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	<title>Sergio Spiller Archivi - Tuttowelfare</title>
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	<description>Tuttowelfare.info è la prima testata giornalistica interamente dedicata al welfare</description>
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	<title>Sergio Spiller Archivi - Tuttowelfare</title>
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		<title>Il welfare aziendale come leva per un nuovo sindacato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Nov 2019 04:39:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[welfare aziendale contrattazione]]></category>
		<category><![CDATA[sanità integrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Spiller]]></category>
		<category><![CDATA[welfare sindacati]]></category>
		<category><![CDATA[complementarità pubblico-privato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le politiche di benessere hanno posto nuovi obiettivi comuni ai principali attori coinvolti nei rapporti di lavoro. Ed è proprio qui che i rappresentanti dei lavoratori possono giocare un ruolo innovativo. &#160; In tempo di crisi, la contrattazione collettiva e quella aziendale sembravano avere perso...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 6</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>Le politiche di benessere hanno posto nuovi obiettivi comuni ai principali attori coinvolti nei rapporti di lavoro. Ed è proprio qui che i rappresentanti dei lavoratori possono giocare un ruolo innovativo.</em></p>
<p><span id="more-20178"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In tempo di crisi, la <strong>contrattazione collettiva e quella aziendale sembravano avere perso appeal</strong>: trovandosi le imprese a dover gestire in contemporanea competitività, business e rapporti di lavoro, gli aspetti legati alla contrattualistica erano passati in secondo piano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ciò che li ha riportati in auge è stato il welfare aziendale: non solo ha accompagnato la gestione della crisi, ma ha posto nuovi obiettivi condivisi da imprese, lavoratori e sindacati. Infatti, <strong>molte aziende si sono risollevate proprio quando hanno cominciato a investire sul benessere dei lavoratori</strong>, scommettendo su di esso come chiave di volta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli alleggerimenti fiscali hanno dato un impulso ulteriore ed ecco che la logica unilaterale sottesa ai ‘vecchi’ modelli di welfare è stata sostituita da un’ottica di condivisione. <strong>I sindacati non si sono sottratti a questa sfida</strong>, tanto è vero che sono sempre di più i contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali che prevedono misure di welfare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da quello dei chimici a quello dei metalmeccanici, a oggi <strong>modeste, ma significative quote di welfare sono state introdotte nella contrattazione collettiva</strong>, prevedendo un trend di crescita progressiva per la cifra designata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sergio Spiller, membro del Comitato Scientifico di <em>Tuttowelfare.info</em></strong> e che da molti anni si occupa della contrattazione dei più grandi gruppi industriali del Paese per conto della Cisl, ricorda tempi in cui i primi tentativi di introdurre un welfare di tipo sanitario erano accolti con disinteresse o, addirittura, diffidenza da parte dei lavoratori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Allo stesso tempo, ricorda il sindacalista, le aziende peccavano di disinformazione e, così, <strong>erogavano alle compagnie assicurative cifre significative</strong>, a fronte di numeri molto ridotti di beneficiari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Negli anni, complice la crisi, ma anche la maggiore facilità nel diffondere informazioni, l’utilizzo di queste misure di sostegno, per lo più di tipo sanitario e/o previdenziale, ha preso sempre più piede, sino a diventare una delle <strong>richieste considerate imprescindibili nella contrattazione aziendale</strong> e, successivamente, in quella territoriale e collettiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Il sindacato stila la pagella del welfare</strong></h4>
<p><strong> </strong></p>
<p>Il giudizio del sindacato, secondo Spiller, non può che essere positivo: “Si tratta di un <strong>servizio da sostenere e ampliare</strong>, anche in ottica di una crescente complementarità con il welfare di tipo universalistico erogato dal settore pubblico”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Infatti, la Cisl insiste sul fatto che le misure di welfare aziendale, soprattutto quelle di tipo sanitario, <strong>non debbano essere concepite in sovrapposizione o, addirittura, in opposizione all’offerta del servizio pubblico</strong>, anzi: la strada da percorrere è quella che, all’aggettivo “aziendale”, aggiunge sempre anche “integrativo”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alla base di ciò, ci sono motivi legati non solo alla crescente precarietà delle forme di lavoro, ma anche alla condizione demografica italiana, che <strong>rendono gravosa la spesa privata per ricorrere a prestazioni di tipo socio-sanitario</strong> (dal dentista alla badante).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco che, se l’universalismo del welfare pubblico non deve essere messo in discussione, tuttavia esso deve <strong>sempre più intersecarsi con le iniziative aziendali</strong>, generando ricadute positive non solo sui lavoratori dipendenti, ma anche sulle loro famiglie e su tutta la società.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per Spiller questo è possibile, per esempio, prevedendo <strong>un’ultrattività dell’erogazione dei servizi</strong> anche per alcuni mesi dopo la cessazione del contratto di lavoro, magari scegliendo proprio quegli ambiti specifici in cui la complementarità è particolarmente efficace.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’ultrafinanziamento di tali accordi può anche essere frutto di una <strong>collaborazione pubblico-privato a doppio senso</strong>: il welfare a cui dobbiamo puntare, osserva il sindacalista, deve essere inclusivo nei confronti di tutti i lavoratori, non solo per gli assunti a tempo indeterminato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nell’economia italiana l’occupazione non standard o a termine rappresenta quasi un terzo degli occupati. Dunque, <strong>occorre non creare ulteriori gap fra lavoratori</strong>: un welfare inclusivo e replicabile in contesti flessibili è una sfida importante per il futuro. Se perdendo un lavoro si perde anche una fetta importante di welfare, si moltiplica il disagio: questo spiega perché sulla ultrattività di esso occorre coinvolgere tutte le parti sociali e responsabilizzarle in tale direzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo Spiller, infatti, <strong>il welfare non deve perdere di vista lo scopo mutualistico con cui nasce</strong>: l’obiettivo del sindacato non è moltiplicare le possibilità e le offerte per i beneficiari, o personalizzarle al massimo, per esempio tramite le piattaforme offerte dai diversi provider, ma puntare a includere nei pacchetti prestazioni di protezione sociale che coprano eventi imprevisti e negativi, come lunghe malattie non indennizzate, anche in ottica solidale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Verso la complementarità pubblico-privato</strong></h4>
<p><strong> </strong></p>
<p>È su questo tema del welfare non sanitario che si inserisce la parte più critica dell’opinione di Spiller: il parere diventa molto più articolato. “Complessivamente il giudizio è positivo, ma occorre <strong>distinguere fra tipologie di servizi offerti</strong>”, osserva il sindacalista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Tra gli elementi che determinano la valutazione ci sono la specificità delle singole prestazioni e l’esistenza di una visione e di obiettivi ben precisi, che permettano di <strong>governare i processi e monitorare le esigenze e le richieste dei lavoratori</strong>, per adeguare l’offerta a esse. Non solo: occorre investire sull’informazione e formazione capillare sull’utilizzo degli strumenti disponibili”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il rischio che vede Spiller è quello che, senza una verifica preventiva dei bisogni, “<strong>l’adozione del welfare diventi solo una forma di pubblicità per l’azienda</strong>, senza una ricaduta concreta sul benessere dei lavoratori”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il pensiero va a quelle aziende che, a titolo di esempio, “propongono voucher spendibili in esercizi commerciali che non sono nemmeno presenti nel territorio di riferimento, oppure che stanziano cifre importanti per una <strong>sanità integrativa cui i dipendenti non possono (o non hanno bisogno di) accedere</strong>, perché hanno tutti un’anzianità aziendale o un’età anagrafica bassissima, oppure, ancora, erogano servizi che incidono realmente sulla vita di una fetta molto parziale di dipendenti”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo è il caso, secondo il rappresentante della Cisl, anche dei ‘famosi’ nidi aziendali, “un servizio di welfare sovrastimato nella sua efficacia, dal momento che <strong>rispondono a bisogni concreti di una piccola parte di lavoratori</strong>, per giunta per un periodo molto limitato della loro vita professionale, sebbene i costi di creazione e gestione siano molto alti. Meglio, dunque, puntare su convenzioni con quanto preesistente, in ottica collaborativa con le altre realtà, pubbliche e private, del territorio”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A questo proposito, la presenza di misure di welfare già nei contratti collettivi nazionali assume un valore ulteriore, che è quello di “trovare elementi unificanti”, dice Spiller. Il sindacato, che interviene a questo livello, “ha una <strong>visione realistica della composizione della popolazione aziendale e delle sue esigenze</strong>; e perché inserire il welfare nei Ccnl, puntando su servizi quali la sanità e la previdenza, da cui i più possono trarre utilità, permette di superare alcune disparità, tenendo conto dei contesti e favorendo l’accesso al welfare da parte di quelle piccole e medie imprese per cui altre forme sarebbero eccessivamente gravose, o addirittura inaccessibili”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al sindacato, ora, spetta l’onere di <strong>dimostrare di sapersi rigenerare anche in contesti lavorativi nuovi e in evoluzione</strong>, strutturando soluzioni di welfare accessibili, generative, complementari, integrative ed efficaci per tutti.</p>
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		<title>Pensioni, integrare è meglio che aspettare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 May 2019 05:47:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[previdenza integrativa]]></category>
		<category><![CDATA[fondi pensione]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Spiller]]></category>
		<category><![CDATA[pensione integrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se lo stato di salute del nostro sistema previdenziale è buono, con il passaggio al metodo contributivo l’esigenza di integrare la pensione con un fondo diventa fondamentale per pensionati presenti e soprattutto futuri. &#160; Nel 2018 gli italiani hanno speso quasi 70 miliardi di euro...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 5</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>Se lo stato di salute del nostro sistema previdenziale è buono, con il passaggio al metodo contributivo l’esigenza di integrare la pensione con un fondo diventa fondamentale per pensionati presenti e soprattutto futuri. </em><span id="more-19121"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel 2018 gli italiani hanno <strong>speso quasi 70 miliardi di euro per garantirsi privatamente l’accesso a prestazioni sanitarie, di assistenza e di previdenza complementare</strong>. Lo confermano gli ultimi dati raccolti dal centro studi Itinerari previdenziali nel sesto rapporto sul Bilancio del sistema previdenziale italiano. La prima voce di spesa è rappresentata dalla sanità <em>out of pocket</em>, circa 40 miliardi di euro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per pagare i contributi alla <strong>previdenza complementare,</strong> <strong>single e famiglie hanno speso in totale 14,8 miliardi</strong>. Al netto del risparmio fiscale, circa 11,2 miliardi di euro. Eppure, l’idea di mettere da parte dei soldi per garantirsi una pensione integrativa, che affianchi e si sommi all’assegno previdenziale, non è ancora in cima ai pensieri degli italiani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il nostro sistema previdenziale</strong>, nonostante le difficoltà nel far quadrare i conti pubblici,<strong> non è messo poi così male</strong>. Il rapporto pubblicato a marzo dal centro studi specializzato in materia previdenziale <strong>ne ha certificato “la buona salute”</strong>. Le entrate da contributi versati da lavoratori e imprese nel 2018 hanno superato i 200 miliardi di euro, a fronte di prestazioni pensionistiche pari a 204 miliardi, al netto dell’assistenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se si considera che sulle pensioni i cittadini pagano all’erario oltre 50 miliardi di Irpef, si vede come <strong>il saldo di cassa per lo Stato risulti positivo</strong>. Non è detto, però, che ciò si traduca in un <strong>vantaggio per le tasche dei pensionati attuali e, soprattutto, futuri</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“La salute del sistema previdenziale è cosa diversa dalla quantità e qualità dei trattamenti previdenziali”. <strong>Sergio Spiller</strong>, Responsabile del Dipartimento Contrattazione della Cisl, pone l’accento sui fattori che, nonostante il quadro complessivo, stanno determinando <strong>una progressiva riduzione dei trattamenti individuali</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Una prima riduzione dipende dal fatto che si andrà a esaurire il calcolo del trattamento pensionistico fatto con il metodo retributivo. <strong>Le pensioni calcolate sempre più con il metodo </strong><strong>contributivo saranno più basse</strong>”, fa notare Spiller. Il sistema contributivo, tra l’altro, segue l’andamento del percorso di vita: continuità o meno del rapporto di lavoro, andamento del percorso di carriera, problemi di salute prolungati nel tempo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Oltre a questi fattori individuali sono stati introdotti <strong>altri meccanismi come la riduzione del </strong><strong>coefficiente di trasformazione del montante contributivo</strong> (che viene ridefinito periodicamente in base all’aspettativa di vita) che renderanno le pensioni meno consistenti”, spiega ancora il sindacalista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Basta che l’indice di trasformazione diminuisca di qualche decimale, com’è avvenuto alla fine del 2018, perché l’insieme della pensione annuale venga a calare. Per tutti questi motivi, <strong>non </strong><strong>è solo utile ma necessario, per avere un minimo di tranquillità,</strong> puntare alla costruzione di una pensione integrativa”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Otto milioni di italiani iscritti ai fondi pensione</strong></h4>
<p><strong> </strong></p>
<p>Nel 2017 il numero dei pensionati si è attestato a 16.041.852, in calo nel 2018 di circa 25mila unità. Sempre secondo il sesto rapporto sul Bilancio del sistema previdenziale italiano, <strong>oggi gli italiani iscritti ai fondi pensione sono quasi 8 milioni</strong>. Appena la metà dei pensionati. Il nostro Paese resta infatti ancora basso nella classifica dei Paesi Ocse e non Ocse per diffusione dei fondi pensione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<strong>La conoscenza delle dinamiche effettive del sistema pensionistico è molto ridotta</strong>”, conferma Spiller. “Molte persone non hanno piena consapevolezza delle problematiche che rendono necessario costruirsi una previdenza integrativa. Si è abituati a pensare che il sistema pensionistico sia quello lineare e generoso di una volta. <strong>Dietro questi atteggiamenti individuali c’è un fattore culturale che pesa molto</strong>: scegliere di massimizzare i risultati nel presente senza pensare al futuro”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una<strong> spinta verso una maggiore adesione a forme di previdenza integrativa potrebbe venire anche dalle aziende</strong>, che potrebbero orientare i lavoratori in questa direzione anche con accordi che, attraverso i vantaggi fiscali previsti dalla legislazione, rendessero appetibile tale scelta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Esistono già molti accordi di welfare aziendale che si muovono in questa direzione favorendo <strong>l’investimento di una parte dei premi per costituire o rafforzare forme di previdenza e sanità </strong><strong>integrativa</strong>. L’assistenza sanitaria è infatti l’altro grande capitolo sul quale conviene interrogarsi per costruire certezze per il futuro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il rapporto di Itinerari previdenziali certifica che <strong>il costo dell’assistenza è aumentato negli ultimi 10 anni</strong> <strong>di 43 miliardi di euro</strong>, passando dai 73 miliardi del 2008 ai 116 miliardi del 2018. “Una società molto frammentata, caratterizzata da bisogni differenziati e da un invecchiamento progressivo, richiederà forme ulteriori di assistenza. La soluzione al problema dell’equilibrio dei conti non può essere quella di diminuire la spesa”, precisa Spiller.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo il rappresentante della Cisl, <strong>anche qui c’è un problema di consapevolezza</strong>, oltre che di comportamenti individuali e riduzione degli sprechi. <strong>E un cambiamento di mentalità deve vedere il concorso di più soggetti</strong>: informazione pubblica, sindacato e imprese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Gli accordi di welfare aziendale prevedono già oggi in molte realtà la possibilità di trasferire quote di salario in benefit. È indicativo che ai primi posti ci siano previdenza complementare e sanità integrativa”, conclude Spiller. “<strong>Si tratta di riuscire a riconoscere la differenziazione di bisogni per individuare gli interventi più adeguati</strong>”.</p>
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