
Perché le aziende dovrebbero occuparsi di educazione finanziaria
I dati recentemente diffusi dall’Ocse dicono che l’Italia ha fatto progressi nell’ambito dell’educazione finanziaria, tanto che la percentuale di coloro che hanno un’alfabetizzazione in questo campo è cresciuta dal 37% al 44,3%.
Tuttavia, si tratta di un miglioramento lento, che ci vede ancora all’ultimo posto nella classifica di diffusione di concetti come l’inflazione, la diversificazione e i rendimenti non solo nell’Unione Europea, ma anche rispetto a tutti i mercati sviluppati.
Va detto che lo Stato italiano sta cercando di porre rimedio e di colmare il gap con gli altri Paesi, tanto che nell’anno 2024/2025 l’educazione finanziaria è stata portata per la prima volta all’interno del programma per le scuole secondarie. Tuttavia, come scrive Marco Lo Conte sulla sua testata, si tratta di provvedimenti ancora poco incisivi.
In primis si tratta di sole sette ore l’anno, pochissimo per poter sperare in un impatto significativo, e soprattutto senza alcun effetto sugli adulti di oggi, che sono i veri responsabili delle finanze di un nucleo familiare. Ma se non sono le scuole o gli enti pubblici, chi può farsi carico di sviluppare l’educazione finanziaria tra le persone e farlo in tempi relativamente brevi?
Un prezioso contributo su questo punto può provenire dalle imprese. Infatti, il management aziendale ha una posizione sociale e una serie di caratteristiche intrinseche che possono avere un ruolo cruciale nel colmare questo divario formativo. Innanzitutto, riesce a raggiungere figure che eventuali concorsi pubblici difficilmente coinvolgerebbero. Inoltre, può proporre una formazione molto più concreta e attinente alla realtà di quella che si ha nelle scuole, andando ad affrontare temi inerenti a bisogni immediati come mutui, previdenza, gestione del TFR e un uso più appropriato dei frindge benefit messi a disposizione. Infine, può avere un ruolo importante a livello di inclusione e tutela dei gruppi che in questo frangente sono più vulnerabili, come neoassunti, stranieri e dipendenti con reddito più basso.
A questo punto, però, viene da chiedersi come mai le organizzazioni dovrebbero farsi carico di investire nell’educazione finanziaria dei loro dipendenti, viste le già innumerevoli sfide che oggi si trovano a dover affrontare. La risposta a questo interrogativo è che una maggiore educazione finanziaria genererebbe numerosi benefici anche per le imprese stesse.
Negli ultimi anni, infatti, sono stati pubblicati numerosi studi che lo dimostrano e uno dei più importanti è l’edizione del 2025 dello State of Workplace Financial Benefits Study, di Morgan Stanley. Secondo questo report:
- Il 91% dei dipendenti intervistati dichiara che si sentirebbe più coinvolto nella società in cui lavora se questa offrisse supporto finanziario sui loro problemi specifici
- L’84% afferma che i datori di lavoro dovrebbero assistere più attivamente i dipendenti nelle questioni inerenti alla gestione finanziaria
- L’80% dei leader HR hanno ricevuto richieste specifiche sul tema
Pertanto, lo studio di Morgan Stanley dimostra come sviluppare l’educazione finanziaria aumenti l’attrattività di un’azienda e, al tempo stesso, ne riduca il turnover.
Un altro rapporto, pubblicato nel 2023 da PwC e intitolato Employee Financial Wellness Survey, mostra anche come le preoccupazioni per le proprie condizioni economiche siano la principale causa di stress per il 57% degli intervistati, con impatti negativi su produttività, assenteismo e fidelizzazione. Tuttavia, le imprese che offrono programmi di benessere finanziario riscontrano benefici misurabili su ognuna delle voci citate.
Infine, sempre secondo il report di PwC, sono il 74% i lavoratori dipendenti che cercano attivamente una guida pratica che li supporti nel prendere le decisioni giuste quando si parla della gestione del loro denaro, di momenti di crisi e di eventi inaspettati in generale. Ciò evidenzia l’ampio margine di manovra che avrebbero le imprese qualora decidessero di investire attivamente in questo tema.