
Rinuncia al TFR: come funzionerebbe questa novità?
In questi giorni si è iniziato a parlare dei provvedimenti che potrebbero essere presi con la Legge di Bilancio 2026 e uno di quelli che ha fatto più discutere è sicuramente l’opzione che prevede la rinuncia al TFR per anticipare il pensionamento.
Ma in che modo rinunciare alla liquidazione, maturata nel corso degli anni in cui si è svolto il proprio impiego e a cui si ha diritto al momento dell’interruzione del contratto, dovrebbe permettere a un lavoratore subordinato di andare in pensione prima? La risposta a questa domanda la si può trovare nella normativa che regolamenta il pensionamento anticipato contributivo, ossia per chi ha iniziato a versare i contributi dal 1996 o entro il 1995 se disposto a ricalcolare l’assegno.
Questa normativa afferma che si può andare in pensione a 64 anni, ovvero tre anni prima di quanto prevede il pensionamento per raggiunti limiti d’età, se si sono versati almeno 25 anni di contributi e se l’importo che verrebbe corrisposto è superiore di almeno tre volte l’assegno sociale (questa soglia è inferiore per le lavoratrici con figli). Ciò significa, secondo alcune simulazioni realizzate dal Corriere della Sera, che chi non ha un reddito di almeno 1.650€ netti non può usufruire di questa opzione, in quanto il secondo dei due requisiti richiesti non sarebbe rispettato.
Tuttavia, se la rinuncia al TFR permettesse di trasformare quest’ultimo non più in una liquidazione, ma in una rendita che va a comporre il reddito pensionistico, la quale a sua volta andrebbe a contribuire al raggiungimento della soglia del triplo dell’assegno sociale, allora molti più lavoratori, operanti nel settore privato o nel cosiddetto pubblico impiego contrattualizzato, potrebbero andare in pensione anticipata, in quanto lo stipendio netto minimo necessario scenderebbe a 1.350€.
Sebbene siano già in molti quelli che si sono messi a fare i calcoli per capire se rinunciare a una porzione dello stipendio, per riceverlo sotto un’altra forma, sia o meno conveniente, è bene ricordare che la Legge di Bilancio del 2026 è ancora in fase di discussione e il suo testo potrebbe cambiare anche profondamente dal momento in cui si scrive a quello in cui sarà approvata. Tuttavia, se tutto questo dovesse trovare conferma, una cosa la si potrebbe comunque affermare, ovvero che l’attuale Governo sta proseguendo un trend che si era già osservato all’inizio di quest’anno per quanto riguarda le pensioni, ovvero quello della flessibilità.
Infatti, questo nuovo provvedimento va in una direzione già osservata e ben definita: consentire a un numero maggiore di persone di uscire dal mercato del lavoro, ma rinunciando a parte della loro retribuzione, lasciando al singolo individuo la possibilità di farsi i conti in tasca e decidere cosa sia meglio per lui o per lei.
Ad oggi è difficile capire se questa misura potrà avere successo, in quanto non sappiamo quale sarà il tasso di conversione, se ci saranno ritenute e nemmeno se il provvedimento sarà approvato. Tuttavia, da come è stato descritto fino a oggi, non sembra una misura particolarmente gravosa per lo Stato, che già spende in pensioni più del 15% del Pil.
Al tempo stesso, però, non sembra nemmeno una manovra che cerca di creare un mercato del lavoro in grado di attrarre un numero maggiore di giovani. Infatti, i dati più recenti diffusi dall’Istat dicono che il boom dell’occupazione è dovuto all’assunzione soprattutto di over 50, mentre tra gli over 35 il trend è inverso, con il numero dei NEET intorno ai 2 milioni di individui lo scorso anno. Un quadro che difficilmente migliorerà se non si prenderanno provvedimenti più incisivi.