Working poor: chi sono i lavoratori più a rischio povertà in Italia?
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Working poor: chi sono i lavoratori più a rischio povertà in Italia?

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Da molti anni, gli Stati Uniti, e in particolare lo stato della California e la Silicon Valley, hanno fatto conoscere all’Italia un fenomeno molto particolare, ovvero quello di chi ha un’occupazione, ma, nonostante ciò, si ritrova ad avere serie difficoltà economiche, in primis abitative. Sebbene con risvolti diversi e meno estremi, questa categoria è molto diffusa anche in Italia, ed è quella dei “working poor”, ovvero di persone che, sebbene abbiano un lavoro e uno stipendio, si trovano al di sotto della soglia di povertà.

 

Secondo un recente rapporto del Centro Studi di Unimpresa, il nostro Paese non è assolutamente immune a questo fenomeno, dato che degli 8 milioni e mezzo di italiani (quasi il 15% della popolazione) a rischio povertà, ben 6,6 milioni (corrispondenti al 77,6% del totale e all’11,6% della popolazione) sono proprio working poor.

 

Ma chi sono esattamente i working poor in Italia? Secondo un articolo pubblicato da Orizzonte Scuola lo scorso gennaio, in questa categoria rientrano i lavoratori che percepiscono una retribuzione oraria inferiore a euro 8,90. Tuttavia, oltre a fornire un inquadramento di tipo normativo, questa definizione non fornisce una risposta alla domanda che di solito viene da porsi in questi casi, ovvero: questo fenomeno è distribuito omogeneamente tra la popolazione oppure ci sono delle categorie più a rischio?

 

Per rispondere a questo quesito, riprendiamo un’indagine condotta dall’Istat, in cui sono stati indagati i fattori che influiscono maggiormente sulla possibilità che un lavoratore si collochi al di sopra o al di sotto del 60% della retribuzione mediana, ovvero della soglia di povertà identificata a livello europeo.

 

I dati mostrano come, nel nostro Paese, sia più probabile essere un working poor in base a:

 

  • Genere
  • Residenza
  • Istruzione
  • Contratto di lavoro

 

A quelle appena elencate si aggiungono anche altre variabili che, nonostante abbiano un impatto minore, sono comunque significative, ovvero l’età, lo stato civile e il numero dei componenti del nucleo familiare.

 

Procedendo con ordine all’esame dei risultati, la prima cosa che emerge è che il fenomeno dei working poor colpisce di più le donne. Infatti, chi si identifica come “maschio” ha quasi il 64% in meno delle possibilità di essere al di sotto della soglia di povertà rispetto alla controparte femminile, sempre secondo Istat.

 

Si riconferma poi il divario esistente tra il Nord e il Sud del nostro Paese. Infatti, chi risiede in regioni quali la Lombardia, il Piemonte e il Veneto ha rispettivamente il 50,2%, il 44,8% e il 42,4% di probabilità in meno di essere al di sotto del 60% della retribuzione mediana rispetto alla media nazionale, mentre spostandoci in regioni quali la Campania, la Sicilia e la Calabria, le probabilità sono le più alte della media del 73,8%, del 78,2% e dell’87,6%.

 

Avere un titolo di studio elevato rappresenta ancora un plus in termini di carriera e di salario corrisposto, con i laureati che hanno il 26,9% di possibilità in meno di essere poveri, mentre i diplomati o chi ha raggiunto solo la terza media hanno rispettivamente il 21,1% e addirittura il 94,4% in più.

 

Un ulteriore aspetto su cui si concentra lo studio è quello del precariato, con l’Istat che rileva come avere un contratto a tempo indeterminato sia una garanzia, in quanto riduce del 79,7% la probabilità di essere al di sotto della soglia di povertà.

 

Infine, lo studio mostra come il fenomeno dei working poor penalizzi i giovani, i nuclei familiari composti da un solo membro, ma anche le famiglie molto numerose. Infatti, la possibilità di non raggiungere la soglia di povertà diminuisce di oltre il 3% per ogni anno compiuto, è inferiore del 13% per chi è sposato o sposata, ma aumenta dell’8,4% per ogni figlio o in caso di parenti anziani a carico.

 

In conclusione, essere un working poor non è totalmente un fenomeno estemporaneo, figlio dei tempi che stiamo attraversando, ma ha radici solide su variabili socioeconomiche e culturali sulle quali è necessario agire.

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andrea.bianchi@ecomunicare.com