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	<title>Nino Cartabellotta Archivi - Tuttowelfare</title>
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	<title>Nino Cartabellotta Archivi - Tuttowelfare</title>
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		<title>Sanità pubblica e privata, una bilancia in equilibrio precario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Oct 2019 09:16:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Capria]]></category>
		<category><![CDATA[servizio sanitario nazionale]]></category>
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		<category><![CDATA[welfare sanitario]]></category>
		<category><![CDATA[spesa sanitaria privata]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che rapporto intercorre oggi tra sanità pubblica e privata in Italia? Ne traccia il quadro, indagando i possibili scenari futuri, Francesco Capria del Centro Studi Assidim. &#160; &#160; La legge di Bilancio 2020 porta con sé numerose novità che riguardano l’ambito sanitario. In particolare, a...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 5</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>Che rapporto intercorre oggi tra sanità pubblica e privata in Italia? Ne traccia il quadro, indagando i possibili scenari futuri, Francesco Capria del Centro Studi Assidim.</em><span id="more-19927"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La legge di Bilancio 2020 porta con sé numerose novità che riguardano l’ambito sanitario. In particolare, a essa è collegato il Ddl Sanità 2020, che <strong>prevede un riordino dei ticket sulla base di un principio di progressività</strong>, ovvero in rapporto al reddito e alla composizione del nucleo familiare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non solo: sarà <strong>abolito il cosiddetto ‘superticket’ da 10 euro che, dal 2011, veniva applicato alle prescrizioni di visite ed esami</strong> a discrezionalità delle Regioni, per far fronte al taglio dei trasferimenti di fondi verso le amministrazioni locali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma proprio perché uguale per tutti i redditi (dunque più ‘pesante’ per quelli bassi) e discrezionale territorialmente, <strong>questo balzello veniva definito da molti</strong> (uno su tutti, <strong>Nino Cartabellotta</strong>, Presidente di Gimbe) <strong>iniquo e fonte di ulteriori diseguaglianze</strong>. Questa situazione rendeva particolarmente appetibile il mercato privato nelle Regioni in cui si applicava la tassa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Il Ssn rischia di restare con le casse vuote</strong></h4>
<p><strong> </strong></p>
<p>Per capire meglio come interpretare il nuovo scenario, <em>Tuttowelfare.info</em> ha intervistato <strong>Francesco Capria, </strong><strong>Centro Studi Assidim</strong>, associazione no profit operante nel welfare aziendale dal 1981.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La sua opinione sul Ddl è che, per quanto apprezzabile, <strong>lo sforzo fatto dal Governo è ancora insufficiente</strong>: abolendo il superticket e rimodulando il peso fiscale sulle famiglie, lo Stato dovrà garantirsi comunque un gettito da 1,5 miliardi di euro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Esiste inoltre un problema che attiene alle fonti di finanziamento: <strong>servono risorse, ma da dove arrivano?</strong> Saranno le Regioni a sopperire al mancato introito di circa 700 milioni derivante dall’abolizione del superticket?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“In Italia partiamo da una situazione in cui quasi un cittadino su due è già esente dal ticket”, osserva Capria, “dunque <strong>si rischia che il peso della rimodulazione del ticket gravi ancor più sui redditi medi</strong> che, per intenderci, sono quelli ricompresi tra 36 e 75 mila euro”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La conseguenza più immediata è la <strong>fuga dei cittadini verso la sanità privata</strong>: “Questo significherebbe meno incassi per la sanità pubblica, quindi un danno per tutti, perché è dimostrato che il solo gettito fiscale delle fasce medio-basse non basta a ripagare le prestazioni di cui esse fruiscono”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>D’altra parte, è evidente che <strong>il settore privato della sanità sta diventando sempre più competitivo e appetibile</strong> a causa del “ben noto problema della lunghezza delle liste d’attesa”, ma anche “per la ‘fuga’ dei medici stessi dal pubblico al privato”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>I fondi sanitari portano benefici a molti</strong></h4>
<p><strong> </strong></p>
<p>Poi, sostiene Capria, ci sono anche altre due questioni fondamentali, ma ancora poco considerate. La prima riguarda la <strong>diffusione dei fondi integrativi</strong>, “inseriti nei piani di welfare aziendale o, come nel caso dei fondi negoziali, istituiti nell’ambito della contrattazione collettiva nazionale o decentrata”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Il progressivo diffondersi di tali misure non ha portato benefici solo ai dipendenti e familiari che ne fruiscono direttamente, ma <strong>le ricadute positive della ‘democratizzazione del secondo pilastro del welfare’ si estendono a tutta la collettività</strong>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’altra riguarda l’<strong>effetto redistributivo che si accompagnerebbe </strong>a un consolidamento del cosiddetto secondo pilastro di welfare. “Per esempio, in Germania ai redditi alti è data la possibilità di scegliere se rimanere nella copertura pubblica e finanziarla attraverso la fiscalità generale oppure uscirne e usufruire di una copertura assicurativa”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È un meccanismo, quello dell’<em>opting out</em>, che <strong>favorisce la riduzione dei costi assistenziali per il sistema sanitario </strong>nonché la riduzione delle liste di attesa per i cittadini meno abbienti.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h4><strong>Il pubblico arretra sulla non autosufficienza</strong></h4>
<p><strong> </strong></p>
<p>C’è un secondo ambito di intervento pubblico che non è più possibile ignorare e riguarda le c<strong>ondizioni di vita e salute degli anziani, disabili e non autosufficienti</strong>: “L’aspettativa di vita alla nascita è aumentata ma, per contro, la speranza di vita in buona salute dopo i 65 anni peggiora: questa è un’area di bisogno che il welfare pubblico non riesce a soddisfare”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo Capria “i due terzi dei bisogni socio-sanitari degli assistiti non sono garantiti dallo Stato, anche perché si sommano a una manifesta inadeguatezza delle strutture e, come osserva Cartabellotta di Gimbe, a un <strong>mancato adeguamento della spesa socio-sanitaria al suddetto e crescente fabbisogno</strong>: parliamo di 9 miliardi di euro che restano a carico totale delle famiglie”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nell’immaginario collettivo degli italiani il <strong>Ssn è un “diritto acquisito”</strong> e si tende a dare per scontata la protezione universalistica. Ma sappiamo che non è così, soprattutto in una prospettiva futura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Servono soluzioni nuove e condivise nell’ottica di una reale integrazione pubblico-privato”, prosegue Capria, che si interroga altresì sull’esito della promessa dei circa <strong>4 miliardi di euro destinati all’edilizia sanitaria e al finanziamento del Patto per la Salute 2019 -2021</strong> da parte del Governo ‘gialloverde’ e di cui ora teme possa essersi persa traccia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Ssn deve affrontare altre emergenze, tra cui quella dei circa 3<strong>0.000 medici ospedalieri che, entro il 2022, andranno in pensione</strong>: “Non sono state valutate a monte le conseguenze dal punto di vista organizzativo e dell’<em>outcome</em> sanitario; oggi si è costretti a correre ai ripari, richiamando medici militari o in pensione, o facendo lavorare gli specializzandi dell’ultimo anno, sempre a causa della scarsa lungimiranza dei Governi di turno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Il <strong>tema della sanità viene infatti molto spesso sacrificato ed espunto dalle agende dei diversi partiti</strong> per i quali – conclude Capria – è molto più redditizio presentarsi agli elettori con provvedimenti spot e sensazionalistici, ma di fatto poco o per nulla sostenibili. Così facendo però, anziché favorire il mantenimento del nostro modello di welfare universalistico, si rischia di affossarlo definitivamente”.</p>
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		<title>Privatizzare la sanità con gli sgravi del welfare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jul 2019 06:59:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[sanità integrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Nino Cartabellotta]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazione Gimbe]]></category>
		<category><![CDATA[fondi sanitari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono servizi di welfare aziendale che rischiano di impattare sulle casse pubbliche. È il caso della sanità integrativa quando diventa un costo aggiuntivo per quella pubblica, sottraendo risorse al welfare state. &#160; &#160; Mentre la sanità pubblica è in grave difficoltà, gli incentivi fiscali...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 6</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>Ci sono servizi di welfare aziendale che rischiano di impattare sulle casse pubbliche. È il caso della sanità integrativa quando diventa un costo aggiuntivo per quella pubblica, sottraendo risorse al welfare state.</em><span id="more-19532"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mentre la sanità pubblica è in grave difficoltà, gli incentivi fiscali alimentano i profitti privati in questo ambito, senza integrare realmente l’offerta assistenziale. <strong>Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe</strong>, è perentorio nel descrivere il fenomeno dell’utilizzo dei fondi sanitari integrativi non più come complemento della sanità pubblica, scopo per cui nacquero nel 1992, ma in sostituzione a essa: “Ci stiamo lentamente muovendo verso una silenziosa privatizzazione della sanità, che aumenta le diseguaglianze sociali e accresce il consumismo sanitario”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Fondazione Gimbe (<strong>Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze)</strong>, nata nel 1996 con lo scopo di promuovere e realizzare attività di formazione e ricerca in ambito sanitario, ha da poco presentato <strong>un report </strong><strong>sulla sanità integrativa ed è stata ricevuta in udienza in Parlamento </strong>nell’ambito della <em>Indagine conoscitiva in materia di fondi integrativi del Servizio sanitario nazionale</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“La sanità integrativa nasce con lo scopo di offrire, attraverso enti no profit, prestazioni sanitarie complementari a quelle del servizio pubblico, per esempio di tipo odontoiatrico”, argomenta Cartabellotta. “Negli ultimi anni, però, essa <strong>è diventata la prima e più diffusa forma di welfare aziendale</strong> offerta dai contratti collettivi nazionali e dalle aziende ai propri dipendenti”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È su questo punto che si insinua il primo ‘corto circuito’: “È accaduto che i fondi, enti no profit, si sono riassicurati con compagnie assicurative, per problemi di solvibilità. Ma <strong>nel tempo le compagnie sono diventate anche gestori attivi dei fondi </strong>e ci siamo trovati di fronte al fatto compiuto di enti commerciali che gestiscono attività nate all’interno di un contesto no profit”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questa situazione danneggia tutti i cittadini: “La natura giuridica degli enti no profit consente la detrazione fiscale dei soldi spesi per le prestazioni sanitarie fruite attraverso di essi; peccato che si tratti di un’assenza di lucro solo <em>de iure </em>e non <em>de facto</em>”. Ecco che, sostanzialmente, <strong>il mancato versamento di queste imposte “si ripercuote su tutta la comunità</strong>, ma in particolare sulle persone più fragili, quelle che non possono usufruire della sanità integrativa perché non lavorano, sono precari o sono lavoratori autonomi”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo mancato introito fiscale ha conseguenze su tutti gli aspetti del welfare pubblico, quindi anche sulla sanità stessa: “Proprio qui si insedia il secondo ‘corto circuito’ perché <strong>i lavoratori che fruiscono di questo benefit si trovano, di fatto, a pagare due volte le prestazioni sanitarie</strong>, quelle pubbliche e quelle private”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ciò è dovuto al fatto che, essendo ormai quasi tutte prestazioni sostitutive e non complementari – come invece accadeva nell’intento originario del Legislatore – “<strong>chi fruisce di una prestazione privata ne avrebbe tranquillamente diritto anche nel pubblico</strong>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Un welfare che fa più male che bene</strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>La principale <strong>obiezione potrebbe essere legata ai tempi d’attesa</strong>, che tutti sappiamo essere quasi sempre più lunghi nel Ssn, molto più ridotti, invece, quando ci si rivolge a cliniche private. Ma il Presidente di Gimbe ha la risposta pronta anche a questa obiezione: “La sanità integrativa, comunque, non garantisce prestazioni urgenti o altamente specialistiche come avviene nel Ssn. Anche nel pubblico i tempi di attesa più lunghi si riferiscono a prestazioni quasi sempre differibili, già a giudizio del medico di medicina di base”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Infatti, “non è dimostrato che accelerare i tempi di alcuni esami o visite influisca positivamente sullo stato di salute delle persone; anzi, è semmai vero che <strong>un’eccessiva medicalizzazione, anche in senso preventivo, aumenti i costi sanitari per le persone</strong>, in maniera spesso inutile o anche, a volte, dannosa, indirizzandoli verso un percorso diagnostico o di cura non necessario”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco che, a quanto pare, <strong>ci sono servizi di welfare aziendale che fanno più male che bene al lavoratore</strong>: “Sentiamo spesso dire che la sanità costa, che se qualcuno non può permettersi le cure è destinato a stare male; in realtà in Italia a nessuno mancano le cure necessarie”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il nostro servizio sanitario nazionale, in effetti, è considerato un modello e un esempio in gran parte del mondo: “Questo sistema di welfare sanitario sostitutivo e non complementare, come dicevamo, diminuendo il gettito fiscale nelle casse dello Stato, <strong>favorisce proprio le diseguaglianze</strong> e, quindi, aumenta il rischio che lo Stato non abbia i fondi per curare chi ne ha davvero bisogno”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un’iniziativa come quella della sanità integrativa, dunque, che nasce con tutti i crismi del no profit, finisce all’opposto per <strong>alimentare “i profitti dell’intermediazione finanziaria e assicurativa</strong>”: infatti, secondo l’analisi della Fondazione Gimbe, “le compagnie assicurative, oltre a riassicurare i fondi, svolgono sempre più il ruolo di gestori ‘propositivi’, ovvero offrono una rete capillare di erogatori privati accreditati e propongono ‘pacchetti’ di prestazioni che alimentano il consumismo sanitario, facendo leva sulle inefficienze del Ssn (tempi di attesa) e su un concetto distorto di prevenzione (‘più esami’ uguale a ‘più salute’)”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quest’ultima equazione “è tutta da dimostrare” per Cartabellotta, che evidenzia come “questi fondi tendano a offrire pacchetti, magari preventivi, spesso perfettamente inutili in assenza di sintomi o altri segnali, <strong>facendo leva sui meccanismi psicologici e le paure delle persone</strong> e finendo per medicalizzarle in maniera totalmente sproporzionata ai loro reali bisogni”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>La commercializzazione dei fondi sanitari</strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il decreto Crescita dell’attuale Governo “ha <strong>riconosciuto la natura non commerciale dei fondi sanitari</strong>, nonostante ben l’85% di essi siano ormai gestiti da compagnie assicurative, permettendo, di fatto, che vengano concesse agevolazioni fiscali a imprese commerciali”, alimentando un vero paradosso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cartabellotta, inoltre, denuncia come “<strong>la normativa sul welfare aziendale abbia ridotto ulteriormente il gettito fiscale</strong>, con il benestare dei sindacati, che hanno ‘barattato’ una quota di salario e Tfr con agevolazioni minime per i lavoratori”. Gimbe, infatti, ha calcolato che ben il 40% dei servizi di welfare aziendale riguardano forme di sanità integrativa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Grazie ai dati ufficiali dell’Anagrafe dei fondi sanitari integrativi, mantenuta dal Ministero della Salute, unitamente ad altre fonti, Gimbe ha scoperto che “il 32% sono risorse destinate a prestazioni veramente integrative e non sostitutive, mentre consta di 11.164 milioni di euro l’ammontare dei contributi versati ai fondi portati in deduzione da persone fisiche, per <strong>una spesa fiscale complessiva di 3.361 milioni di euro</strong>, considerando un’aliquota Irpef media del 30%”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Inserendo questo in un quadro di grave sofferenza per il Ssn, si può dire che “a legislazione vigente, fondi sanitari integrativi e welfare aziendale costituiscono <strong>un sofisticato e parzialmente occulto strumento di privatizzazione della sanità</strong>, che erode sempre più risorse alla finanza pubblica, le redistribuisce in maniera iniqua, aumenta la spesa sanitaria totale senza ridurre quella delle famiglie e alimenta il consumismo sanitario, aumentando i rischi per la salute delle persone legati a fenomeni di sovra-diagnosi e sovra-trattamento”. Insomma, secondo Cartabellotta è fondamentale curarsi meglio, per poter curare tutti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://tuttowelfare.info/privatizzare-la-sanita-con-gli-sgravi-del-welfare/">Privatizzare la sanità con gli sgravi del welfare</a> proviene da <a href="https://tuttowelfare.info">Tuttowelfare</a>.</p>
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