspare l’idea che una persona, per avere successo, deve impegnarsi duramente e sacrificare le sue comodità per produrre. Questo ultimo punto crea una valutazione della performance di un lavoratore molto più basata sui risultati numerici, la quale, a sua volta, si traduce in maggiori controlli, maggiori tracciamenti e maggiore competitività.
Queste caratteristiche, che in America sono la normalità, in Europa sono agli antipodi di quella che è la nostra cultura lavorativa e quindi il modello di mercato del lavoro che ricerchiamo, ovvero quello in cui potenzialmente si può anche passare l’intera carriera nella stessa realtà, godendo di più benefit aggiuntivi anche se per stipendi più modesti. Non è un caso che i dipendenti tendano quindi a combattere la visione americana.
Questa ostilità emerge chiaramente di nuovo dalla ricerca di Zety®, dalla quale si evince che il 59% considera una priorità assoluta difendere le nostri leggi sul lavoro e il 68% le vorrebbe anche potenziare. Inoltre, il 43% si dice preoccupato della frenesia che un modello statunitense creerebbe, mentre il 34% non vede di buon occhio proprio quella sorveglianza sul posto di lavoro e quel tracciamento della produttività menzionate prima. Infine, il 33% teme licenziamenti e insicurezza lavorativa.