Maurizio Zanella, Fondatore e Presidente di Ca’ del Bosco

Ca’ del Bosco: la scultura come forma di benessere culturale

La collezione Ca’ del Bosco, la cui identità si è andata plasmando nel tempo come una galleria d’arte a cielo aperto, diffusa e viva, dove le opere e il paesaggio dialogano nel segno della bellezza, della memoria e del piacere.

 

Il rapporto tra arte, vino e paesaggio è parte costitutiva dell’identità di Ca’ del Bosco. A partire dagli anni Ottanta, il fondatore Maurizio Zanella ha dato vita a un modello originale di relazione tra produzione e linguaggi espressivi, invitando artisti di fama internazionale a creare opere in dialogo con la natura e l’architettura della tenuta. Il risultato è una galleria diffusa, in cui la scultura diventa strumento per abitare lo spazio con maggiore consapevolezza e per amplificare l’esperienza sensoriale e cognitiva di chi lo attraversa.

L’arte come infrastruttura del benessere

 

La specificità di questo progetto risiede nella sua capacità di coniugare dimensione estetica, etica ed ecologica. Le opere che punteggiano la tenuta – dal Cancello Solare di Arnaldo Pomodoro a Eroi di luce di Mitoraj, dal Codice Genetico di Rabarama ai Blue Guardians di Cracking Art – non rispondono a una logica museale, né si prestano a una fruizione contemplativa passiva. Sono invece parte di un paesaggio integrato, capaci di attivare micro-processi di riflessione, di rallentamento percettivo, di riconnessione con la materia viva del territorio.

 

La scultura, in particolare, viene eletta da Zanella come linguaggio privilegiato in virtù della sua dimensione tridimensionale, sinestetica e durevole: “il vino – afferma – è una forma d’arte che si rivolge ai sensi, come la scultura. Entrambi richiedono tempo, gesto, precisione, attenzione”. Ne deriva una filosofia curatoriale non dichiarata, ma profondamente coerente, in cui l’arte non è mai estranea al contesto, ma ne rappresenta una lettura amplificata e una stratificazione di senso.

 

Un welfare culturale e radicato

 

In questo scenario, l’inserimento dell’arte negli spazi produttivi non risponde a un principio decorativo, ma a una visione esplicitamente formativa. Il paesaggio di Ca’ del Bosco non è solo da abitare, ma da interpretare. L’esperienza estetica che ne deriva si configura come una forma di educazione informale, capace di incidere sul benessere psicologico e relazionale delle persone che lavorano e collaborano con l’azienda, così come dei visitatori e partner.

 

La recente istituzione del Premio Scultura Ca’ del Bosco, rivolto ad artisti under 40 e realizzato in collaborazione con Venetian Heritage, segna un’ulteriore estensione di questa visione. L’opera vincitrice della prima edizione, handandland di Irene Coppola, riattiva con delicatezza il legame tra corpo, gesto e ambiente: una spirale luminosa che rilegge il viticcio della vite come metafora del radicamento e della relazione, della cura e dell’ascolto.

 

Ecologia, memoria, estetica: per una cultura della cura

 

L’esperienza di Ca’ del Bosco si inserisce così a pieno titolo in una riflessione più ampia su forme di welfare culturale che superano il paradigma dell’utilità immediata, per collocarsi in una visione di lungo periodo, in cui la presenza dell’arte negli ambienti produttivi contribuisce a generare senso, appartenenza, memoria e trasformazione.

Come ha scritto Luigi Veronelli, mentore di Zanella, “il vino è un valore reale che dà l’irreale”: un’esperienza che apre, che sospende, che mette in relazione. Anche l’arte fa questo. La loro convivenza, a Ca’ del Bosco, non è una strategia di comunicazione, ma una precisa pratica culturale, che riconosce nel paesaggio, nella materia e nella bellezza delle forme un potente fattore di benessere, individuale e collettivo.