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	<title>ripartenza Archivi - Tuttowelfare</title>
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	<description>Tuttowelfare.info è la prima testata giornalistica interamente dedicata al welfare</description>
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		<title>Ripartenza post Covid-19: un&#8217;occasione di rilancio per la previdenza complementare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2020 08:14:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[indagine Doxa]]></category>
		<category><![CDATA[educazione finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[previdenza complementare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo il lockdown, i timori italiani in tema previdenza riguardano la salute e gli effetti che la crisi può provocare sui risparmi. Ma nella percezione del contesto c&#8217;entra anche l&#8217;educazione finanziaria &#160; Come sta impattando, anche psicologicamente, il Covid-19 sul risparmiatore italiano e come ridisegnare...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 6</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>Dopo il lockdown, i timori italiani in tema previdenza riguardano la salute e gli effetti che la crisi può provocare sui risparmi. Ma nella percezione del contesto c&#8217;entra anche l&#8217;educazione finanziaria</em></p>
<p><span id="more-21209"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come sta impattando, anche psicologicamente, il Covid-19 sul risparmiatore italiano e come ridisegnare il nostro sistema di welfare? Due interessanti approfondimenti appena pubblicati aiutano a delineare un quadro aggiornato ed evolutivo da cui possono trarsi utili spunti di riflessione sul <strong>come riposizionare il nostro Stato sociale e il welfare aziendale</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Partendo dal Rapporto del Censis, realizzato in collaborazione con Assogestioni, dal titolo <i>Il valore della diversità nelle scelte d’investimento prima e dopo il Covid-19</i>, emerge <strong>una diffusa sensazione di timore in quella che viene definita come “Penisola della paura”</strong>. Il 67,8% degli italiani ha paura, in modo radicato nei territori e trasversale, per la situazione economica familiare: la percentuale sale al 72% tra i Millennial e le donne; sfiora il 75% nel Sud; supera il 76% tra gli imprenditori e arriva all’82,6% tra le persone con i redditi più bassi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I timori italiani sembrano indirizzarsi in modo ambivalente <strong>sul tema salute e sugli effetti che la elevata volatilità sui mercati finanziari indotta dalla crisi epidemiologica può provocare sui propri risparmi</strong>. L’impressione molto forte è che la razionalità che dovrebbe caratterizzare, almeno sui testi universitari, il comportamento economico dell’individuo stia lasciando molto spazio piuttosto a un atteggiamento fortemente emotivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><b>Il cash cautelativo come strumento familiare di autotutela</b></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testimonianza empirica è rappresentata dal dato riportato nel Rapporto Censis-Assogestioni secondo cui nel periodo del <i>lockdown</i> <strong>è aumentata in maniera davvero considerevole la componente di liquidità presente negli investimenti delle famiglie italiane</strong>, cioè della ragguardevole cifra di 34,4 miliardi di euro. Come viene sottolineato nello studio, si tratta di un importo così elevato da potersi paragonare a ragion veduta al plafond di 36-37 miliardi cui l’Italia potrebbe accedere nel caso in cui il Governo decidesse, con specifica pronuncia del Parlamento, di utilizzare il tanto discusso Meccanismo europeo di stabilità (Mes).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Va ricordato come la dote di liquidità di 34,4 miliardi si aggiunge ai 121 miliardi di euro di liquidità aggiuntiva che era stata già accumulata negli ultimi tre anni, prima dell’esplosione dell’epidemia (+8,4% in termini reali nel triennio). Se il trend proseguirà allo stesso ritmo del triennio trascorso, <strong>nel 2023 ci saranno altri 135 miliardi di liquidità aggiuntive per le famiglie</strong>. Per il prossimo futuro il 34,1% degli italiani considera la liquidità lo strumento principale per la propria protezione, insieme con l’ampliamento del sistema di welfare pubblico (34%) e all’acquisto di strumenti assicurativi, mutualistici, integrativi (18,6%).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come interpretare il fenomeno? Di fronte ad uno scenario di forte incertezza <strong>è come se il risparmiatore si rifugiasse in una sorta di limbo emotivo</strong> nella logica del ‘metto da parte non si sa mai’ con la affermazione del <strong>cash cautelativo come strumento familiare di autotutela</strong>. L’effetto concreto è che si riducono così, dal punto di vista macro, i consumi, fondamentale propellente per una ripartenza economica complessiva, e non si investe dal punto di vista micro in maniera efficiente essendo al momento e in prospettiva la liquidità poco remunerativa, considerando il basso livello dei tassi di interesse. Sarebbe molto più efficace, invece, affrontare il tema mantenendo la quota ritenuta necessaria come liquida, <strong>dotarsi delle opportune coperture assicurative e di welfare per fronteggiare eventuali eventi imprevisti</strong> e liberare piuttosto risparmi da investire in modo più remunerativo con un orizzonte temporale di medio-lungo periodo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><b>C’è una correlazione tra alfabetizzazione finanziaria e capacità di far fronte a emergenze</b></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’è però anche un’altra Italia, che non solo non ha registrato un incremento dei risparmi, ma è in seria difficoltà economica a gestire l’emergenza. Secondo l’indagine Doxa condotta per il Comitato nazionale di educazione finanziaria, a causa dell’emergenza sanitaria legata al Coronavirus <strong>sono aumentate di 12 punti percentuali le famiglie italiane che dichiarano di non riuscire ad arrivare alla fine del mese</strong>: se prima della pandemia erano pari al 46%, adesso si attestano al 58%. Ciò significa che circa sei famiglie su 10 ritengono di essere in maggiore difficoltà a seguito dell&#8217;emergenza Covid-19. Inoltre tre famiglie su 10 avrebbero difficoltà a reperire 2mila euro entro un mese per affrontare una spesa imprevista, come per esempio la riparazione dell&#8217;auto, l’acquisto inaspettato di un elettrodomestico, una spesa medica o emergenze simili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La ricerca sottolinea poi come disporre di un&#8217;elevata conoscenza finanziaria aiuta a essere finanziariamente meno fragili, ossia capaci di fronteggiare meglio le difficoltà. Infatti, <strong>il 27,7% di coloro che ritiene di possedere un livello elevato di conoscenze finanziarie di base riuscirebbe ad arrivare facilmente alla fine del mese, nonostante la crisi</strong> <strong>attuale</strong>, contro il 12% di chi si reputa sprovvisto di adeguate conoscenze. Si evidenzia allora la stretta correlazione tra alfabetizzazione finanziaria e capacità di far fronte a momenti di crisi e di difficoltà, come sottolineato dalla ricerca. Chi ha maggiori conoscenze dei concetti finanziari di base sa affrontare meglio uno choc grande e improvviso, come quello dovuto alla pandemia, fronteggia meglio situazioni di stress economico e risulta in definitiva avere un maggior grado di resilienza. Per questo è necessario rafforzare e mettere a sistema le iniziative volte ad aumentare le conoscenze finanziarie degli italiani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’indagine del Comitato nazionale di educazione finanziaria-Doxa indaga poi anche sul livello di consapevolezza in materia previdenziale. I dati non sembrano essere particolarmente confortanti. <strong>Solo il 27% del campione conosce il rischio longevità, gli effetti finanziari e assicurativi cioè del vivere molto a lungo</strong>. Alla luce del progressivo invecchiamento della popolazione italiana, il rischio appare molto concreto e costituisce uno dei nuovi profili che vanno adeguatamente considerati e fronteggiati dal risparmiatore e più in generale dal cittadino in un processo di pianificazione finanziaria, assicurativo e previdenziale. Solo il 45% della platea considerata conosce poi la previdenza complementare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quello che allarma ancora di più è poi <strong>il davvero ridotto (23%) livello di conoscenza del rischio longevità tra i giovani tra i 18 e i 34 anni, mentre aumenta la percentuale in materia di previdenza complementare (42%)</strong> considerando un elevato peso dei lavoratori dipendenti che presumibilmente hanno ricevuto informazioni sulla possibile destinazione del trattamento di fine rapporto (TFR) considerando la vigenza del meccanismo del silenzio assenso. Fatte le (numerose) riforme pensionistiche in un ciclo evolutivo ancora in divenire (si attende a breve la ripresa del confronto Governo-sindacati sul dopo Quota 100), nel post Covid-19 occorre costruire una più diffusa conoscenza nel Paese favorendo un ampiamento della platea dei ‘previdenti’.</p>
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		<title>Il welfare come leva per la ripartenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 06:08:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[welfare covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[fase 2]]></category>
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		<category><![CDATA[emergenza economica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In attesa della fine dell&#8217;emergenza sanitaria legata al coronavirus, è tempo di progettare la fase 2. E le aziende sono chiamate a dare il loro contributo. Ancora una volta per risolvere le carenze del welfare State. &#160; È un’emergenza sanitaria senza precedenti, quella che stiamo...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 6</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>In attesa della fine dell&#8217;emergenza sanitaria legata al coronavirus, è tempo di progettare la fase 2. E le aziende sono chiamate a dare il loro contributo. Ancora una volta per risolvere le carenze del welfare State.</em><span id="more-21079"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È <strong>un’emergenza sanitaria senza precedenti</strong>, quella che stiamo vivendo. Il coronavirus ha sconvolto le nostre vite, segregandoci in casa in attesa della fine del <em>lockdown</em>. Ma accanto all’emergenza sanitaria – <strong>nel mondo si contano oltre 2 milioni di contagiati</strong> – s’è presto palesata quella economica: le stime <strong>per l’Italia parlano di un calo del Pil nel 2020 del 9%</strong>, mentre a febbraio 2020 (mese in cui è scattato l’allarme coronavirus con la scoperta del paziente 1) la produzione industriale italiana è scesa dell’1,2% rispetto a gennaio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La <strong>serrata totale è stata considerata l’unica soluzione possibile per rallentare il numero di contagi</strong> e, soprattutto, per consentire agli ospedali e al personale sanitario di far fronte all’inattesa numerosità di malati di Covid-19. I <strong>numeri drammatici dell’economia</strong> sono uno dei prezzi che stiamo pagando, certamente insieme con le cifre dei decessi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se <strong>i dati sanitari impongono una profonda riflessione</strong> – e rapida azione – sugli aspetti organizzativi del sistema sanitari, in particolare nelle regioni del Nord Italia più colpite, quelli economici meritano una altrettanto veloce azione, per <strong>evitare di finire in un baratro recessivo</strong>. Il motore economico-produttivo del nostro Paese ha bisogno di ripartire quanto prima, ma con tutta sicurezza del caso, perché una seconda ondata di contagio sarebbe fatale. E, ancora una volta, le <strong>aziende sono chiamate a mettere in campo le loro risorse</strong> per far fronte alle carenze statali. Insomma, il welfare aziendale gioca ancor di più un ruolo di primo piano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Tutelare il personale per assicurare la produzione</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In vista della famigerata fase 2 e della ripartenza</strong>, oltre alle misure anti-crisi, il Governo ha messo in piedi una task force di esperti di vari settori, chiamati a fornire consulenza su come riaccendere i motori. S’immagina che <strong>forniscano un mainframe</strong> dentro cui ogni impresa sarà chiamata a trovare la soluzione migliore per assicurare attenzione alla salute del personale e nel contempo garantire il ritorno alla piena produttività. Operativamente, però, <strong>sono le organizzazioni a calare a terra le misure dedicate alle persone</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di casi virtuosi, per la verità, ce ne stati numerosi anche nella fase 1. Il riferimento non è solo a quelle aziende che, non potendo chiudere e quindi dovendo continuare a produrre durante la pandemia, hanno <strong>adottato misure e incentivi per premiare il personale</strong>, associandoli anche a polizze specifiche per gestire l’eventuale contagio da Covid-19.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo caso, però, ci concentriamo piuttosto sulle <strong>imprese che hanno già realizzato piani di ripartenza per realizzare le migliori condizioni</strong> per tutelare le persone. Una su tutte è Ferrari, non a caso uno dei pochi brand italiani nel ranking <em>Best Global Brand</em>, la graduatoria dei 100 marchi globali a maggior valore economico elaborato dal 2000 da Interbrand.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La casa automobilistica di Maranello, già <strong>all’avanguardia in ambito welfare aziendale</strong> (tra le varie misure di welfare basti citare il premio di competitività 2020-23 che prevede un bonus fino a 8mila euro), ha disposto la <strong>somministrazione del test sierologico per i suoi dipendenti</strong>, per verificare se chi entra in azienda è positivo al coronavirus, oppure se presenta gli anticorpi; inoltre i test, nella seconda fase, saranno ampliati anche ai fornitori e ai familiari, visto che i virologi indicano che proprio le famiglie sono i nuovi focolai del virus.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Dallo Smart working ai servizi sul territorio</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non deve stupire la <strong>decisione delle aziende di prendersi cura delle proprie persone</strong>, senza attendere che i presidi sanitari forniscano il necessario supporto. La crisi ha evidenziato i <strong>limiti dell’organizzazione ‘ospedalocentrica’</strong>, secondo cui la risposta al contagio è il ricovero: una soluzione, s’è visto, che ha fatto da detonatore del dramma. Il ritorno a questo scenario è assolutamente da evitare e quindi <strong>servono strutture dislocate sul territorio per arginare il virus</strong>, evitando l’ospedalizzazione di tutti i malati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il welfare state, ancora una volta, sembra <strong>incapace di reagire con rapidità</strong>, ma le aziende non possono più aspettare il ritorno a quella che ormai è stata ribattezzata la ‘nuova normalità’: <strong>ogni giorno di <em>lockdown</em>, ci costa – stando ad alcuni studi – circa 800 euro a testa</strong>. Per i <em>knowledge worker</em> una soluzione è il potenziamento dello Smart working, facendo tesoro dell’enorme stress test dei giorni della serrata, che ha visto <strong>milioni di lavoratori in remote working</strong> e che, di fatto, ha confermato come si possa lavorare anche lontano dalla sede dell’ufficio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per chi, invece, deve essere fisicamente presente in un luogo per prestare la propria opera lavorativa, allora è fondamentale <strong>ragionare su come tutelare la salute</strong>, proprio nell’ottica di garantire il business dell’azienda. Si tratta di un ingente investimento, ma necessario per non compromettere il futuro dell’organizzazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>D’altra parte, è un calcolo economico. L’epidemia del nuovo <strong>coronavirus ha fatto segnare tassi di trasmissibilità</strong> che hanno sfiorato il doppio rispetto a una ‘normale’ malattia infettiva, arrivando a quattro infettati per ogni singolo malato. Inoltre, se all’inizio della pandemia gli esperti imponevano ai malati una quarantena di circa 14 giorni, con il tempo <strong>si è stimato che una persona resti potenzialmente infettiva per circa un mese</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dunque, tra tempi di guarigione e successivo isolamento, chi contrae il Covid-19 deve star lontano dall’azienda per un tempo molto lungo. Aprire le porte dei luoghi di lavoro a una persona contagiata – o asintomatica – perché si vuole a riaccendere la produzione a ogni costo, può dunque <strong>rivelarsi un clamoroso boomerang per le imprese</strong>, in particolare per le PMI.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’alternativa è <strong>mettere in campo, da subito, soluzioni per monitorare la salute del personale</strong>, facendo ricorso a nuovi strumenti di welfare, in particolare quelli con legami territoriali. Mai come ora appare chiaro che <strong>nessuna azienda è un’isola e che il suo futuro dipenderà dai comportamenti verso le sue persone</strong>, che sono cittadini di una società ben più ampia di quella delimitata dai confini aziendali. Se ognuno farà la sua parte, forse, l’uscita dall’incubo sarà più rapida. Senza che nessuno resti indietro.</p>
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