
Violenza di genere: dalle aziende una spinta al cambiamento
La violenza di genere ha molte facce. Quelle di chi la compie, partner, capo, collega, cliente, sconosciuto. Quelle con cui si manifesta, a volte invisibili, sottili, nascoste, persino innocue all’apparenza. Che vuoi che sia! E soprattutto quelle di chi la subisce, soffrendo, perdendo l’autostima, temendo.
Indipendentemente da come si presenta, la violenza di genere è un fenomeno che è necessario contrastare con decisione per costruire una società più sostenibile. Un compito, un dovere e una sfida che risuonano con ancora più forza oggi, 25 novembre, in cui si celebra la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
In questo percorso necessario, le aziende possono e devono giocare un ruolo cruciale nel promuovere un cambiamento che sia reale e duraturo.
Iniziamo dai dati.
La violenza di genere nel lavoro
L’ambiente di lavoro è uno dei luoghi in cui la violenza di genere si manifesta con più frequenza. Secondo l’indagine di WeWorld e Ipsos “Non staremo al nostro posto. Per il diritto a un lavoro libero da molestie e violenze”, il 60% di lavoratori e lavoratrici è a conoscenza di episodi di violenza avvenuti sul luogo di lavoro, il 42% vi ha assistito in prima persona o li ha subiti, e il 22% ne è stato vittima almeno una volta, dato che sale al 28% tra le donne. I primi autori sono i capi (42%), seguiti dai colleghi uomini (35%).
Abusi e molestie lasciano segni profondi nel vissuto di chi li subisce che si riverberano in ogni sfera della vita e che colpiscono il tessuto sociale del Paese.
La violenza di genere può anche essere fatta di episodi quasi impercettibili. Sette persone su dieci (71%) hanno assistito o subito almeno una micro-aggressione sul posto di lavoro, e tra queste il 58% ha dichiarato di esserne stata vittima diretta. Il 37% delle donne ha subito episodi di mansplaining e più di 1 donna su 4 (27%) sguardi o avances inappropriate.
Il linguaggio. L’autostima che crolla. La denuncia che non arriva
La principale forma con cui si manifesta la violenza di genere, rimarca lo studio, è quella verbale (56%), aspetto che sottolinea l’importanza e il ruolo della comunicazione nelle dinamiche relazionali anche sul posto di lavoro. Seguono mobbing (53%), abuso di potere (37%), violenza fisica (10%) e stalking (6%).
Gli effetti sono profondi, tra cui stress e ansia (56%), burnout (33%), crollo dell’autostima (30%), depressione (21%) e per molte persone la situazione può diventare insostenibile: il 25% del campione ha dato le dimissioni dopo violenze sul lavoro e il 14% è stata licenziata/o in seguito all’episodio.
Nonostante questo, le vittime spesso non denunciano, per paura di perdere il lavoro (59%) o di subire ritorsioni (53%). Una donna su quattro (26%) non lo fa per il timore di non essere creduta.
Il ruolo delle aziende
Contrastare la violenza di genere richiede anzitutto un profondo cambiamento culturale. Non dimentichiamo che l’Italia è all’87° posto su 146 per parità di genere nel Global Gender Gap Report e che siamo un Paese nel quale persistono diversi stereotipi che relegano le donne in condizioni di svantaggio rispetto agli uomini, sul lavoro, in famiglia e nella società.
Le aziende hanno in questo la responsabilità e l’opportunità di essere parte attiva del cambiamento. Un ruolo che sono gli stessi italiani – quasi due su tre (62%) – ad assegnare loro, come rileva l’Osservatorio D realizzato da SWG e Valore D.
E possono farlo in molti modi. Con percorsi di formazione interna, iniziative di sensibilizzazione, mettendo a disposizione supporto legale e assistenza psicologica alle vittime, realizzando sinergie con istituzioni, associazioni e centri antiviolenza.
Gli esempi virtuosi ci sono. Come quello di Snam, che con il progetto “Pari. Insieme contro la violenza di genere”, realizzato con un network di aziende, vuole sensibilizzare sul fenomeno nel mondo del lavoro e non solo. O come quello recente della Cooperativa Sociale CIDAS, che ha introdotto un congedo retribuito di 90 giorni per le lavoratrici vittime di violenza, interamente finanziato dalla Cooperativa, che si aggiunge ai 90 giorni già previsti dall’INPS.
Il lavoro come strumento di empowerment
Il lavoro può dunque rappresentare un potente strumento di empowerment per le donne. E non “solo” perché permette di raggiungere un’indipendenza economica – fattore fondamentale per la persona (anche pensando a come proprio quella economica sia una delle principali forme di violenza). Ma anche perché – attraverso l’impegno delle aziende per favorire una cultura del rispetto e dell’inclusione – può farsi veicolo di un cambiamento culturale che può arrivare anche alla popolazione maschile e coinvolgere l’intera società. Organizzazioni, istituzioni, associazioni, persone: lo sforzo deve essere collettivo e non è rinviabile.