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	<title>sanità Archivi - Tuttowelfare</title>
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	<description>Tuttowelfare.info è la prima testata giornalistica interamente dedicata al welfare</description>
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		<title>L’Italia nel 2026: dati su stipendi, sanità e istruzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2026 05:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Retribuzioni reali ancora deboli, liste d’attesa in miglioramento ma disomogenee, dispersione scolastica in calo: i dati sull’Italia nel 2026.</p>
<p>L'articolo <a href="https://tuttowelfare.info/italia-oggi-dati/">L’Italia nel 2026: dati su stipendi, sanità e istruzione</a> proviene da <a href="https://tuttowelfare.info">Tuttowelfare</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper" id="wpb-content-root"><span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 11</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><div class="vc_row wpb_row section vc_row-fluid " style=' text-align:left;'><div class=" full_section_inner clearfix"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element ">
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			<p>Come sta l’Italia nel 2026? I dati più recenti restituiscono un quadro articolato. Il potere d’acquisto dei lavoratori non ha ancora recuperato pienamente le perdite generate dall’inflazione; le liste d’attesa della sanità mostrano alcuni miglioramenti, soprattutto per le prestazioni urgenti e brevi, ma continuano a presentare forti differenze territoriali; nella scuola diminuiscono la dispersione esplicita e quella implicita, mentre restano fragilità nell’apprendimento. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Stipendi, accesso alle cure e istruzione descrivono tre dimensioni diverse del benessere delle persone e del nostro Paese. Osservarle insieme permette di comprendere meglio non soltanto la situazione economica e sociale del Paese, ma anche il ruolo che politiche pubbliche, imprese e sistemi di welfare possono assumere nel rispondere ai bisogni emergenti. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>

		</div> 
	</div> 
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element ">
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			<h3><span style="color: #dd9933;"><strong>Stipendi in Italia: il recupero del potere d’acquisto resta incompleto</strong> <strong><span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></strong></span></h3>
<p>L’analisi pubblicata il 21 luglio 2026 dall’Ufficio parlamentare di bilancio conferma la debolezza di lungo periodo delle retribuzioni italiane. Secondo i dati OCSE richiamati dall’UPB, tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni lorde reali per dipendente a tempo pieno equivalente sono diminuite in Italia dell’1,6%, mentre negli altri principali Paesi avanzati sono cresciute. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Lo stesso studio presenta anche una seconda misurazione, che non deve essere confusa con la precedente. Utilizzando il campione longitudinale LOSaI dell’INPS e concentrandosi sui lavoratori dipendenti privati non dirigenti, l’UPB stima che tra il 1990 e il 2026 la retribuzione lorda reale media sia diminuita del 6,6%. Per gli anni dal 2019 al 2026 le retribuzioni sono state aggiornate applicando gli incrementi contrattuali e mantenendo invariata la composizione della popolazione analizzata. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Il calo, inoltre, non è stato uniforme. Nella parte più bassa della distribuzione retributiva, corrispondente al decimo percentile, la diminuzione stimata raggiunge il 40,8%, mentre al novantesimo percentile si registra un incremento del 3,3%. Anche le differenze settoriali sono rilevanti: tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni reali crescono del 16,5% nell’industria e nelle costruzioni, ma diminuiscono del 20,9% nei servizi. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Le riforme dell’Irpef hanno sostenuto soprattutto i redditi bassi e medi e hanno ridotto parte delle differenze nel passaggio dalla retribuzione lorda a quella netta. Secondo l’UPB, tuttavia, la redistribuzione fiscale non può cancellare le disuguaglianze prodotte dal mercato del lavoro, legate anche alla diffusione del part time, alla qualifica professionale e al settore di appartenenza. In questa prospettiva si inseriscono anche le <a href="https://tuttowelfare.info/trasparenza-retributiva-cosa-cambia-aziende-lavoratori/">nuove regole sulla trasparenza retributiva</a>, entrate nella fase operativa nel giugno 2026. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Anche il confronto con il periodo precedente alla crescita dell’inflazione mostra un recupero ancora incompleto. Nel primo trimestre del 2026 le retribuzioni reali italiane risultavano ancora inferiori di oltre il 2% rispetto al primo trimestre del 2021. L’OCSE segnala inoltre che il nuovo aumento dei prezzi dell’energia potrebbe pesare in misura maggiore sulle famiglie con redditi più bassi, che destinano a queste spese una quota superiore del proprio bilancio. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>In questo scenario cresce il ricorso al welfare aziendale per sostenere le spese quotidiane, come abbiamo visto <a href="https://tuttowelfare.info/report-welfare-di-randstad-in-italia-e-boom-dei-fringe-benefits/">in questa analisi</a>. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 40px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>

		</div> 
	</div> 
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element ">
		<div class="wpb_wrapper">
			<h3><span style="color: #dd9933;"><strong>La sanità italiana sta migliorando?</strong> <strong><span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></strong></span></h3>
<p>Il primo Bollettino AGENAS sul monitoraggio delle liste d’attesa mette a confronto il primo semestre del 2026 con lo stesso periodo del 2025. Le prenotazioni analizzate, relative a 14 prime visite specialistiche e 22 esami diagnostici, sono aumentate da 13,3 a 14,9 milioni. Nel complesso sono state garantite entro i tempi previsti oltre 1,6 milioni di prestazioni in più. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>La quota di prime visite effettuate entro i tempi di garanzia è salita dal 76,4% al 78,5%, mentre per gli esami diagnostici è passata dall’82,8% all’84,6%. I risultati migliori riguardano soprattutto le prestazioni urgenti, da eseguire entro tre giorni, e quelle brevi, previste entro dieci giorni. Per le prime visite urgenti il rispetto dei tempi è cresciuto dal 77,7% all’81%; per quelle brevi dal 77,3% all’80,2%. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Il miglioramento medio non permette però di considerare risolto il problema. Secondo la lettura del bollettino AGENAS, nei primi sei mesi del 2026 circa 2,811 milioni di cittadini hanno atteso oltre il termine massimo previsto per una visita o un esame. Nel caso delle visite differite, da effettuare entro 30 giorni, il 26,7% è stato erogato oltre la scadenza e per l’8,3% la prima disponibilità è arrivata dopo più di sei mesi. Tra le visite programmate, che dovrebbero essere garantite entro 120 giorni, il 3,6% ha richiesto più di 300 giorni. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Restano inoltre differenze territoriali molto ampie. Per le prime visite, la quota effettuata nei tempi varia dal 98,9% della Basilicata al 54,7% della Provincia autonoma di Trento. Per gli esami diagnostici si passa dal 97,1% del Veneto al 62% dell’Umbria. Il dato nazionale deve quindi essere letto insieme alla capacità organizzativa e alle condizioni dei singoli sistemi regionali. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>I dati sulle liste d’attesa riguardano prevalentemente visite specialistiche ed esami diagnostici, mentre quelli sulla carenza di medici di medicina generale e pediatri riguardano l’assistenza territoriale. Non è quindi corretto stabilire, sulla base di queste rilevazioni, un rapporto causale diretto tra i due fenomeni. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Le analisi descrivono però due aspetti collegati della capacità del Servizio sanitario nazionale di garantire una presa in carico tempestiva. Una rete territoriale in difficoltà può rendere più complessi la continuità dell’assistenza, l’orientamento delle persone verso i servizi appropriati e la gestione dei bisogni prima che richiedano prestazioni specialistiche. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>La Fondazione GIMBE segnala una carenza di oltre 5.700 medici di medicina generale. Sul versante pediatrico, al 1° gennaio 2025 risultavano attivi 6.284 pediatri di libera scelta, con quasi 5,8 milioni di assistiti e una media nazionale di 917 pazienti per professionista. La carenza stimata è di 497 pediatri, il 78,7% dei quali concentrato in Lombardia, Piemonte e Veneto. Tra il 2025 e il 2029 sono inoltre previsti 1.547 pensionamenti. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Il rapporto tra carenza di medici di famiglia e pediatri emerge anche nei passaggi tra le diverse fasce d’età. Secondo GIMBE, molti ragazzi che terminano l’assistenza pediatrica rischiano di non trovare un medico di medicina generale disponibile, contribuendo al sovraccarico dei pediatri e rendendo più difficile garantire prossimità e libertà di scelta. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Alla disponibilità di professionisti si aggiunge il tema delle risorse. Analizzando il Documento di Finanza Pubblica 2026, GIMBE rileva che il rapporto tra spesa sanitaria e PIL rimarrebbe fermo al 6,4% fino al 2029 e quantifica in 30,6 miliardi di euro il divario complessivo, nel triennio 2027-2029, tra le previsioni di spesa sanitaria e il finanziamento pubblico disponibile. Si tratta di una stima della Fondazione, che evidenzia il rischio di ulteriori pressioni sui bilanci regionali e sull’erogazione dei servizi. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Anche per questo l’assistenza sanitaria integrativa può rispondere ad alcuni bisogni individuali, tema che abbiamo approfondito nell’analisi dedicata ai <a href="https://tuttowelfare.info/perche-il-ricorso-alla-sanita-integrativa-non-risolve-la-crisi-italiana/">limiti del ricorso alla sanità integrativa di fronte alla crisi del SSN</a> <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 40px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>

		</div> 
	</div> 
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element ">
		<div class="wpb_wrapper">
			<h3><span style="color: #dd9933;"><strong>Istruzione: dagli INVALSI al collegamento formazione e lavoro</strong> <strong><span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></strong></span></h3>
<p>Il Rapporto nazionale INVALSI 2026 presenta segnali positivi sul fronte della dispersione scolastica. Il tasso ELET, che misura la quota di giovani tra i 18 e i 24 anni privi di un diploma di scuola secondaria superiore e non inseriti in percorsi di formazione, si è attestato all’8,2% nel 2025. Secondo le stime INVALSI potrebbe scendere al 7,3% nel 2026. Quest’ultimo valore è quindi una stima e non un dato consolidato. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Diminuisce anche la dispersione implicita, cioè la quota di studenti che conclude la scuola senza raggiungere livelli adeguati negli apprendimenti fondamentali. Il valore è passato dall’8,7% del 2025 al 6,3% del 2026, il livello più basso della serie storica. INVALSI sottolinea comunque la necessità di verificare nei prossimi anni se il miglioramento sarà stabile. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>La diminuzione della dispersione scolastica non coincide però con il superamento del fenomeno dei NEET in Italia. L’uscita dai percorsi di istruzione, la distanza dal mercato del lavoro e le responsabilità familiari possono combinarsi in modo diverso e richiedono interventi personalizzati. Su questo tema è possibile <a href="https://tuttowelfare.info/carichi-cura-occupazione-femminile-inps-dedalo/">approfondire qui</a>. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Sul piano degli apprendimenti, il quadro rimane meno lineare. Nella scuola primaria la quota di alunni che raggiunge almeno il livello base in matematica è scesa dal 67% al 64% nella seconda classe e dal 66% al 63% nella quinta. Significa che nel 2026 più di un bambino su tre non raggiunge il livello base atteso in questa materia. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Nella scuola secondaria di primo grado raggiunge risultati almeno adeguati il 57% degli studenti in italiano e il 55% in matematica. Nell’ultimo anno delle superiori si registra invece un miglioramento: la quota che raggiunge almeno il livello previsto sale dal 52% al 54% in italiano e dal 49% al 52% in matematica. Restano tuttavia differenze significative tra le diverse aree del Paese. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Accanto alla riduzione della dispersione, un altro tema centrale è la capacità del sistema formativo di accompagnare i giovani verso il lavoro. Gli ITS Academy rappresentano uno dei principali percorsi di istruzione terziaria professionalizzante. Secondo i dati riportati da Cliclavoro, i diplomati raggiungono tassi di occupazione compresi tra l’84% e l’87% entro un anno dalla conclusione del percorso. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Nell’ambito degli investimenti collegati al PNRR sono stati inoltre attivati 1.422 percorsi formativi e 18.491 attività di orientamento, che hanno coinvolto oltre 126 mila studenti. Sono state assegnate 4.470 borse di studio e realizzati 1.662 laboratori. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Cresce anche la filiera formativa tecnologico-professionale 4+2. Per l’anno scolastico 2026-2027 gli iscritti risultano 10.532, quasi il doppio rispetto ai 5.449 dell’anno precedente. Sono stati autorizzati 532 nuovi percorsi quadriennali e le scuole che offrono questa opportunità sono diventate più di 700. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>Anche questo dato deve essere interpretato correttamente. Il percorso 4+2 può proseguire negli ITS Academy, ma l’iscrizione successiva non è obbligatoria. La crescita degli studenti della filiera non può quindi essere automaticamente considerata una crescita delle iscrizioni agli ITS. Indica piuttosto un maggiore interesse verso percorsi che cercano di rafforzare il collegamento tra istruzione tecnica, formazione professionale, imprese e territori. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 40px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>
<p>I dati su stipendi, sanità e istruzione non restituiscono una fotografia interamente negativa, ma neppure un miglioramento uniforme. La questione comune è la capacità del sistema di trasformare quei miglioramenti quantitativi in condizioni di benessere effettivamente accessibili: redditi adeguati, cure tempestive e percorsi di istruzione capaci di offrire competenze e prospettive professionali. <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 40px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></p>

		</div> 
	</div> </div></div></div></div></div><div      class="vc_row wpb_row section vc_row-fluid  vc_custom_1784790332890" style=' text-align:left;'><div class=" full_section_inner clearfix"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element ">
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			<h3><strong><span style="color: #dd9933;">I numeri chiave</span></strong></h3>
<p><span style="color: #ffffff;"><span style="color: #dd9933;"><strong data-start="196" data-end="205">-6,6%</strong> </span>retribuzione lorda reale media dei dipendenti privati (1990–2026)</span></p>
<p><span style="color: #ffffff;"><span style="color: #dd9933;"><strong data-start="274" data-end="284">-40,8%</strong></span> il calo delle retribuzioni per il 10% dei lavoratori con i redditi più bassi</span></p>
<p><span style="color: #ffffff;"><span style="color: #dd9933;"><strong data-start="364" data-end="381">2,811 milioni</strong></span> di cittadini hanno atteso oltre i tempi massimi per una visita o un esame</span></p>
<p><span style="color: #ffffff;"><span style="color: #dd9933;"><strong data-start="458" data-end="473">Oltre 5.700</strong></span> medici di medicina generale mancanti</span></p>
<p><span style="color: #ffffff;"><span style="color: #dd9933;"><strong data-start="513" data-end="521">6,3%</strong></span> il tasso di dispersione scolastica implicita nel 2026 (8,7% nel 2025)</span></p>
<p><span style="color: #ffffff;"><span style="color: #dd9933;"><strong data-start="594" data-end="604">84–87%</strong></span> il tasso di occupazione dei diplomati ITS entro un anno</span><strong><span style="color: #dd9933;"> </span></strong></p>

		</div> 
	</div> </div></div></div></div></div><div      class="vc_row wpb_row section vc_row-fluid " style=' text-align:left;'><div class=" full_section_inner clearfix"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">	<div class="vc_empty_space"  style="height: 50px" ><span
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			<span class="empty_space_image"  ></span>
		</span></div>


	<div class="wpb_text_column wpb_content_element ">
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			<h3><span style="color: #dd9933;"><strong>Domande frequenti <span class="" style="display:block;clear:both;height: 0px;padding-top: 20px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;"></span></strong></span></h3>

		</div> 
	</div> <div class="qode-accordion-holder clearfix qode-toggle qode-initial ">
	<h3 class="clearfix qode-title-holder">
<span class="qode-tab-title">
			<span class="qode-tab-title-icon">
			<i class="qodef-icon-dripicons dripicon dripicons-arrow-right " ></i>		</span>
	    <span class="qode-tab-title-inner">
        Quanto sono diminuiti gli stipendi in Italia dal 1990?    </span>
</span>
<span class="qode-accordion-mark">
    <span class="qode-accordion-mark-icon">
        <span class="icon_plus"></span>
        <span class="icon_minus-06"></span>
    </span>
</span>
</h3>
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	<div class="wpb_text_column wpb_content_element ">
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			<p>Dipende dall’indicatore utilizzato. Secondo i dati OCSE richiamati dall’UPB, le retribuzioni lorde reali per dipendente a tempo pieno equivalente sono diminuite dell’1,6% tra il 1990 e il 2024. Una diversa elaborazione dell’UPB, riferita ai dipendenti privati non dirigenti e aggiornata al 2026 con una metodologia specifica, stima invece una diminuzione media del 6,6%. I due valori non devono essere confrontati come se misurassero lo stesso fenomeno.</p>

		</div> 
	</div>     </div>
</div><h3 class="clearfix qode-title-holder">
<span class="qode-tab-title">
			<span class="qode-tab-title-icon">
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	    <span class="qode-tab-title-inner">
        I fringe benefit possono sostituire un aumento di stipendio?    </span>
</span>
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    <span class="qode-accordion-mark-icon">
        <span class="icon_plus"></span>
        <span class="icon_minus-06"></span>
    </span>
</span>
</h3>
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    <div class="qode-accordion-content-inner">
        
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element ">
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			<p>I fringe benefit possono aumentare il valore netto ricevuto dal lavoratore e contribuire a coprire spese quotidiane, sanitarie o familiari. Non intervengono però nello stesso modo dello stipendio sulla struttura retributiva e risultano più efficaci quando sono integrati in una strategia che comprende retribuzione fissa, variabile, premi e percorsi di crescita.</p>

		</div> 
	</div>     </div>
</div><h3 class="clearfix qode-title-holder">
<span class="qode-tab-title">
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	    <span class="qode-tab-title-inner">
        Le liste d’attesa della sanità sono migliorate nel 2026?    </span>
</span>
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        <span class="icon_plus"></span>
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    </span>
</span>
</h3>
<div class="qode-accordion-content qode-acc-title-with-icon" >
    <div class="qode-accordion-content-inner">
        
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element ">
		<div class="wpb_wrapper">
			<p>Nel primo semestre del 2026 è aumentata la percentuale di prime visite e accertamenti diagnostici effettuati entro i tempi previsti, soprattutto per le classi urgenti e brevi. Rimangono però numerose prestazioni erogate oltre le scadenze, tempi molto lunghi per alcune visite differite o programmate e forti differenze tra le Regioni.</p>

		</div> 
	</div>     </div>
</div><h3 class="clearfix qode-title-holder">
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        La carenza di medici provoca direttamente le liste d’attesa?    </span>
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			<p>I dati disponibili non dimostrano un rapporto causale diretto e unico. Le liste d’attesa riguardano soprattutto visite specialistiche ed esami, mentre la carenza rilevata da GIMBE riguarda medici di medicina generale e pediatri. I due fenomeni indicano però una pressione complessiva sulla capacità del sistema sanitario di prendere in carico le persone e garantire un accesso tempestivo ai servizi.</p>

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	</div>     </div>
</div><h3 class="clearfix qode-title-holder">
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        La dispersione scolastica sta diminuendo?    </span>
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			<p>Sì. Il tasso di abbandono precoce è stato dell’8,2% nel 2025 e INVALSI stima che possa scendere al 7,3% nel 2026. Anche la dispersione implicita è diminuita, passando dall’8,7% al 6,3%. Restano però criticità nei livelli di apprendimento, soprattutto in matematica e in alcune aree territoriali.</p>

		</div> 
	</div>     </div>
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</div><p>L'articolo <a href="https://tuttowelfare.info/italia-oggi-dati/">L’Italia nel 2026: dati su stipendi, sanità e istruzione</a> proviene da <a href="https://tuttowelfare.info">Tuttowelfare</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Perché il ricorso alla sanità integrativa non risolve la crisi italiana</title>
		<link>https://tuttowelfare.info/perche-il-ricorso-alla-sanita-integrativa-non-risolve-la-crisi-italiana/</link>
					<comments>https://tuttowelfare.info/perche-il-ricorso-alla-sanita-integrativa-non-risolve-la-crisi-italiana/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bianchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 09:06:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[benessere lavoratori]]></category>
		<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
		<category><![CDATA[normativa]]></category>
		<category><![CDATA[demografia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel corso degli anni, la sanità pubblica italiana ha iniziato ad avere sempre più difficoltà a soddisfare i bisogni di una popolazione sempre più anziana. La reazione è stato un maggior ricorso alla sanità integrativa, ma la sua scarsa diffusione non è riuscita a limitare la forte spesa "out-of-the-pocket" che può portare anche a meno cure della persona</p>
<p>L'articolo <a href="https://tuttowelfare.info/perche-il-ricorso-alla-sanita-integrativa-non-risolve-la-crisi-italiana/">Perché il ricorso alla sanità integrativa non risolve la crisi italiana</a> proviene da <a href="https://tuttowelfare.info">Tuttowelfare</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 6</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p>Oggi ricorre la Giornata Mondiale della Salute, che l’Oms ha istituito nel 1948 al fine di sensibilizzare sulle tematiche sanitarie, e mai il tema della salute e dell’accesso alle cure in Italia ha attraversato un periodo di crisi come quello attuale, che sta spingendo sempre di più sul ricorso alla sanità integrativa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono ormai molti anni che la nostra sanità pubblica, la quale per decenni ha garantito un equo trattamento a tutti i cittadini e le cittadine, fa sempre più fatica a soddisfare una domanda in costante crescita, trainata da una popolazione sempre più anziana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per dare un’idea del fenomeno, secondo i dati diffusi a fine marzo dall’Istat, la speranza di vita nel Paese è arrivata a 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne, ma a questo incremento delle aspettative di vita non è corrisposto un aumento degli anni in buona salute. Di conseguenza, gli over 65 sono arrivati a rappresentare il 24,7% della popolazione italiana e, con gli anni di vita sana attesi che sono rimasti fermi a 58,1, sempre di più sono affetti da patologie croniche che necessitano cure e trattamenti costanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tuttavia, secondo l’ultimo report GIMBE, l’Italia spende per la sanità l’equivalente del 6,3% del suo Pil, contro il 6,9% medio degli Stati membri dell’Unione Europea e il 7,1% delle nazioni Ocse, posizionandosi all’ultimo posto tra i paesi del G7. Tutto ciò ha ripercussioni anche sul personale sanitario, che spesso vede maggiori opportunità all’estero o nel settore privato, contribuendo ad aggravare problemi come liste d’attesa lunghissime, scarsa capillarità sul territorio, mancanza di strutture e presidi adeguati e persino mancanza di specifiche figure professionali. Oggi, infatti l’Italia conta 5.700 medici di medicina generale in meno rispetto al fabbisogno, con un calo di oltre 5mila unità tra il 2019 e il 2024.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo contesto, la reazione naturale è che sta aumentando il ricorso alla sanità integrativa, al fine di rivolgersi al privato senza dover pagare di tasca propria l’intera prestazione. Pertanto, non c’è da stupirsi se l’accesso a fondi aziendali o a polizze private sia diventato un forte elemento di attrattività. Ciò emerge molto chiaramente da un recente Osservatorio Sanità di UniSalute, realizzato in collaborazione con Nomisma: ben il 54% degli italiani che hanno usufruito dei servizi di welfare messi a disposizione dalla loro azienda ha fatto ricorso proprio ai servizi sanitari. Non solo, tra i lavoratori dipendenti che non dispongono di benefit aziendali, il 64% afferma di essere interessato soprattutto all’assistenza sanitaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da quest’ultimo punto, tuttavia, emerge anche come il ricorso alla sanità integrativa non possa essere la soluzione al problema, <a href="https://tuttowelfare.info/levoluzione-del-welfare-aziendale-gestire-il-benessere-nel-2026/" target="_blank" rel="noopener">sebbene negli ultimi anni i governi abbiano spinto sempre di più le imprese a ricorrere a misure di welfare</a>. Infatti, sempre secondo l’Osservatorio di UniSalute, ben il 36% delle imprese italiane non offre questi servizi e un ulteriore 22% li prevede solo per alcuni inquadramenti. Se a questo si aggiunge che gli italiani sono tendenzialmente un popolo sotto assicurato, si ha che sempre più persone devono spendere sempre di più e di tasca propria per un servizio che dovrebbe essere gratuito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sempre secondo i dati GIMBE, queste spese “out-of-the-pocket” nel 2024 ammontavano a 41,3 miliardi di euro, pari all’86,7% della spesa sanitaria privata (€47,6 miliardi) e al 22,3% di quella complessiva (€185,1 miliardi). Tutto ciò può avere un impatto significativo sul budget di una persona o di un nucleo familiare, tanto che può portare perfino a una rinuncia alle cure. Si stima infatti che siano 5,8 milioni i cittadini che si sono presi meno cura di sé per mancanza di risorse economiche, con GIMBE che afferma che il motivo per cui la spesa sanitaria privata ha smesso di crescere negli ultimi anni è perché gli italiani semplicemente non possono permettersi di sostenere costi più alti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per cercare di risolvere questa crisi strutturale, lo Stato sta effettivamente cercando soluzioni. Le stime, non ancora ufficiali, parlano di una spesa pubblica in sanità in crescita, da 137,4 a 143,4 miliardi di euro, e nel 2026 si dovrebbe arrivare a quasi a 150 miliardi; in espansione, ma ancora lontana dalla media Eu e Ocse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Inoltre, recentemente è stata approvata una legge per spingere il ricorso alla sanità integrativa. Nel Decreto-legge sul Pnrr di fine febbraio è stato introdotto l’obbligo per i fondi sanitari di informare tutti gli aderenti sulle attività condotte attraverso la pubblicazione dei bilanci, così da dichiarare esplicitamente i costi di gestione e margini applicati. Inoltre, la nuova normativa prevede che la Covip diventi l’autority per la vigilanza di tutto il welfare complementare, estendendo le sue funzioni di controllo anche all’ambito sanitario, oltre che a quello previdenziale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo il presidente della Covip, Mario Pepe, questa norma segnerà “la fine del far-west”. Tuttavia, si sono mosse anche delle critiche, come nel caso di Confprofessioni, il cui presidente Marco Natali afferma di trovare singolare la decisione di andare a intervenire su un contesto come il welfare sanitario partendo dalla vigilanza e non dalla regolamentazione stessa. In effetti, quanto la riforma spingerà l’Italia verso un maggiore ricorso alla sanità integrativa oggi è impossibile dirlo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><span style="color: #f6a900;">Alcuni dati sulla sanità in Italia</span></h4>
<p>&nbsp;</p>
<pre>(dati e stime pubblicati da Fondazione Gimbe)

</pre>
<ul>
<li>Nel 2025 57,8 milioni di prestazioni erogate</li>
<li>24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici</li>
<li>Il 30% delle prestazioni erogato in intramoenia</li>
<li>Dal 2012 € 33 miliardi sottratti al personale del Sistema Sanitario Nazionale</li>
<li>Mancano oltre 5.700 medici di famiglia</li>
<li>1.383 gli assistiti in media versus il rapporto ottimale di 1.200 per medico di famiglia</li>
<li>Entro il 2028 previsti 8.180 pensionamenti</li>
<li>Siamo 23° posto su 31 Paesi europei dell’area OCSE, con 6,9 infermieri per 1.000 abitanti (media OCSE 9,5)</li>
<li>Nel 2023, cifra record di € 5,15 miliardi della mobilità sanitaria interregionale, +2,3% rispetto al 2022 (€ 5,04 miliardi)</li>
<li>Il 95,1% del saldo attivo* si concentra in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto</li>
<li>Il 95% dei medici di famiglia usa il Fascicolo Sanitario</li>
<li>Solo il 44% dei cittadini ha dato il consenso alla consultazione del profilo sanitario sintetico</li>
<li>Solo un livello base di digitalizzazione, invece di 280 ospedali informatizzati.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>*la differenza tra risorse ricevute per curare pazienti di altre Regioni e quelle versate per i propri residenti curati altrove.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Luci e (molte) ombre di ChatGPT Salute</title>
		<link>https://tuttowelfare.info/luci-e-molte-ombre-di-chatgpt-salute/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bianchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Feb 2026 13:35:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[benessere lavoratori]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[formazione]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
		<category><![CDATA[normativa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>ChatGPT Salute si presenta come uno strumento dirompente, con la potenzialità di creare benefici significativi. Tuttavia, sono molti anche i dubbi che genera. Ne hanno parlato una dottoressa, un assicuratore e un avvocato</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 8</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><span style="color: #000000;">La recente nascita di ChatGPT Salute negli Stati Uniti ha rilanciato un tema che torna ciclicamente a far parlare di sé, ovvero il ricorso alla rete per scoprire le cause di un proprio disturbo o malessere.</span> Molto spesso questa attività è fonte di ironia e ilarità; basta farsi un giro sui social per trovare una quantità infinita di meme su come un semplice mal di testa in rete diventi il sintomo di una patologia gravissima.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eppure, sono moltissimi gli italiani che hanno ammesso di essersi rivolti almeno una volta a internet o all’intelligenza artificiale per avere delucidazioni su cosa potrebbe indicare un certo sintomo. In particolare, emerge che sono soprattutto i più giovani a farne ricorso, in quanto più avvezzi alle nuove tecnologie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo non significa che il nuovo ChatGPT Salute sia stato lanciato allo scopo di rispondere ai quesiti degli utenti; anzi, secondo quanto riportato sul sito di OpenAI, lo sviluppatore dietro il chatbot più famoso del mondo, questo strumento è nato allo scopo di affiancare la figura del medico e per riuscirci al meglio i creatori hanno collaborato con circa 260 professionisti sanitari. Ma le perplessità su cosa significhi “affiancare” rimangono.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quali sarebbero i vantaggi di cui disporrebbero i medici? Qual è l’utilizzo corretto da parte di un utente? E quali sono i rischi che possono derivare da un uso improprio? A queste domande ha risposto la Dottoressa <strong>Francesca Bondi</strong>, Medica di medicina generale e Segretaria dell’Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Grosseto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<em>Innanzitutto, dobbiamo ricordare che ChatGPT Salute non è ancora disponibile in Europa, ma da quanto ci arriva dagli Stati Uniti, la sua funzione sarebbe quella di stilare un profilo sanitario dell’utente sulla base di tutti gli esami, le visite, i referti e perfino le app di monitoraggio che si possono caricare al suo interno. Ciò che mi auguro è che tutto ciò non sfoci nella diagnostica o nella prescrizione di terapie, ma piuttosto nell’integrazione del fascicolo sanitario elettronico con componenti di autocura ed educative.</em>”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<em>Ritengo, infatti, che uno strumento come ChatGPT Salute potrebbe essere molto utile se permettesse sia al paziente, sia al medico curante, di accedere a tutti gli esami svolti e a tutte le terapie a cui il primo si sottopone o si è sottoposto. Inoltre, dovrebbe integrare funzioni di telemedicina e telemonitoraggio, per rendere la popolazione più indipendente quando si parla della cura di sé. Infine, dovrebbe scoraggiare comportamenti rischiosi, come potrebbe essere prendere un antibiotico per curare infezioni virali come può essere l’influenza</em>.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tuttavia, i rischi non sono pochi: “<em>Anche se non conosco l’esatto funzionamento di ChatGPT Salute, posso dire che quello che io e i colleghi vediamo oggi è l’opposto di quello che secondo me dovrebbe essere un supporto alla nostra professione”</em> afferma la Dott.ssa Bondi. “<em>Sempre più spesso pazienti che hanno svolto ricerche su Google o con l’intelligenza artificiale si presentano con diagnosi molto improbabili o con richieste di esami inutili e talvolta dannosi. Non solo; spesso si trascura che l’intelligenza artificiale è comunque solo una macchina, che risponde a determinati input. Se questi input provengono da utenti con una bassa cultura medica, le conseguenze possono essere molto gravi.</em>”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<em>Per capire cosa intendo dire, faccio alcuni esempi. Supponiamo che un paziente dica al chatbot di essere affetto da una certa patologia, senza specificare altro. Il chatbot potrebbe rispondere che per trattare la patologia serve assumere un determinato farmaco. Quanto affermato può anche essere corretto in linea di principio, ma magari quel farmaco si introduce solamente a un livello avanzato della malattia, che ancora non è sopraggiunto. A questo punto può crearsi la spiacevole situazione in cui il paziente vuole la prescrizione di un medicinale, il medico non acconsente e così si creano frizioni e si incrina il rapporto di fiducia. Stesso discorso per gli esami: un sanitario può trovarsi costretto a prescrivere un esame non necessario, comportando un aumento dei costi sul nostro <a href="https://tuttowelfare.info/21-rapporto-sanita-del-c-r-e-a/" target="_blank" rel="noopener">già compromesso Sistema sanitario nazionale</a>.</em>”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<em>Se mai anche in Italia e in Europa arriveremo ad avere questi strumenti a disposizione, suggerisco di usarlo solo per rapportarsi al meglio con il proprio medico, per esempio chiedendo un elenco di domande da porre, ma l’interazione diretta col professionista deve rimanere centrale.</em>”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I dubbi, ma anche le speranze emerse in campo medico sono le stesse che si riscontrano in un altro settore profondamente legato alla sanità: quello assicurativo. Interrogato sui rischi e le opportunità di ChatGPT Salute, <strong>Fabrizio Farris</strong>, Direttore Operations e Processi di Blue Assistance, ha dichiarato: “<em>ChatGPT Salute (e l’AI in generale) ci hanno consentito e ci consentiranno di fare cose che prima non erano fattibili, erano troppo costose o avevano tempi di implementazione troppo lunghi per essere messi in pista. Questo a vantaggio sia di un miglior servizio al cliente, sia dell’automatizzazione di tutti quei processi ‘gestionali’. Quindi la vediamo di sicuro come una possibile soluzione che possiamo integrare nei nostri modelli di servizio. Ma rappresenta anche una minaccia, nella misura in cui l’AI va sempre governata, soprattutto da un punto di vista di output verso il cliente: sulla salute non ci possiamo permettere allucinazioni.</em>”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche sulla telemedicina e su una maggiore educazione sanitaria Farris condivide le posizioni espresse dalla Dott.ssa Bondi: “<em>Di sicuro la telemedicina non sostituirà mai il rapporto medico-paziente. È però una modalità che può affiancarsi agli attuali canali ‘fisici’ (es. medico di base e pediatra) per fornire una prima indicazione al paziente in modo più rapido e con disponibilità 24/7. Quindi, in sostanza, non rischiamo di perdere nulla. Anzi aggiungiamo una modalità di fruizione complementare all’assistito che va a beneficio del sistema sanitario nel suo complesso (alleggerendo carichi su medici di medicina generale, pronto soccorso ecc…).</em>”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<em>Trattandosi di una modalità ‘nuova’, l’educazione delle persone è fondamentale. In questo senso ChatGPT Salute può rappresentare un volano che, grazie al diffuso utilizzo da parte dei cittadini, può far aumentare la domanda di telemedicina, così come di prodotti a protezione. Allo stesso tempo, però, può alimentare ulteriormente il fenomeno dell’autodiagnosi e generare allarmismo crescente, che sono fenomeni da scongiurare nel modo più assoluto. Qui sarà determinante una corretta informazione anche da parte delle istituzioni pubbliche.”</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Proprio il ruolo delle istituzioni pubbliche e del legislatore si legano a un ulteriore nodo che causa non proprie perplessità; nodo che rappresenta anche il motivo principale per cui ChatGPT Salute ad oggi non è ancora sbarcata in Europa, ovvero la privacy. Tra Europa e Stati Uniti sussiste una profonda differenza normativa per quanto riguarda la tutela delle informazioni sensibili, con la prima che tende a imporre vincoli molto più stringenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A fare maggiore chiarezza, sul tema è intervenuto l’Avvocato <strong>Marco Sebastiano Accorrà</strong>, Fondatore di MSÀ Law Firm, il quale ha affermato: “<em>L&#8217;Europa, con il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), adotta un modello ‘orizzontale’ e completo, che pone l&#8217;individuo e i suoi diritti al centro. I dati sanitari sono considerati ‘categorie particolari’, il cui trattamento è di principio vietato e soggetto a condizioni rigorose. Il sistema statunitense è invece ‘settoriale’ e frammentato; privo di una normativa onnicomprensiva. Questa divergenza impone a un servizio come ChatGPT Salute, che tratta sistematicamente dati sensibili, requisiti di conformità molto più stringenti per operare nel nostro mercato, specialmente riguardo la base giuridica, i diritti degli interessati e i trasferimenti di dati extra-UE.</em>”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma quindi, quali sono gli ostacoli legali che ChatGPT Salute dovrebbe superare per poter operare anche nel Vecchio Continente? L’Avv. Accorrà ha spiegato anche questo: “<em>Per essere introdotto in Europa, ChatGPT Salute dovrebbe rispettare una serie di standard sostanziali e adempiere a precisi obblighi formali. Quanto ai primi, OpenAI dovrà attenersi ai principi fondamentali del GDPR (liceità, correttezza e trasparenza del trattamento, limitazione della finalità del trattamento, minimizzazione dei dati, esattezza e aggiornamento dei dati, limitazione della conservazione, integrità e riservatezza). Quanto ai secondi, dovrà adempiere ad una serie di obblighi procedurali quali, a titolo esemplificativo e non esaustivo, la Valutazione d&#8217;Impatto sulla Protezione dei Dati (DPIA) e l’eventuale consultazione preventiva dell’autorità di controllo competente.</em>”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Inoltre, supponendo che alla fine il chatbox e la casa madre riescano a rientrare nei termini di legge, persistono ancora dubbi sull’effettiva sicurezza dei dati di cui viene in possesso. “<em>Anche ipotizzando una piena conformità formale e sostanziale, persistono innegabili rischi per la privacy, come la sicurezza informatica, dove sappiamo benissimo che il rischio zero &#8211; ad oggi &#8211; non esiste.</em>” afferma Accorrà. “<em>In questo scenario, l&#8217;aggregazione di una quantità enorme di dati sanitari in un unico sistema crea un obiettivo di altissimo valore per gli hacker. Una violazione (detta ‘data breach’) su una tale piattaforma avrebbe conseguenze potenzialmente devastanti, come furto d’identità, pregiudizio alla reputazione e perdite finanziarie. Inoltre, l&#8217;integrazione con un ecosistema di app e fornitori esterni moltiplica i punti di potenziale vulnerabilità. La sicurezza complessiva dipende quindi non solo da OpenAI, ma da ogni singolo attore della catena.</em>”</p>
<p>L'articolo <a href="https://tuttowelfare.info/luci-e-molte-ombre-di-chatgpt-salute/">Luci e (molte) ombre di ChatGPT Salute</a> proviene da <a href="https://tuttowelfare.info">Tuttowelfare</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Caregiver e lavoro: la rinuncia può costare miliardi di euro</title>
		<link>https://tuttowelfare.info/caregiver-e-lavoro-la-rinuncia-puo-costare-miliardi-di-euro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bianchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Mar 2025 10:14:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si stima che in Italia ci siano 5,2 milioni di caregiver familiari, che per prestare assistenza e cura ai loro cari accettano rinunciano a lavorare o accettano impieghi part-time. Ciò causa perdite indirette per miliardi di euro</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 4</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p>In Italia, il costante invecchiamento della popolazione, la cura dei figli e l’assistenza a persone con disabilità stanno portando sempre più persone, i caregiver, a dover rinunciare al lavoro o a rivedere la loro posizione lavorativa per poter accudire un familiare, con conseguenze sul loro benessere psicologico ed economico. Tuttavia, questo fenomeno, che potremmo definire dei “caregiver familiari involontari”, ha un impatto negativo anche per le finanze pubbliche, in quanto genera costi indiretti per miliardi di euro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo trend è anche destinato a peggiorare nel tempo, dato che, secondo le ultime proiezioni diffuse dall’Istat, quest’anno gli over 65 dovrebbero superare i 14 milioni di individui, pari al 23,7% della popolazione; mentre la fascia degli over 80 ha raggiunto quota 4,5 milioni di persone, ovvero il 7,6%.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In un contesto simile, è normale che sempre più cittadini, con l’avanzare degli anni, perdano la loro autosufficienza e inizino a necessitare di un supporto nel disbrigo delle attività quotidiane almeno saltuario. Questo supporto viene fornito dalla figura del caregiver, proposto anche alla cura dei figli e di persone con disabilità. Ad oggi in Italia ci sono 7 milioni di persone che si identificano in questa categoria secondo l’Istat.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma chi sono esattamente le persone che ricoprono questo ruolo? Innanzitutto, sono soprattutto i familiari stretti dell’assistito o dell’assistita (il coniuge, i genitori, i figli o altri parenti); nella grandissima maggioranza dei casi sono persone in età da lavoro (87,2% secondo il nostro Istituto Nazionale di Statistica) e sono prevalentemente donne (oltre il 75% dei casi secondo Censis), il che va ad aggravare le disparità di genere esistenti nel mondo del lavoro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto ciò comporta che in Italia ci sia un gran numero di cittadine e cittadini che hanno dovuto trovare il modo di <a href="https://tuttowelfare.info/il-fenomeno-sommerso-dei-dipendenti-caregiver/" target="_blank" rel="noopener">conciliare la loro carriera con la sfera personale</a>. Come? Spesso accettando di svolgere un lavoro part-time, in modo da avere più ore libere da dedicare alla cura dei propri cari, oppure rassegnandosi a non entrare mai o ad uscire definitivamente dal mercato del lavoro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sempre secondo i dati forniti dall’Istat, ma confermati e ampliati dal Cnel e dall’Eurostat, i primi che hanno optato per un part-time sono quasi 2 milioni, mentre i secondi 3,2 milioni. Pertanto, si può affermare che nel nostro Paese vi sono oltre 5 milioni di persone che sarebbero disposte a lavorare (o a lavorare per un numero di ore maggiore), se non dovessero o avessero dovuto occuparsi in prima persona della cura di un familiare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma cosa significa tutto ciò? E come mai lo stato deve impegnarsi attivamente affinché questo numero si riduca e non aumenti negli anni? La risposta si può trovare nei numerosi report che hanno indagato lavoro part-time e retribuzioni in Italia nell’ultimo anno. Secondo una ricerca condotta lo scorso anno dalla CISL, chi ha scelto un impiego part-time non sempre rinuncia allo stesso numero di ore lavorative. Per l’esattezza:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Il 53,4% rinuncia a meno di 10 ore lavorative</li>
<li>Il 21,5% rinuncia a un ammontare di ore compreso tra le 11 e le 19</li>
<li>Il 25,1% rinuncia a un ammontare di ore uguale o superiore a 20</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prendendo in esame una settimana lavorativa di 40 ore standard, sapendo che in un anno sono 52 le settimane generalmente retribuite e che lo stipendio medio orario in Italia è di 17 euro circa (Istat), si ottiene che i caregiver familiari, uscendo parzialmente dal mondo del lavoro, possono generare perdite da attività non realizzate comprese tra i 44,3 e gli 88,3 miliardi di euro. Questo calcolo prende in considerazione le differenze tra uomini e donne, dato che solo il 6,1% degli impiegati maschi lavora part-time, contro il 26% delle donne (Istat).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A questi risultati vanno poi aggiunti i costi, intesi come retribuzioni non maturate, di quei caregiver familiari che sono usciti o non sono mai entrati nel mercato del lavoro, che, qualora fossero tutti impiegati full-time, ammonterebbero a 113,2 miliardi. Pertanto, il totale delle perdite dovute all&#8217;esclusione dei caregiver dal mondo del lavoro si attesta tra 157,5 e 201,5 miliardi di euro, che, se fossero immessi nel sistema, porterebbero a un balzo del nostro Pil nazionale compreso tra il 7,2% e il 9,2%.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In conclusione, un diverso inquadramento della figura dei caregiver familiari non solo genererebbe importantissimi passi avanti sul tema del benessere psicologico, della parità tra uomini e donne e del supporto ai cittadini più fragili, ma genererebbe grandissimi vantaggi anche per la nostra economia.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>SSN e spesa sanitaria in Italia: sempre più a carico dei cittadini?</title>
		<link>https://tuttowelfare.info/ssn-e-spesa-sanitaria-in-italia-sempre-piu-a-carico-dei-cittadini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Valeria Gelosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Feb 2025 07:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[benessere lavoratori]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>SSN in difficoltà e sempre più cure a pagamento. Quali scenari per il futuro della sanità? Leggi l’approfondimento.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 5</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p>In occasione della Giornata Mondiale del Malato che ricorre oggi, è fondamentale riflettere sulla spesa sanitaria in Italia e sulle sfide che il Servizio Sanitario Nazionale sta affrontando. La recente crescita della spesa privata e l’aumento delle polizze sanitarie integrative stanno, infatti, modificando il panorama dell’accesso alle cure.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo i recenti studi di Fondazione GIMBE, SDA Bocconi e Censis, la sanità italiana sta attraversando <strong>una fase critica caratterizzata da</strong> <strong>definanziamento pubblico, liste d’attesa insostenibili e aumento della spesa privata</strong>. Se da un lato il SSN deve essere rafforzato per garantire cure universali e tempestive, dall’altro si stanno sempre più diffondendo soluzioni complementari, come i fondi sanitari e le assicurazioni, che possono aiutare i cittadini a gestire meglio le proprie esigenze di salute.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Spesa sanitaria in Italia: dati e tendenze</strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo il <strong>Rapporto GIMBE 2024</strong>, la <strong>spesa sanitaria in Italia</strong> ammonta a <strong>176,1 miliardi di euro</strong>, di cui:</p>
<ul>
<li><strong>74% finanziato dal settore pubblico</strong>, per un totale di 130.291 milioni di euro</li>
<li><strong>26% a carico delle famiglie</strong>, tramite spese dirette o intermediata​</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rispetto ad altri Paesi europei, l’Italia investe meno nella sanità pubblica: il <strong>6,2% del PIL</strong>, contro il <strong>9-11% di Francia e Germania</strong>. Questo significa meno risorse per ospedali, personale e servizi territoriali​. Come commenta <strong>Nino Cartabellotta, Presidente di Fondazione GIMBE:</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>La sostenibilità del SSN richiede un incremento strutturale dei finanziamenti, per evitare che sempre più cittadini debbano rivolgersi alla sanità privata come unica alternativa.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong> Il ruolo crescente della spesa sanitaria privata</strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Negli ultimi <strong>dieci anni</strong>, secondo il <strong>Rapporto Censis</strong>, la <strong>spesa sanitaria privata è aumentata del 23%</strong>, <strong>mentre quella pubblica solo dell&#8217;11,3%​.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel <strong>2023, la spesa sanitaria out-of-pocket ha raggiunto i 40,6 miliardi di euro</strong>, con un incremento del <strong>10,3% rispetto al 2022</strong>​. Questo significa che milioni di italiani stanno pagando di tasca propria l’accesso a visite specialistiche, esami diagnostici e farmaci, spesso a causa delle lunghe liste d’attesa. E Corte dei Conti prevede che sia destinata a salire fino a raggiungere i 47,3 miliardi, ossia il 2% del Pil, nel 2028.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Il 36,9% degli italiani ha dovuto ridurre altre spese per sostenere le proprie cure sanitarie. Tra i meno abbienti, questa percentuale sale al 50,4% (Censis).</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tuttavia, <strong>accanto alla spesa diretta, si registra anche una crescente adesione a polizze sanitarie e fondi integrativi</strong>, che permettono di accedere più rapidamente a prestazioni mediche, spesso a costi più contenuti rispetto alla sanità privata tradizionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Il 49,4% degli italiani ritiene utile ricorrere a strumenti di autotutela come polizze e fondi integrativi per gestire meglio i costi sanitari (Censis).</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Liste d’attesa: il problema principale per i cittadini</strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Uno dei motivi per cui gli italiani cercano soluzioni alternative è l’eccessiva lunghezza delle <strong>liste d’attesa</strong>. Secondo il Rapporto Censis, negli ultimi 24 mesi:</p>
<ul>
<li>Il 44,5% degli italiani ha vissuto direttamente o indirettamente situazioni di sovraffollamento nelle strutture sanitarie.</li>
<li>Il 34,9% delle persone che ha provato a prenotare una prestazione nel SSN ha finito per rivolgersi alla sanità privata o in intramoenia, pagando di tasca propria.</li>
<li>Anche il 32% delle persone con redditi bassi è costretto a cercare soluzioni a pagamento.​</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo ha aumentato la percezione di una sanità a doppia velocità, con</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Il 63,4% degli italiani che teme di non poter contare su soluzioni sanitarie adeguate​.</li>
<li>L’84,2% degli italiani convinto che i più abbienti possano curarsi prima e meglio rispetto ai meno fortunati (Censis).</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<h4></h4>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>La carenza di personale: una sfida per il SSN</strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un altro aspetto critico riguarda la disponibilità di medici e infermieri. Il Rapporto GIMBE evidenzia che l’Italia ha:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>4,2 medici ogni 1.000 abitanti, ma molti stanno lasciando il SSN per il settore privato.</li>
<li>6,5 infermieri ogni 1.000 abitanti, ben al di sotto della media OCSE di 9,8.</li>
<li>Retribuzioni sanitarie in calo, con un -6,1% per i medici del SSN dal 2015 al 2022​.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>La carenza di personale si traduce in maggiori tempi di attesa, turni massacranti per chi lavora nella sanità pubblica e un aumento della mobilità sanitaria verso il Nord e il settore privato.</p>
<p>Un aspetto rilevante per i cittadini, come registra il Censis, il 92,5% degli italiani ritiene prioritario assumere nuovi medici e infermieri per rafforzare la sanità pubblica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4></h4>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Quale equilibrio tra sanità pubblica e privata?</strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sebbene il SSN debba restare il pilastro del sistema sanitario italiano, il crescente ricorso a soluzioni private suggerisce la necessità di una strategia integrata. Alcune proposte per garantire l’accesso alle cure includono:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>Aumento dei finanziamenti pubblici, per portare la spesa sanitaria almeno al 7-8% del PIL, in linea con la media UE.</li>
<li>Riforma delle liste d’attesa, con criteri di priorità basati sul bisogno clinico e sociale, evitando che l’accesso alle cure sia condizionato dal reddito.</li>
<li>Miglioramento delle condizioni lavorative del personale sanitario, con retribuzioni più competitive e assunzioni mirate.</li>
<li>Sviluppo di fondi sanitari integrativi realmente complementari, per facilitare l’accesso a prestazioni aggiuntive senza sostituire il ruolo del SSN.</li>
<li>Potenziamento della sanità territoriale e della telemedicina, per decongestionare ospedali e pronto soccorso.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come spiega <strong>Alberto Ricci, Coordinatore del Rapporto OASI di Cergas SDA Bocconi:</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Un SSN forte e un sistema sanitario privato regolato possono coesistere, a patto che non si crei una sanità di serie A e una di serie B.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>La spesa sanitaria in Italia riflette una crisi strutturale che sta mettendo in difficoltà milioni di cittadini. Il rischio è che il SSN, se non viene prontamente rafforzato, perda il suo carattere universalistico, diventando un sistema a più velocità, in cui la possibilità di accedere alle cure dipende dalla propria disponibilità economica. Ben sintetizza il Censis:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Il 49,4% degli italiani considera i fondi integrativi una risorsa utile, ma senza un SSN solido rischiano di diventare una necessità più che una scelta​.</p></blockquote>
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			</item>
		<item>
		<title>Il welfare che verrà: l’evoluzione di pensioni e sanità nell’era Covid-19</title>
		<link>https://tuttowelfare.info/il-welfare-che-verra-levoluzione-di-pensioni-e-sanita-nellera-covid-19/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2020 13:54:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[welfare post covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[pensioni]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la fase 1 (gestione crisi epidemiologica) e la fase 2 (attenuazione degli impatti immediati di tipo economico) è necessario ora aprire la fase in cui devono delinearsi le linee guida della ricostruzione con una ‘idea di Paese’. &#160; Nell’ambito di questo importantissimo momento diventa...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 4</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>Dopo la fase 1 (gestione crisi epidemiologica) e la fase 2 (attenuazione degli impatti immediati di tipo economico) è necessario ora aprire la fase in cui devono delinearsi le linee guida della ricostruzione con una ‘idea di Paese’.</em></p>
<p><span id="more-21126"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nell’ambito di questo importantissimo momento diventa <strong>indispensabile procedere a un <em>fine tuning</em> del nostro sistema di welfare</strong>. Quali sono i punti chiave su cui ragionare e quali sono le possibili evoluzioni?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È utile, in premessa, ricordare quale è il quadro di partenza, attingendo alle <strong>recenti rilevazioni Istat sulla protezione sociale</strong>. La maggior parte delle prestazioni sociali erogate in Italia riguardano <strong>la</strong> <strong>previdenza sociale</strong> (66,3% pari a 317,5 miliardi di euro, cioè il 39,2% della spesa corrente), <strong>la sanità</strong> (22,7% pari a 108,5 miliardi di euro, il 13,4% della spesa corrente) e <strong>l’assistenza sociale</strong> (11%, 52,7 miliardi di euro pari al 6,5% della spesa corrente).</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Le pensioni dominano le prestazioni previdenziali</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>La prima componente di spesa è quella <strong>previdenziale anche se il suo ‘peso’ relativo si è ridotto nel tempo</strong> in considerazione delle numerose riforme che si sono susseguite dagli Anni 90 (-4 punti percentuali nell’ultimo anno rispetto al 1995). All’interno delle prestazioni previdenziali, sono sempre le <strong>pensioni la componente più onerosa</strong>, con una spesa che assorbe da un massimo del 90,7% nel 2002 a un minimo dell’86,6% nel 2019 (pari a 275,1 miliardi).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La sanità ha presentato l’incidenza più elevata nel primo decennio degli Anni 2000</strong>, quando assorbiva circa un quarto della spesa totale, con un picco massimo del 26,8% nel 2006. A partire dal 2008 il peso della componente sanitaria si è gradualmente ridotto fino a tornare nel 2019 ai livelli degli Anni 90 (22,3%).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’assistenza ha visto crescere il suo peso relativo solo negli ultimi 10 anni</strong>. Nel 2014 ha superato per la prima volta la soglia del 9% delle prestazioni erogate (dal 7,1% degli Anni 90) per giungere all’11% nel 2019. <strong>Nel panorama europeo con 8.041 euro pro-capite</strong>, l’Italia si attesta sui livelli medi dell’Unione europea a 28, si va dai 20.514 euro del Lussemburgo ai 1.211 della Bulgaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I Paesi europei hanno dedicato in media alla vecchiaia il 40,5% di tutte le prestazioni sociali erogate nel 2017; in Italia molto di più, il 48,8%. <strong>Le prestazioni per malattia-salute seguono con il 29,7% in Europa</strong>, ma sono solo il 23,1% in Italia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Il nuovo welfare post pandemia da Covid-19</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che effetti produce Covid-19 e <strong>come potrebbe evolversi il nostro sistema di welfare</strong>? Partendo dalla componente previdenziale, va sottolineato come le gravi conseguenze sul Pil, sull’occupazione e sull’aumento del debito pubblico gravano sulla sua sostenibilità finanziaria con l’opportunità di un ponderato monitoraggio del rapporto spesa pensioni-Pil. <strong>Sulle pensioni contributive poi si determina una mancata rivalutazione</strong> (la media del Pil quinquennale è infatti il fattore di correzione dei contributi accantonati).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In termini prospettici occorre allora <strong>stimolare in primo luogo una ripresa dell’occupazione</strong> che fornisce la linfa contributiva a un sistema pensionistico come il nostro che si struttura sulla ripartizione. Vanno poi <strong>rivisti i canali di pensionamento</strong> individuando una via che sostituisca a scadenza a Quota 100 trovando un <em>break even</em> tra flessibilità in uscita, anche per consentire alle imprese di pianificare processi di turnover per <strong>affrontare le sfide dell’innovazione e della digitalizzazione</strong>, ed equilibrio finanziario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Diventa inoltre sempre più <strong>indispensabile un rilancio della previdenza complementare come ‘stampella’ del tenore di vita senile</strong> e come strumento di diversificazione del rischio previdenziale. Per quel che riguarda la sanità va rafforzato il ruolo del Servizio sanitario nazionale che ha ribadito il fondamentale ruolo di baluardo universale nella delicatissima crisi epidemiologica rilanciando il ruolo della rete dell’assistenza territoriale al fianco dei presidi ospedalieri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Importante può essere infine il <strong>concorso della sanità integrativa nell’ambito dei piani di welfare aziendale</strong> non solo per quel che riguarda il contributo alle spese sanitarie (il nostro Paese ha un elevato livello di spesa <em>out of pocket</em>, quella cioè che viene sostenuto direttamente dai cittadini), ma <strong>anche in prospettiva di prevenzione anche con l’utilizzo di servizi di telemedicina</strong>. Sarà poi di fondamentale importanza costruire, anche con il concorso della contrattazione collettiva e dei fondi sanitari una maggiore attenzione alla non autosufficienza.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La cultura della salute e della prevenzione per un welfare evoluto</title>
		<link>https://tuttowelfare.info/la-cultura-della-salute-e-della-prevenzione-per-un-welfare-evoluto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Oct 2019 04:36:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
		<category><![CDATA[Assidim]]></category>
		<category><![CDATA[Europ Assistance Italia]]></category>
		<category><![CDATA[welfare salute]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Corrias]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il benessere non può limitarsi a essere una piattaforma di beni e servizi. Serve che le aziende si concentrino sull&#8217;aspetto più importante per le proprie persone, che riguarda una nuova sensibilizzazione sul tema. &#160; Cultura e salute. Sono questi gli elementi fondamentali e imprescindibili del...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 4</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>Il benessere non può limitarsi a essere una piattaforma di beni e servizi. Serve che le aziende si concentrino sull&#8217;aspetto più importante per le proprie persone, che riguarda una nuova sensibilizzazione sul tema.</em><span id="more-19895"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cultura e salute. Sono questi gli elementi fondamentali e imprescindibili del <strong>welfare aziendale</strong> secondo <strong>Antonio Corrias</strong>, Responsabile Sviluppo Associativo e Marketing Comunicazione di <strong>Assidim</strong>, la cassa di sanità integrativa non profit, che si propone di cambiare la cultura vendendo i fondamentali della salute come welfare aziendale. “Oggi si confonde il welfare con il benessere organizzativo. <strong>Il benessere non è una piattaforma di scambio di beni e servizi</strong>, ma un valore che si tende a dare per scontato: la salute”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Relatore al <strong>convegno <em>Tuttowelfare – Il welfare dalla A alla W</em></strong>, il primo evento di Tuttowelfare.info, Corrias ha illustrato la mission di Assidim, che oggi assiste 1.650 aziende per un totale di 250mila persone e 35mila nuclei familiari. “Cerchiamo di diffondere all’interno delle aziende, soprattutto quelle più piccole, e dei sindacati una <strong>vera cultura del welfare</strong>. I flexible benefit vanno bene, ma un imprenditore illuminato fa di più per garantire il benessere dei suoi dipendenti. Noi lavoriamo sul valore fondante del benessere, ossia la salute”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una sfida non semplice da vincere se si considera che, secondo una ricerca della Camera di Commercio di Milano, Monza, Brianza e Lodi di due anni fa citata dallo stesso Corrias, <strong>il 77% delle Piccole e medie imprese non sa dare un significato alla parola &#8220;welfare&#8221;</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>L’innovazione al servizio della salute</strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’innovazione e le tecnologie digitali possono essere utilizzate per cambiare la cultura, a supporto della comunicazione di questi concetti e delle<strong> campagne di sensibilizzazione sul tema</strong>. Ma l’applicazione delle nuove tecnologie può avere un impatto positivo anche sulla stessa sanità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“In Italia i costi &#8216;inutili&#8217; alla sanità pubblica, causati per esempio da chi si dimentica di prendere un farmaco salvavita, ammontano a 19 miliardi. Le piattaforme e le applicazioni digitali possono essere usate per <strong>fornire aiuto ai problemi di salute</strong>. Per esempio, attraverso un alert che avvisa i pazienti quando prendere un medicinale importante e i parenti se l’applicazione non riceve risposta dal paziente”, spiega Corrias. Per rispondere a questi bisogni di prevenzione, assistenza e telemonitoraggio dei dati clinici del paziente, Assidim ha deciso di completare la propria offerta di prestazioni con la <strong>soluzione MyClinic</strong>, una piattaforma digitale dedicata alla salute, mediante una partnership con Europ Assistance.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Nove italiani su 10 si affidano a una r<strong>icerca su un motore di ricerca quando hanno disturbi di salute</strong>. Il problema è trovare una risposta seria, certificata, accurata e credibile. Per questo abbiamo sviluppato la piattaforma digitale MyClinic”, racconta <strong>Francesco Rimoldi</strong>, head of Utilities, Telco, Affinity &amp; Health di Europ Assistance Italia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La piattaforma offre la possibilità di fare una <strong>videoconferenza con un medico di base o specialista</strong> di una struttura sanitaria certificata, h24 e 7 giorni su 7, per avere una consulenza; di fare un’autovalutazione dei sintomi e avere una prima diagnosi in tempo reale, attraverso un <strong>algoritmo che analizza i sintomi dei pazienti</strong>, e indicazioni su come procedere in caso di episodio acuto; e di archiviare i propri dati sanitari e condividerli con un pool di medici parte di una struttura sanitaria certificata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“È un modo nuovo di raccontare <strong>l’assistenza alle persone nelle aziende</strong> e una soluzione che si inserisce in una serie di obiettivi: accessibilità ai servizi legati alla salute; riduzione dei costi; e modernità di accesso alle prestazioni legate alla salute. Certo, non si può fare dall’oggi al domani, perché servono una <strong>centrale medica e un network di fornitori</strong>. Ma cerchiamo di accompagnare i nostri partner all’accesso di servizi fondamentali attraverso strumenti digitali”, conclude Rimoldi.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Quota 100 affossa il Servizio Sanitario Nazionale</title>
		<link>https://tuttowelfare.info/quota-100-affossa-il-servizio-sanitario-nazionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Mar 2019 06:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono 38 mila i medici che nei prossimi tre anni potrebbero andare in pensione tra Quota 100 e raggiunti limiti di età, con gravi conseguenze sul SSN. Lo spiega a Tuttowelfare.info Carlo Palermo segretario di Anaao Assomed. &#160; &#160; L&#8217;arrivo di Quota 100 rischia seriamente...</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 5</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>Sono 38 mila i medici che nei prossimi tre anni potrebbero andare in pensione tra Quota 100 e raggiunti limiti di età, con gravi conseguenze sul SSN. Lo spiega a Tuttowelfare.info Carlo Palermo segretario di Anaao Assomed.<br />
</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>L&#8217;arrivo di <strong>Quota 100</strong> rischia seriamente di abbattersi come una mannaia sul già in affanno <strong>Sistema Sanitario Nazionale</strong>. Migliaia di medici, infatti, matureranno il diritto ad andare in pensione nel prossimo triennio, andando ad aggiungersi alla platea già corposa che avrebbe lasciato con la <strong>legge Fornero</strong>. A essere interessate tra 2019 e 2021 saranno le annate di nascita dal 1954 fino al 1959, quelle che, stando alle curve di distribuzione dei medici, contano frequenze molto alte, tra le 6 e le 7 mila unità per anno. Se solo con la Fornero sarebbero usciti circa 20 mila medici, Quota 100 porterà un incremento consistente di questi numeri.<br />
«Quota 100 porta le uscite a 62 anni, un anticipo di tre anni che vanno a sommarsi alle altre tre annate che matureranno il diritto con la legge Fornero», spiega Carlo Palermo, segretario di <strong>Anaao Assomed</strong>, «abbiamo una corte di circa 38 mila medici in totale che in tre anni potranno andare in pensione». Quanti di questi lasceranno effettivamente gli ospedali? Il sindacato ha provato a fare un calcolo: «Quelli di 65 anni usciranno in ogni caso, difficile che rimangano in servizio. Le altre tre annate contano circa 18 mila medici, pensiamo che ne esca circa il 25%, quindi 4.500». Sono stime fatte al ribasso considerando le penalizzazioni a cui andrà incontro chi sceglierà l&#8217;uscita anticipata: limitazione dell&#8217;attività libero-professionale a non oltre i 5.500 euro annui, divieto di cumulo con altre quote previdenziali, riduzione dell&#8217;assegno pensionistico legata ai meno anni di contributi (da 42 e 10 mesi a 38 per i maschi e da 41 e 10 mesi a 38 per le donne), ma si tratta comunque di numeri consistenti perché riguardano molti dei medici assunti alla fine degli anni &#8217;70, per i quali il riscatto degli anni di laurea era particolarmente conveniente.</p>
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<h4>Ci vorranno anni per avere una prestazione non urgente</h4>
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<p>«Le nostre previsioni sono abbastanza in linea con i primi elementi che si conoscono e con i calcoli dell&#8217;INPS, pubblicati a inizio marzo», spiega Palermo, «anche se si tratta solo di 4.500 medici nei tre anni, questi vanno ad aggiungersi ai 19-20 mila della Fornero. Ci saranno dunque circa 24 mila medici in uscita nel triennio, una cifra importante. In un contesto di carenza e di difficoltà di reperimento di specialisti, perché in tutti questi anni è stata totalmente sbagliata la programmazione delle specializzazioni, rischiamo di andare verso il dramma, la chiusura di servizi per i cittadini. Altro che liste d&#8217;attesa di semestrali, bisognerà aspettare anni per poter accedere a una prestazione non urgente».</p>
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<h4>Bisogna  incentivare le entrate</h4>
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<p>La soluzione non può però essere il ritiro della legge. «C&#8217;è una responsabilità tutta politica», spiega Palermo, «parliamo di ultra 60enni costretti dalla carenza di personale a notti, reperibilità, straordinari non pagati, fine settimana sempre occupati. È normale che uno voglia andare in pensione e che possa farlo». Ciò che serve, piuttosto, è incentivare le entrate. «Se non si permettono le assunzioni nel servizio sanitario nazionale, chi rimarrà non può reggere un carico di lavoro che già oggi è aumentato». Dal 2010 al 2016 i medici e i dirigenti sanitari in servizio sono diminuiti complessivamente di 7 mila unità, nel 2018 si prevede che il deficit arrivi a toccare le 10 mila unità, su un totale di 105 mila. Il limite di spesa per il personale nelle diverse aziende è fermo all,1,4% in meno rispetto al dato del 2004, un blocco posto dalla finanziaria del 2006 a partire dal 2007 e mai ritoccato, ormai diventato anacronistico, «dopo aver pensato a rientrare dal disavanzo bisogna sbloccare le assunzioni, e bisogna farlo anche nelle Regioni che sono in piano di rientro, altrimenti, senza personale, non resta che un&#8217;operazione contabile che non tiene assolutamente conto delle ricadute sulla salute pubblica». A complicare ulteriormente la situazione ci si mette il limite a un anno della validità dei concorsi: «Con questi ritmi di uscita e con la difficoltà che hanno già ora le aziende per fare un concorso, come è possibile che debbano fare per ogni disciplina due o tre concorsi all&#8217;anno? Si bloccherebbe il sistema».</p>
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<h4>La proposta del sindacato</h4>
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<p>La proposta del sindacato è quella di una validità triennale delle graduatorie, un tempo che si ritiene congruo alle esigenze. «In caso di insufficienza di medici specialisti, abbiamo poi chiesto che possa essere utilizzata una graduatoria a latere a cui partecipano gli specializzandi dell&#8217;ultimo anno. Serve una visione strategica e proposte razionali, invece ci troviamo in una situazione di deficit di specialisti, contratto non rinnovato, condizioni di lavoro pessime. Non ci si può meravigliare che i medici decidano di uscire da un sistema in cui prendono come primo stipendio 2000 o 2300 euro con aliquote fiscali fino al 43% mentre dall&#8217;altra parte c&#8217;è un mercato più tranquillo, che non lavora sull&#8217;urgenza ma in elezione, e ha una flat tax del 15% fino a 65 mila euro e del 20% fino a 100 mila. Perché un medico dovrebbe restare nel Servizio sanitario nazionale?».</p>
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