Il giorno dopo l’8 marzo
Passato l’8 marzo, i riflettori si abbassano, le campagne di marketing costruite attorno alla ricorrenza vengono rapidamente archiviate e la politica rientra nella sua ordinaria amministrazione, circostanza che talvolta non dispiace (alla luce di certe esternazioni recenti). Eppure, quando la scena si svuota e il rumore delle celebrazioni si dissolve, ciò che rimane sono le questioni irrisolte e soprattutto i numeri, ostinati testimoni che continuano a restituire il ritratto di una realtà che non dovrebbe essere così facile ignorare.
Nonostante negli ultimi anni l’occupazione femminile sia cresciuta, le donne rappresentano il 51% della popolazione italiana nella fascia di età lavorativa (15-64 anni), ma solo il 42,1% degli occupati è donna. Il tasso di occupazione femminile è del 53,3% (circa 18 punti percentuali in meno di quello degli uomini nella stessa fascia di età e 13 punti percentuali in meno rispetto al dato medio UE 27) e il tasso di inattività femminile in questa fascia di età è del 42,4% (18 punti percentuali in più rispetto al dato degli uomini e 12,9 punti in più di quello delle donne europee nella stessa fascia di età), secondo un’elaborazione ODM Consulting su dati ISTAT.
La distanza appare evidente già tra le giovani generazioni. Le ragazze studiano di più e abbandonano meno precocemente la scuola rispetto ai coetanei maschi. Nel 2024 il 38% delle donne tra i 25 e i 34 anni possiede una laurea, a fronte del 25% degli uomini, mentre il tasso di abbandono scolastico si attesta al 7,1% tra le ragazze e al 12,2% tra i ragazzi, secondo dati ISTAT rielaborati da Save the Children (2024). Questo vantaggio educativo, tuttavia, tende a dissolversi al momento dell’ingresso nel mercato del lavoro. Tra i giovani tra i 15 e i 34 anni che non studiano e non lavorano, i cosiddetti NEET, le ragazze rappresentano il 18,1% contro l’11,2% dei ragazzi, come evidenziato dal Laboratorio permanente sul fenomeno NEET Dedalo della Fondazione Gi Group. Il divario cresce con l’età e raggiunge il suo picco nella fascia tra i 30 e i 34 anni, dove il 29% delle donne è NEET contro il 12,5% degli uomini della stessa età. Tra le cause pesa in modo significativo la distribuzione dei carichi di cura. Una donna NEET su quattro si trova in questa condizione per responsabilità familiari, mentre tra gli uomini la quota si ferma al 3%. Inoltre il 18,8% delle donne inattive non è disponibile a lavorare, contro il 6,4% degli uomini.
Il punto più critico resta la maternità. Dopo la nascita di un figlio quasi sette dimissioni su dieci riguardano le madri, mentre tra i 25 e i 54 anni lavora il 62,3% delle donne con figli contro il 91,5% dei padri, secondo dati ISTAT citati nel report Le Equilibriste 2025 di Save the Children. Nel complesso circa una donna su cinque lascia il lavoro dopo la maternità.
Leggi l’approfondimento sulla maternità in Italia nel 2026.
Anche quando restano nel mercato del lavoro, molte donne riducono il proprio orario. Il 29,3% delle lavoratrici è occupato part-time, a fronte del 6,2% degli uomini, e nel 15,6% dei casi si tratta di part-time involontario, come emerge dal report Tra nidi, part-time e vertici della Rome Business School su dati ISTAT. Circa il 76% dei lavoratori part-time in Italia è donna, secondo elaborazioni ISTAT sul mercato del lavoro.
Questa dinamica riflette anche la distribuzione dei carichi familiari, come anticipato. Secondo l’Indagine sull’uso del tempo dell’ISTAT, circa il 70% del lavoro domestico e di cura non retribuito è svolto dalle donne, una sproporzione che continua a incidere profondamente sulle opportunità di carriera e sulla continuità lavorativa.
Alle disuguaglianze occupazionali si sommano quelle salariali. In Italia il gender pay gap medio è del 10,4%, secondo l’analisi retributiva di ODM Consulting, aggiornata a settembre 2025. Il divario attraversa tutte le categorie professionali e raggiunge il 12,3% tra gli operai, il 10,6% tra i dirigenti e il 10% tra gli impiegati.
Il cosiddetto soffitto di cristallo resta evidente anche ai vertici delle imprese. Le donne rappresentano circa il 43% dei membri dei consigli di amministrazione delle società quotate, ma solo il 2,2% ricopre il ruolo di amministratrice delegata e poco più del 21% dei dirigenti è donna, secondo dati Consob e analisi ODM Consulting.
Nel confronto internazionale il ritardo italiano appare altrettanto evidente. Il Global Gender Gap Report 2024 del World Economic Forum colloca l’Italia all’87° posto su 146 Paesi per parità di genere, posizione che scende all’111° posto per partecipazione economica femminile e al 95° posto per parità salariale.
La disuguaglianza riguarda anche l’autonomia finanziaria. Secondo Global Thinking Foundation, il 42% delle donne in Italia non possiede un conto corrente personale, mentre circa il 22% delle italiane vive in una condizione di dipendenza economica, secondo dati dell’Organisation for Economic Co-operation and Development.
Le conseguenze sono anche sociali. Più di una donna su quattro, il 26,6%, è a rischio di lavoro a basso reddito, contro il 16,8% degli uomini, secondo il rapporto Le Equilibriste di Save the Children. Tra le famiglie più fragili emergono in particolare quelle monogenitoriali, dal momento che il 77,6% dei nuclei con un solo genitore è composto da madri sole, con un rischio di povertà che supera il 32%, sempre secondo ISTAT citato nel report Le Equilibriste 2025.
Il report di Unitelma Sapienza, guidato da Azzurra Rinaldi, economista e direttrice della School of Gender Economics, insieme a Claudia Pitteo e Dawid Dawidowicz, restituisce una fotografia nitida di un indicatore di disuguaglianza che si affianca al reddito e all’occupazione finora rimasto ai margini dell’analisi economica: il tempo personale. Tra i 26 e i 35 anni l’83% delle donne dichiara di sentirsi costantemente stanca, mentre nella fascia tra i 36 e i 45 anni l’81% afferma di non avere nemmeno un’ora al giorno per sé. Numeri che non descrivono un limite individuale, ma una disuguaglianza strutturale con conseguenze significative, perché il tempo è la condizione che permette di prendersi cura di sé (dalla salute alla carriera).
A tutto ciò si aggiunge che, secondo elaborazioni Istat, le donne che hanno subito una forma di molestia sul lavoro nel corso della vita sono pari a circa 1 milione 895mila, il 13,5% del totale delle donne tra i 15 e i 70 anni. Nei tre anni precedenti all’indagine del 2022-2023, hanno subito questi episodi il 4,2% delle donne e negli ultimi 12 mesi il 2,1%. Sono vittime di molestie sul lavoro in particolare le giovani donne. Le molestie sul lavoro colpiscono prevalentemente il 21,2% delle donne nella fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni, e il 18,9% delle donne di età compresa tra i 25 e i 34 anni. Oltre i confini del lavoro, in base alle stime preliminari desunte dalla rilevazione in corso sempre di Istat, nel 2025 sono circa 6 milioni e 400mila (il 31,9%) le donne italiane dai 16 ai 75 anni di età che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita (a partire dai 16 anni di età). Il 18,8 ha subìto violenze fisiche e il 23,4% violenze sessuali; tra queste ultime, a subire stupri o tentati stupri sono il 5,7% delle donne. Per le donne che sono o sono state in coppia va aggiunta la violenza psicologica (17,9%) e la violenza economica (6,6%).
I numeri sembrano parlare con sufficiente chiarezza. Eppure, proprio nelle ultime settimane si sono susseguite decisioni e dichiarazioni che sembrano muoversi in direzione opposta. Per partecipare ai progetti scolastici dedicati all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole medie e negli istituti superiori sarà necessario il consenso scritto dei genitori. Il disegno di legge sul consenso ha subito un ribaltamento che sostituisce il principio del “consenso libero, attuale e revocabile” con il riferimento alla “volontà contraria” della vittima. Il congedo di paternità continua a essere limitato e non priorità per le casse dello Stato. Anche lo strumento delle quote di genere viene frequentemente rimesso in discussione. Dal palco di un recente intervento, come ha riportato Azzurra Rinaldi, è stato affermato che la parità non si realizza con le quote o con meccanismi di favore, perché la vera libertà consisterebbe nel conquistare sul campo la propria posizione. Un’affermazione che ignora un dato evidente, cioè che il campo, per le donne, non è mai stato davvero in piano.
Alcuni dati, più di altri, restituiscono con precisione la natura culturale del problema. Il laboratorio Dedalo lo mostra con chiarezza. Quando il titolo di studio della madre cresce, il rischio per i figli di diventare NEET diminuisce drasticamente. Nella fascia tra i 15 e i 34 anni il tasso passa dal 38,4% quando la madre ha la licenza elementare al 7% quando è laureata. Mentre il Report di Unitelma Sapienza smonta il mito per cui “nelle nuove generazioni il carico sia condiviso”. Secondo i dati, il lavoro di cura continua a stare sulle spalle delle donne, il 53% delle donne si occupa da sola del lavoro domestico.
Le evidenze, del resto, non mancano neppure sul versante delle soluzioni. Politiche pubbliche sperimentate in Paesi molto vicini al nostro indicano con chiarezza quali siano le strade più efficaci per ridurre le disuguaglianze di genere. Strade che raramente passano per bonus temporanei, ma parlano più la lingua dei servizi.
Ma oggi è il giorno dopo. E nel giorno dopo, quasi sempre, sembra che parlare di ieri non abbia più molto senso. Almeno fino alla prossima mimosa, oggi già appassita.
Buon 9 marzo!
(almeno oggi rivediamo questo video)
* L’illustrazione di copertina richiama la piazza nella città di Trento, a memoria del fatto che il lavoro oggi è uno degli strumenti più potenti di indipendenza, libertà di scelta ma anche di empowerment.