Caregiver familiari: luci e ombre del Ddl Locatelli
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Caregiver familiari: luci e ombre del Ddl Locatelli

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Quello della cura di persone care non più autosufficienti e dei caregiver familiari è un problema che ad oggi riguarda circa 7 milioni di persone in Italia, secondo i più recenti dati Istat, e sulla nostra testata è stato già discusso come il mancato intervento comporti non solo un malessere e una sofferenza diffusa per una fetta consistente della popolazione, ma anche in un’ottica prospettica costi diretti e indiretti per centinaia di miliardi di euro a carico dello Stato.

 

Tuttavia, dopo un lavoro durato due anni, lo scorso 12 gennaio il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge (Ddl) Locatelli, che per la prima volta introdurrebbe un quadro normativo organico proprio verso la figura del caregiver familiare, riconoscendone il valore sociale ed economico e garantendone una maggiore dignità.

 

Nello specifico, il testo fornisce finalmente una visione chiara su chi può essere riconosciuto come caregiver familiare, includendo il coniuge, le parti dell’unione civile, i conviventi di fatto e i parenti entro il secondo grado, estendendo la possibilità agli affini entro il terzo grado in casi specifici. Una scelta che consolida una rete di protezione giuridica certa attorno alla persona. Inoltre, la ministra per le disabilità Alessandra Locatelli, da cui il Ddl prende il nome, ha affermato che questo provvedimento mira a raggiungere un duplice obiettivo:

 

  • Contrastare l’isolamento sociale di chi presta assistenza continuativa a un familiare non autosufficiente
  • Introdurre un sostegno economico mirato per chi passa molteplici ore al giorno a svolgere l’attività di caregiver familiare

 

Per raggiungere il primo punto, il legislatore ha previsto una serie di misure che vanno dalla facoltà di chiedere supporto psicologico alla possibilità di accesso prioritario a interventi sanitari. A questo si aggiungono una serie di interventi che mirano a favorire la permanenza o il rientro nel mercato del lavoro, come il vedere riconosciute le ore impiegate nella cura dei familiari per ottenere la qualifica di operatore socio-sanitario e, per i più giovani, la possibilità di ottenere crediti formativi per le scuole superiori e l’esenzione dal pagamento delle tasse universitarie.

 

Sul fronte del sostegno economico, però, si evince come questa legge, qualora fosse approvata, sia sicuramente un punto di partenza fondamentale, ma dovrà diventare più incisiva nel tempo. Infatti, dal Ddl emerge come i 257 milioni di euro l’anno (fino al 2028) saranno ripartiti tra i caregiver familiari a seconda del loro impegno di cura e che per ottenere la massima misura assistenziale è richiesto il rispetto di vincoli molto stringenti.

 

Il provvedimento, infatti, prevede un supporto economico fino a 400 euro mensili, erogabili su base trimestrale, a patto che l’Isee del richiedente non superi i 15mila euro. Inoltre, l’importo massimo è garantito solamente a chi passa almeno 91 ore settimanali (in media 13 ore al giorno) a svolgere l’attività di prestatore di cura. Ciò significa che dei 7 milioni di caregiver familiari citati all’inizio, solamente 52mila beneficeranno appieno del provvedimento; un numero che corrisponde a poco più dell’1% del totale

 

Infine, chi ne dovesse fare richiesta inizierà a ricevere il contributo a partire nel 2027, dato che, per quest’anno, 1,15 milioni di euro saranno stanziati per creare la piattaforma Inps che raccoglierà le richieste di chi vuole essere riconosciuto come caregiver familiare.

 

Proprio su questi vincoli si sono scatenate le proteste di partiti politici di opposizione, Università e attivisti. Tra questi ultimi, è emblematico il caso di Luca Faccio, blogger e attivista che si occupa di tematiche legate alla disabilità, che con una lettera pubblicata su Il Fatto Quotidiano chiede a gran voce di eliminare i tetti all’Isee e al reddito per i caregiver familiari. Sulle pagine de Il Manifesto, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle accusano il Governo di aver approvato una “mancetta” in vista del referendum di marzo, mentre il professor Riccardo Gori, dell’Università di Trento, avverte del pericolo che il tema si esaurisca unicamente in sussidi monetari.

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