
Quanto conviene bloccare l’aumento dell’età pensionabile?
La scorso 31 marzo, l’Istat ha diffuso i dati 2024 sull’aspettativa di vita in Italia, la quale, ci dice il nostro istituto nazionale di ricerca, è arrivata a 83,4 anni. Se, da da un certo punto di vista, questa è senz’altro una buona notizia, lo è di meno da quello lavorativo, dato che comporta l’aumento dell’età pensionabile, che da 67 anni passerà a 67 anni e 3 mesi, nel caso dei raggiunti limiti d’età, e 43 anni (42 per le donne) e 1 mese di contributi per l’anticipata.
In realtà, il Governo, attraverso il sottosegretario Claudio Durigon, ha fatto subito sapere che questo aumento verrà scongiurato attraverso una “sterilizzazione” dell’età pensionabile, che dovrebbe quindi rimanere invariata anche tra due anni, distaccandosi così da quelli che sono i parametri di adeguamento previsti dalla Ragioneria Generale dello Stato (Rgs).
Nonostante questa decisione sia stata solamente annunciata e non sia stato ancora preso nessun provvedimento effettivo al momento in cui si scrive, è stata comunque sufficiente per scatenare un dibattito sui pro e i contro di questa decisione.
Tra i primi vi sono i sindacati, con lo studio del dipartimento di Previdenza della Cgil che calcolato che, se non ci sarà il blocco dell’aumento dell’età pensionabile, circa 44mila lavoratori italiani si ritroveranno nella condizione di “esodati” per alcuni mesi, senza percepire uno stipendio né una pensione. Sempre la Cgil specifica che è il caso di coloro che hanno già sottoscritto degli accordi con le aziende per cui lavorano per uscire in anticipo dal mondo del lavoro attraverso forme di scivoli; accordi che però prevedevano un congelamento dei parametri al momento in cui erano stati presi.
Tra coloro che, invece, non sono così contrari all’aumento dell’età pensionabile vi sono coloro che guardano ai conti pubblici e ai dati della Rgs, dai quali emerge come, nel 2040, la spesa previdenziale italiana salirà dal 15,4% del Pil di oggi, al 17,1%. Questa stima, in realtà, era stata calcolata prima che la disputa sull’età pensionabile nascesse; pertanto, questo aumento avverrà comunque e sterilizzare l’adattamento comporterebbe un ulteriore colpo a un sistema previdenziale la cui sostenibilità è sempre più messa alla prova.
A questo punto però, una domanda sorge spontanea: bloccare l’aumento dell’età pensionabile per non farla crescere di appena 3 mesi, sarebbe così deleterio? Cerchiamo di rispondere guardando ai dati. Secondo quelli forniti dall’Istat, è possibile stimare che gli italiani nel 2026 saranno poco meno di 59 milioni; quasi invariati rispetto a quest’anno. Di questi, circa 15 milioni saranno pensionati, l’1,7% in più di quest’anno alle condizioni attuali. Inoltre, come scritto anche in un nostro recente articolo, gli occupati in Italia sono stati 23,7 milioni nel 2024, mentre nel 2026 dovrebbero salire a 24,2 milioni. Ciò significa che, se nel 2024 sono stati pagati 396,6 miliardi di pensioni (dati Inps), nel 2026 saranno 403,3. Tuttavia, supponendo che un quarto dei pensionati dovesse aspettare il 2027 per via dell’aumento di 3 mesi dell’età pensionabile, la spesa si ridurrebbe a 401,6 miliardi.
Pertanto, lasciare l’età pensionabile a 67 anni comporterebbe un aumento della spesa previdenziale di appena 1,7 miliardi in un anno. Tuttavia, se alle stime sul peso della previdenza entro il 2040 si andasse a sommare anche questa spesa annua aggiuntiva, l’impatto sul Pil arriverebbe al 18,3%, pari a oltre 400 miliardi contro i 375 circa alle condizioni attuali.
In conclusione, non aumentare l’età pensionabile di 3 mesi non produrrà effetti significativi nel breve termine, ma creerà una crescita della spesa pubblica, con ripercussioni soprattutto sui più giovani, che si farà sentire nel tempo e che potrebbe costringere i nostri governi futuri a dover prendere questa difficile decisione.