
La fuga dei cervelli dipende anche dal malessere in azienda
Sono ormai molti anni che l’Italia si trova ad avere a che fare con la “fuga dei cervelli” e la perdita dei suoi talenti migliori, soprattutto quelli più giovani, che decidono di andare a vivere e a lavorare fuori dai confini nazionali. Questo problema è particolarmente sentito in un Paese come il nostro, in cui non solo l’età media dei lavoratori è di 44,4 anni – superiore alla media europea, ma anche l’incidenza degli over 65 sulla popolazione è in costante crescita, con i baby boomer che entro il 2050 arriveranno a rappresentare quasi il 35% del totale (dati Istat 2025).
Per dare un’idea del fenomeno, basta pensare che l’Istat ha calcolato che nell’arco di 10 anni, tra il 2014 e il 2024, i giovani under 34 laureati che hanno spostato l’indirizzo di residenza fuori dall’Italia sono stati 87mila. Non solo, il nostro Istituto di Statistica ha rilevato anche che per 1 under 34 straniero che viene a vivere nei nostri confini, 9 cittadini lasciano il Paese.
Tuttavia, non si può certo affermare che la fuga dei cervelli sia un problema sconosciuto alle imprese italiane. Infatti, probabilmente da altrettanti anni si chiede a queste di cercare di essere più attrattive verso i potenziali dipendenti, spingendo quelli che già ci lavorano a rimanerci il più a lungo possibile. Dall’altro lato, queste ultime chiedono costantemente alle Istituzioni e alla politica di essere messe nelle condizioni per riuscirci, di essere competitive rispetto agli altri Paesi.
Quello che però sembra sfuggirci è il fatto che l’attrattività non dipende solamente dallo stipendio più alto, dalla possibilità di fare carriera o dai benefit aziendali, sebbene siano sempre più importanti all’interno della retribuzione. Infatti, spesso a fare la differenza tra rimanere o unirsi ai cervelli in fuga è rappresentata anche da aspetti meno tangibili, ma altrettanto importanti come il clima, l’ascolto, la comunicazione. In un recente articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore, la professoressa dell’Università Cattolica, Caterina Gozzoli, ha spiegato che questi elementi sono stati sottovalutati troppo a lungo e ciò ha provocato uno scollamento tra quanto messo in pratica per migliorare la vita aziendale e quanto effettivamente percepito, generando stress e rassegnazione tra i lavoratori. Questo trend è stato confermato anche dal recente “State of Global Workplace Report” di Gallup, dal quale emerge come l’Italia abbia un tasso di lavoratori dipendenti realmente coinvolti tra i più bassi d’Europa (8%). Peggio di noi fa solo la Francia con il 7%.
Una dimensione quantitativa del fenomeno ce la danno gli HR Trends di Randstad e dell’ASAG (Alta Scuola di Psicologia Agostino Gemelli), secondo cui un lavoratore su cinque presenta i sintomi del burnout e ben 7 su 10 chiedono alle aziende per cui lavorano di occuparsi maggiormente della loro salute mentale.
Prendere questo genere di provvedimenti è essenziale per contrastare un fenomeno come la fuga dei cervelli, in quanto i giovani non solo danno maggiore attenzione al benessere psicologico, ma risultano anche più colpiti da ansia, stress e altri disturbi. A dirlo è una recente ricerca dell’Osservatorio UniSalute, realizzato in collaborazione con Nomisma, secondo il quale, se dalla ricerca Randstad e ASAG emerge che il 28% dei lavoratori soffre di ansia, tra i giovani il rapporto raggiunge la quota di uno su tre.
Sempre dallo stesso studio risulta che il raggiungimento del benessere psicologico è un obiettivo del 53% degli under 40, eppure del 77% delle imprese che si dice consapevole dell’importanza della salute mentale dei dipendenti, meno della metà (47%) ha effettivamente preso provvedimenti in tal senso. Non ci sarebbe quindi da sorprendersi se la fuga dei cervelli non fosse legata solamente a migliori prospettive, ma anche alla ricerca di un posto di lavoro dove stare semplicemente meglio.
Infine, dare maggiore importanza alla salute mentale dei propri dipendenti, soprattutto di quelli più giovani, porta beneficio anche alle organizzazioni stesse. Infatti, gli HR Trends 2025 affermano che inquelle che hanno effettivamente preso provvedimenti è stato riscontrato nell’88% dei casi un più alto senso di appartenenza all’azienda, nell’85% una maggiore produttività e qualità del lavoro e nell’81% una maggiore fidelizzazione e un’immagine aziendale decisamente migliorata.