
Donne e STEM in Italia, il divario che nasce ben prima dell’università e continua nel lavoro
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Le donne sono la maggioranza tra chi consegue una laurea in Italia, ma non nelle discipline scientifiche e tecnologiche. Secondo il XXVIII Rapporto AlmaLaurea 2026 sui percorsi di laurea, tra chi ha concluso gli studi nel 2025 la componente femminile raggiunge il 59,6% del totale e si ferma al 40,5% nelle STEM, una quota sostanzialmente stabile da dieci anni. La distanza si amplia ulteriormente entrando in alcuni gruppi disciplinari. Nei corsi di primo livello le donne rappresentano appena il 14,8% dei laureati in Informatica e tecnologie ICT e il 25,6% in Ingegneria industriale e dell’informazione.
Da questi numeri prende avvio il terzo e ultimo appuntamento de “La parità alla prova dei dati: maternità, retribuzioni, STEM”, il ciclo con cui Tuttowelfare osserva alcune delle disuguaglianze che attraversano il percorso formativo e professionale delle donne seguendone fasi differenti. Nel primo approfondimento abbiamo visto quanto maternità e lavoro continuino a condizionarsi reciprocamente, con appena il 58,2% delle madri con almeno un figlio in età prescolare occupato. Nel secondo abbiamo affrontato il tema della trasparenza retributiva e del gender pay gap, interrogandoci su quanto rendere visibili le differenze possa contribuire a correggerle.
Con le STEM il punto di osservazione si sposta ancora più indietro, verso le scelte formative e la costruzione delle competenze, ma finisce per ricongiungersi agli stessi nodi. Perché le donne arrivano meno frequentemente in alcuni percorsi ad alta componente scientifica e tecnologica (e maggiormente “a prova di futuro”)? Quanto sono realmente libere queste scelte? E soprattutto, una volta superata la barriera d’ingresso, le differenze scompaiono davvero?
Un divario fermo da dieci anni
Il dato che colpisce maggiormente non è soltanto la distanza tra uomini e donne, ma la sua persistenza.
“Il dato più eloquente è proprio la stabilità nel tempo: negli ultimi dieci anni la quota di donne che si iscrivono ai percorsi STEM è rimasta sostanzialmente invariata, ed è questa persistenza a rendere il fenomeno strutturale”, spiega Davide Cristofori, Responsabile indagine Percorsi di laurea di AlmaLaurea.
Il Rapporto di Genere AlmaLaurea 2026, riferito ai laureati del 2024, restituisce una fotografia sostanzialmente sovrapponibile a quella più recente. Le donne rappresentavano il 41,1% dei laureati STEM contro il 59,9% del totale. Il rapporto invita quindi a non interpretare la scelta del corso di laurea come il momento in cui nasce la disuguaglianza, ma piuttosto come uno degli esiti di condizionamenti che si accumulano negli anni.
Genere, tipo di diploma, risultati scolastici, background culturale ed economico familiare risultano tutti associati alla probabilità di laurearsi in un ambito STEM, anche se AlmaLaurea invita a non costruire una gerarchia tra questi fattori. A ciò si aggiunge ciò che le rilevazioni statistiche faticano maggiormente a misurare, dagli stereotipi alle aspettative individuali fino alla percezione delle proprie capacità. Gli studi richiamati nel Rapporto mostrano, per esempio, che a parità di competenze matematiche le ragazze tendono a manifestare una maggiore ansia verso la materia e una minore autoefficacia percepita.
Come sottolinea Cristofori di AlmaLaurea: “Un’ampia letteratura evidenzia come la percezione delle discipline STEM sia influenzata da stereotipi ambientali e culturali che associano l’attitudine per la matematica e la tecnologia a doti naturali ‘maschili’.”
È su questo punto che la lettura di Arianna Montorsi, Direttrice del Centro Studi di Genere del Politecnico di Torino, che invece rileva un aumento significativo delle iscritte a Ingegneria al Politecnico di Torino, aggiunge un elemento importante. Intervenire soltanto negli ultimi mesi prima dell’immatricolazione significa arrivare quando una buona parte delle rappresentazioni è già sedimentata.
Nei dati e nelle esperienze raccolte, sottolinea Montorsi, il condizionamento non compare improvvisamente davanti alla scelta universitaria, ma “è quasi la fine di un percorso molto complesso. Per entrare a ingegneria c’è un test di ingresso, sopra il punteggio di 60 la matricola può scegliere l’indirizzo. Abbiamo osservato che fra le studentesse che superavano il test, una quota superiore del 30% a quella dei ragazzi non si iscriveva”. Anche proprio quando sembra “che sia fatta”, intervengono fattori esterni alle capacità che fanno sì che non tutte le alternative abbiano davvero la stessa possibilità di entrare nell’orizzonte di una ragazza.
Non tutte le STEM sono uguali
Anche parlare genericamente di STEM può nascondere differenze molto ampie. Nei dati AlmaLaurea la presenza femminile è maggiore nelle discipline scientifiche e molto inferiore nei percorsi informatici e ingegneristici, soprattutto nell’Ingegneria industriale e dell’informazione.
Le rilevazioni non consentono di isolare una causa, ma rimandano ancora una volta alla costruzione culturale delle professioni. AlmaLaurea richiama il peso di materie ancora percepite come “maschili” e di un mercato del lavoro che continua, a sua volta, ad associare alcune occupazioni più facilmente agli uomini, indipendentemente dalle capacità effettivamente possedute.
Montorsi richiama in questo senso il caso emblematico dell’Informatica “quando è stata creata Informatica, negli anni ‘80, le studentesse rappresentavano più del 50% della popolazione iscritta. In famiglia e comunemente era pensata come una ragioneria avanzata e quindi in linea con la carriera di segreteria. La disciplina non aveva ancora assunto l’immaginario fortemente maschile che le viene associato oggi, non si sapeva bene cosa fosse, e le ragazze mostravano capacità in linea con questo percorso. A un certo punto è diventata ‘da uomini’ e oggi è la facoltà con meno donne iscritte”. Evidentemente un esito che nulla a che vedere con le capacità appunto di noi donne.
Anche per Mirta Michilli, direttrice generale di Fondazione Mondo Digitale, la distinzione netta tra STEM e non STEM va però osservata alla luce di un’offerta formativa che sta diventando più ibrida. Informatica, dati e intelligenza artificiale entrano sempre più spesso in corsi di linguistica, comunicazione, patrimonio culturale, design e scienze sociali. Le Digital Humanities ne sono un esempio. Non significa ridimensionare il gender gap misurato nei percorsi STEM tradizionali, ma riconoscere che una parte delle competenze tecnologiche si sta sviluppando anche nelle zone di incontro tra discipline.
Orientamento, role model e impatto: cosa funziona davvero?
È proprio sulla costruzione delle possibilità percepite che si concentra da anni il lavoro di Coding Girls. “Per questo mi piace dire che prima di poter scegliere una strada bisogna riuscire a immaginarsi mentre la si percorre. È una delle lezioni che abbiamo imparato in questi anni: ciò che non vediamo rappresentato intorno a noi rischia di apparirci molto più lontano, anche quando avremmo tutte le capacità per raggiungerlo” osserva Michilli.
Il punto, quindi, non è soltanto aumentare il numero dei modelli femminili, ma interrogarsi su quali siano realmente in grado di produrre identificazione. Come spiega ancora Michilli, “Una role model ha valore quando smette di essere semplicemente una figura eccezionale da ammirare e diventa una persona con cui confrontarsi: racconta come ha scelto, che cosa ha sbagliato, quali ostacoli ha incontrato, come ha cambiato idea. Rende una professione meno astratta e più accessibile”.
Per questo Fondazione Mondo Digitale lavora sempre più su un orientamento esperienziale, attraverso laboratori, hackathon, incontri con ricercatrici e professioniste, collaborazione con università e imprese e sfide concrete da affrontare in gruppo. Una riflessione simile emerge dall’esperienza del Politecnico di Torino. Nel lavoro sviluppato con le studentesse, anche in questo caso attraverso un hackathon, Montorsi sottolinea “il valore di testimonianze nelle quali sia possibile riconoscersi senza selezionare soltanto storie fuori dall’ordinario”. La possibilità di immedesimarsi conta perché riduce la distanza tra una professione immaginata e una traiettoria percepita come concretamente accessibile. Da qui il concept “We are here, we are her”.
Anche il contesto familiare entra nella costruzione delle alternative considerate possibili. AlmaLaurea rileva che, nelle STEM, le donne conseguono più frequentemente degli uomini una laurea nello stesso ambito disciplinare di almeno uno dei genitori: nel 2024 la quota era del 17,9% tra le donne e del 16,3% tra gli uomini. È una differenza contenuta, ma in controtendenza rispetto a quanto avviene nel complesso dei percorsi universitari e suggerisce quanto la familiarità con un ambito possa contribuire a renderlo più facilmente immaginabile come scelta.
Negli ultimi anni, però, università, imprese, fondazioni e associazioni hanno moltiplicato programmi di orientamento, mentoring, borse di studio e iniziative dedicate alle ragazze. La domanda successiva riguarda quindi la loro efficacia. “Un cambiamento sarebbe stato lecito attenderselo, anche alla luce degli sforzi compiuti dagli atenei per incentivare le iscrizioni femminili alle discipline STEM (orientamento in ingresso, programmi dedicati, borse di studio e riduzioni delle tasse): o è ancora presto per vederne i risultati, oppure questi interventi non stanno funzionando”, osserva Cristofori di AlmaLaurea.
È un interrogativo che Michilli pone anche guardando dall’interno uno dei programmi più longevi: “Resta infine una questione sulla quale dobbiamo essere esigenti anche con noi stessi: la valutazione dell’impatto nel tempo. Sapere quante ragazze partecipano a un progetto è importante, ma dice ancora poco su ciò che accade dopo. Vorremmo capire se, a distanza di tre, cinque o dieci anni, quell’esperienza abbia ampliato il ventaglio delle possibilità percepite, rafforzato la fiducia nelle proprie capacità, favorito l’accesso a opportunità formative e professionali che prima sembravano lontane”.
Un monitoraggio longitudinale di questa natura è complesso e Fondazione Mondo Digitale non dispone oggi di un tracciamento sistematico di tutte le partecipanti. Accanto ai numeri, negli anni sono state però raccolte evidenze qualitative di cambiamenti nelle aspirazioni, nella fiducia nelle proprie capacità e nelle successive scelte formative. È proprio la capacità di misurare questi effetti nel lungo periodo a rappresentare uno dei passaggi ancora aperti nel contrasto al gender gap STEM.
Il lavoro chiede più competenze STEM
Il tema assume un peso ulteriore se si guarda alla domanda del mercato del lavoro. In un articolo pubblicato il 13 ottobre 2026 sul Sole 24 Ore, Cristina Casadei e Claudio Tucci riportano i dati Excelsior secondo cui, nel periodo 2025-2029, al sistema produttivo italiano serviranno circa 13 mila laureati STEM in più ogni anno rispetto a quelli disponibili.
La XXXVI Indagine “Giovani e Occupazione” di GIDP fotografa una difficoltà analoga dal punto di vista degli HR Director. Il 72% delle aziende intervistate dichiara di incontrare difficoltà nel reperire i profili ricercati, con particolare criticità nelle aree STEM e tecnico-specialistiche. In risposta, il 60% afferma di preferire la revisione dei requisiti iniziali e l’investimento nella formazione dei neoassunti, anziché attendere sul mercato il candidato o la candidata già completamente formato.
Il problema della partecipazione femminile alle STEM si intreccia quindi con quello, più ampio, della disponibilità di competenze. Non perché colmare un fabbisogno delle imprese debba diventare la ragione per orientare le ragazze verso un determinato corso di laurea, ma perché lasciare agire condizionamenti che restringono il bacino di persone interessate ad alcuni percorsi ha conseguenze anche sulla capacità del sistema produttivo di reperire professionalità.
Entrare nelle STEM non cancella le differenze
C’è poi un ultimo passaggio che impedisce di considerare l’aumento delle iscrizioni femminili come una soluzione sufficiente. Le differenze continuano anche dopo la laurea.
Nel Rapporto di Genere AlmaLaurea 2026, le donne sono il 41,1% dei laureati STEM del 2024 ma scendono al 36,7% tra i dottori di ricerca STEM. Sul mercato del lavoro, tra le persone laureate di secondo livello del 2019 osservati a cinque anni dal titolo, il tasso di occupazione è del 91,1% per le donne e del 94,8% per gli uomini. La retribuzione mensile netta media è pari rispettivamente a 1.842 e 2.125 euro, con un differenziale del 15,4% a favore degli uomini. Conferme anche dal Centro Studi di Genere del Politecnico di Torino.
“Più che di «dispersione» del talento femminile STEM, termine che suggerisce che le donne si perdano lungo il percorso, parleremmo di un minore riconoscimento delle donne laureate in generale. I nostri dati mostrano che nell’area STEM, nonostante performance occupazionali migliori rispetto al complesso dei laureati, le donne restano comunque più svantaggiate della componente maschile in termini occupazionali e retributivi.” sottolinea Claudia Girotti, Responsabile indagine Esiti occupazionali della laurea di AlmaLaurea.
Ed è qui che il terzo capitolo de “La parità alla prova dei dati: maternità, retribuzioni, STEM” torna inevitabilmente ai primi due. Avere più laureate STEM non elimina automaticamente il gender pay gap che la maggiore trasparenza retributiva sta cercando di rendere visibile. Allo stesso modo, accedere a una professione tecnica non mette al riparo dalle conseguenze che maternità e carichi di cura continuano ad avere sull’occupazione e sulle carriere femminili.
Il tema diventa ancora più rilevante in un Paese che nei prossimi decenni avrà meno persone in età da lavoro e nel quale una maggiore partecipazione femminile rappresenta una delle leve disponibili per compensare almeno in parte il declino della forza lavoro, come abbiamo approfondito recentemente parlando di donne e forza lavoro del futuro.
La parità come spazio delle possibilità
Maternità, retribuzione e STEM raccontano fasi differenti della vita formativa e professionale, ma restituiscono un elemento comune. Le disuguaglianze raramente si producono in un unico momento. Si accumulano attraverso aspettative, scelte formative, organizzazione del lavoro, distribuzione delle responsabilità familiari, percorsi di carriera e sistemi di remunerazione.
I dati servono a rendere visibili questi passaggi. Nel caso delle STEM mostrano che il divario comincia prima dell’ingresso nel mercato del lavoro, assume dimensioni molto diverse a seconda delle discipline e non scompare per le donne che scelgono di intraprendere questi percorsi.
Come sintetizza Michilli, “La parità non richiede che ragazze e ragazzi si distribuiscano in parti uguali tra tutte le discipline. Richiede che ciascuno possa costruire il proprio percorso avendo davanti lo stesso spazio di possibilità”.