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	<title>previdenza integrativa Archivi - Tuttowelfare</title>
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	<description>Tuttowelfare.info è la prima testata giornalistica interamente dedicata al welfare</description>
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	<title>previdenza integrativa Archivi - Tuttowelfare</title>
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		<title>Welfare e long term care, serve la collaborazione pubblico-privato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Mar 2021 07:43:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[previdenza integrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Caregiver]]></category>
		<category><![CDATA[Long Term Care]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per la popolazione non autosufficiente sembra mancare una strategia pubblica di intervento complessivo, dato che gli oneri economici e organizzativi incombono ancora in maniera rilevante sulle famiglie &#160; La non autosufficienza rappresenta uno dei principali rischi che derivano dall’accentuato processo di invecchiamento della popolazione che...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 5</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><i>Per la popolazione non autosufficiente sembra mancare una strategia pubblica di intervento complessivo, dato che gli oneri economici e organizzativi incombono ancora in maniera rilevante sulle famiglie</i></p>
<p><span id="more-21902"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La non autosufficienza rappresenta uno dei principali rischi che derivano dall’accentuato processo di invecchiamento della popolazione che caratterizza l’Italia in particolare, ma che in realtà riguarda tutta l’Europa più in generale. Va segnalata a tal proposito <strong>la recente iniziativa della Commissione europea che ha pubblicato il Libro Verde sull’invecchiamento con cui avvia un dibattito su come fronteggiare gli effetti dell’evoluzione della piramide demografici sul mercato del lavoro</strong>, sulla formazione in una prospettiva life cycle, sui sistemi pensionistici e sui sistemi sanitari nell’era post Covid-19 con riferimento anche alla non autosufficienza degli anziani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I dati forniti da Bruxelles appaiono particolarmente eloquenti in una osservazione di tipo evolutivo stimando che l’aspettativa di vita è oggi pari a 78,2 anni per gli uomini e a 83,7 anni per le donne, con un incremento cumulato di circa 10 anni per entrambi i generi negli ultimi cinque decenni. Guardando al domani, anzi al ‘dopo domani’, <strong>entro il 2070 il 30,3% della popolazione dovrebbe avere almeno 65 anni (rispetto al 20,3% nel 2019) e il 13,2% almeno 80 anni (rispetto al 5,8% nel 2019)</strong>. Con particolare riferimento alla non autosufficienza l’analisi dell’Ue evidenzia che nel Vecchio Continente (di nome e di fatto) dovremo affrontare un aumento del numero di persone potenzialmente bisognose di assistenza a lungo termine che, nella sola Europa passerà dai 19,5 milioni del 2016 a 23,6 nel 2030, per toccare quota 30,5 milioni nel 2050.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dal punto di vista demografico, il nostro Paese si caratterizza per trend ancora più accentuati considerando come, <strong>secondo le stime dell’Istat, il numero di anziani per ogni bambino è passato da meno di uno nel 1951 a cinque nel 2019 (era 3,8 nel 2011)</strong> e l’indice di vecchiaia (dato dal rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e quella con meno di 15 anni) è notevolmente aumentato, dal 33,5% del 1951 a quasi il 180% del 2019 (148,7% nel 2001). In tale contesto gli anziani non autosufficienti sono oltre 2,8 milioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Gli oneri di cura restano a carico delle famiglie</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al momento la copertura pubblica per far fronte alle necessità della popolazione non autosufficiente è fornita da <strong>misure economiche di livello nazionale come l’indennità di accompagnamento e altre prestazioni che rientrano invece nella sfera territoriale</strong>, a livello regionale o comunale, erogate sia in forma monetaria – voucher, assegni di cura e buoni sociosanitari – sia sotto forma di servizi. Va poi ricordato come nella legge di Bilancio 2021 è stato previsto uno specifico fondo, iscritto nello stato di previsione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che fornisce la copertura finanziaria degli interventi legislativi finalizzati al <strong>riconoscimento del valore sociale ed economico delle attività di cura a carattere non professionale del <em>caregiver </em>(prestatore di cure) familiare</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sembra però ancora mancare, in un ragionamento complessivo più ampio, una strategia pubblica di intervento complessivo con oneri economici e organizzativi che incombono in maniera rilevante sulle famiglie,<strong> la cui composizione in termini di numero di membri è in progressiva evoluzione</strong>, sia con quello che il Censis definisce come “<em>care</em> diretto” che con il contributo per le badanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Accanto all’intervento del pubblico vi sono poi sostegni offerti dalla contrattazione collettiva con l’utilizzo di soluzioni di <strong>welfare aziendale (in particolare fondi sanitari, ma in qualche misura anche i fondi pensione) e dal mercato assicurativo</strong>. L’ intervento della sanità integrativa – che si concretizza versando somme in unica soluzione, periodicamente oppure con la copertura diretta o indiretta delle spese sostenute dall’iscritto divenuto non autosufficiente – è incentivato da un regime fiscale favorevole e per dir così orientato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La deducibilità dei contributi fino al limite dei 3.615,20 euro annui è infatti subordinato alla previsione che <strong>almeno il 20% delle prestazioni sostitutive di quelle erogate dal Servizio sanitario nazionale deve essere destinato a prestazioni di assistenza odontoiatrica o socio-sanitaria in favore di soggetti non autosufficienti</strong> o finalizzate al recupero della salute di soggetti temporaneamente inabilitati da malattia o infortunio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un regime tributario di maggior favore è riconosciuto poi ai Premi di risultato fruiti, in tutto o in parte, per scelta del lavoratore, sottoforma di contribuzione a un ente o cassa avente esclusivamente fine assistenziale: <strong>i relativi importi non sono soggetti all’imposta sostitutiva al 10% e non concorrono a formare il reddito di lavoro dipendente anche se eccedenti il tetto annuale di 3.615,20 euro</strong>. In alcuni casi anche la previdenza integrativa supporta la copertura del rischio non autosufficienza sia con coperture assicurative opzionali in fase di accumulo, cioè durante la vita lavorativa attiva, sia prevedendo come opzione in fase di pensionamento la rendita con l’opzione long term care.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Sensibilizzare i più giovani e tutelare i più deboli</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quali potrebbero essere le evoluzioni? Si ragiona, anche alla luce della esperienza di contrasto al Covid-19, in termini di una maggiore sinergia pubblico-privato con un maggior coinvolgimento della sanità integrativa  guardando con interesse a casi esteri. <strong>Ne è un esempio la solita Germania in cui vi è la obbligatorietà della adesione a forme integrative collettive (fondi sanitari-assicurazioni)</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rilevante potrebbe essere poi il ruolo delle assicurazioni con la proposta dell’Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici, dopo opportuno confronto istituzionale, di creazione di un fondo di avviamento strutturale che aiuti gli assicuratori a <strong>fornire polizze accessibili a una popolazione più giovane e che sussidi le fasce economiche più deboli, considerando come al momento la principale limitazione è la scarsa consapevolezza dei cittadini</strong>, che li porta a interessarsi a questo tipo di prodotto intorno ai 45-50 anni. Ma a quel punto il rischio attuariale è già troppo alto. E per questo i prezzi delle polizze diventano più elevati.</p>
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		<title>Il contributo dei fondi pensione al tasso di sostituzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jan 2021 07:01:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[previdenza integrativa]]></category>
		<category><![CDATA[previdenza complementare]]></category>
		<category><![CDATA[pensioni post Covid]]></category>
		<category><![CDATA[Covid e previdenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche il sistema previdenziale è stato fortemente colpito dagli effetti della crisi. Tuttowelfare.info propone alcuni approfondimenti sul tema, al fine di fare chiarezza su un ambito spesso (a torto) poco approfondito -&#62; seconda puntata &#160; Dopo aver analizzato gli effetti della pandemia sul sistema pensionistico...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 2</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>Anche il sistema previdenziale è stato fortemente colpito dagli effetti della crisi. Tuttowelfare.info propone alcuni approfondimenti sul tema, al fine di fare chiarezza su un ambito spesso (a torto) poco approfondito -&gt; seconda puntata</em></p>
<p><span id="more-21686"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo aver analizzato gli effetti della pandemia sul sistema pensionistico obbligatorio, in questa seconda puntata si analizza la situazione nell’ambito della previdenza complementare a seguito dell’emergenza sanitaria (ed economica). In questo caso va evidenziato in primo luogo come <strong>anche per effetto del Pil negativo la adesione ai fondi pensione diviene sempre più scelta necessaria anche se dal punto di vista strettamente giuridica volontaria</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Combinare in maniera sinergica previdenza obbligatoria (Inps per i lavoratori dipendenti del settore privato e pubblico, Casse di previdenza per i liberi professionisti) e previdenza complementare c<strong>onsente di costruire un tenore di vita in età pensionabile adeguato anche a fronte di regole di calcolo meno generose per le pensioni</strong> pubbliche, con una più efficace  diversificazione del rischio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Procedendo con stime numeriche, la Ragioneria Generale ha sottolineato come la iscrizione a un fondo pensione consente modificare l’andamento futuro dei tassi di sostituzione. <strong>Nel 2070, è la proiezione, il tasso di sostituzione lordo passerà dal 60,7% al 68% per i dipendenti privati, e dal 49,1% al 57,2% per gli autonomi,</strong> con un incremento rispettivamente di 7,3 punti percentuali e di 8,1 punti percentuali. Confrontando i valori del 2010 e del 2070 si evidenzia un decremento di 5,7 punti percentuali, per i dipendenti privati e di 15,1 punti percentuali, per gli autonomi. Con la sola previdenza obbligatoria, le riduzioni sarebbero state, rispettivamente, di 13 e 23,1 punti percentuali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un effetto analogo si produrrà sui tassi di sostituzione netti.<strong> Nel 2070, i dipendenti privati raggiungeranno un valore pari al 80,4%, rispetto al 70,4% della sola previdenza obbligatoria</strong>. Per i lavoratori autonomi, i valori corrispondenti saranno di 87,5% e 70,6%.</p>
<p><em>*Lorenzo Giuli è un esperto di previdenza complementare.</em></p>
<p><strong>Terza puntata</strong>: <a href="http://tuttowelfare.info/previdenza-welfare/fare-cultura-sulladesione-alla-previdenza-complementare"><em>C’è (ancora) poco interesse sui fondi pensione</em></a></p>
<p><strong>Quarta puntata</strong>: <em>Gli effetti finanziari sui fondi pensione</em> (coming soon)</p>
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		<item>
		<title>Previdenza, pace contributiva e welfare aziendale</title>
		<link>https://tuttowelfare.info/previdenza-pace-contributiva-e-welfare-aziendale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jan 2020 08:14:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[previdenza integrativa]]></category>
		<category><![CDATA[pace contributiva]]></category>
		<category><![CDATA[riscatto periodi non coperti]]></category>
		<category><![CDATA[versamenti volontari]]></category>
		<category><![CDATA[premi di produzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La possibilità di riscattare periodi non coperti da contribuzione può rivelarsi uno strumento a disposizione delle aziende per sostenere l&#8217;uscita del lavoratore. Ma come funziona questo strumento? &#160; &#160; Come incrementare la propria futura pensione di base nel metodo di calcolo contributivo? Un utile strumento,...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 4</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>La possibilità di riscattare periodi non coperti da contribuzione può rivelarsi uno strumento a disposizione delle aziende per sostenere l&#8217;uscita del lavoratore. Ma come funziona questo strumento?</em><span id="more-20664"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come incrementare la propria futura pensione di base nel metodo di calcolo contributivo? Un utile strumento, di recente introduzione nel nostro ordinamento, sia pure in via sperimentale e ancora poco conosciuto, è quello della <strong>“pace contributiva”.</strong> Un nuovo istituto che può inserirsi nella prospettiva di un piano di welfare aziendale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Partendo dall’individuazione del che cosa sia la pace contributiva, va evidenziato come è la facoltà (concessa a lavoratori dipendenti, autonomi e iscritti alla gestione separata) di <strong>riscattare, ai fini della pensione, periodi non coperti da contribuzione nella misura massima di cinque anni</strong>, anche non continuativi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La domanda, limitata al triennio 2019-21, può essere presentata fino al 31 dicembre 2021. Deve trattarsi cioè di <strong>periodi non coperti da contribuzione presso forme di previdenza obbligatoria</strong>, a condizione che tali periodi non siano soggetti ad alcun obbligo contributivo e siano compresi tra la data del primo contributo e quella dell’ultimo contributo comunque accreditati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non è richiesto che i contributi siano versati o accreditati nella stessa gestione in cui si intenda esercitare la facoltà di riscatto, pertanto, qualora l’interessato, <strong>all’atto della presentazione della domanda, risulti titolare di posizione assicurativa in più regimi previdenziali</strong>, la facoltà potrà essere esercitata in uno di essi, sempre che risultino soddisfatti gli ulteriori requisiti di legge.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Possibile riscatto dei periodi non coperti</strong></h4>
<p><strong> </strong></p>
<p>Più nello specifico si ha la facoltà di <strong>riscattare periodi di interruzione o sospensione del rapporto di lavoro</strong> previsti da specifiche disposizioni di legge o contrattuali, periodi di formazione professionale, studio e ricerca e di inserimento del mercato del lavoro, periodi intercorrenti tra un rapporto di lavoro e l’altro nel caso di lavori discontinui, stagionali, temporanei con regolare iscrizione nelle liste di collocamento e il permanere dello stato di disoccupazione, periodi intercorrenti nel lavoro a tempo parziale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’onere sarà determinato con il meccanismo del calcolo a ‘percentuale’. Si dovrà, quindi, <strong>applicare l’aliquota contributiva di finanziamento in vigore alla data di presentazione della domanda nella gestione pensionistica in cui opera il riscatto</strong>, mentre la base di calcolo dell’onere sarà data dalla retribuzione assoggettata a contribuzione nei 12 mesi meno remoti rispetto alla data della domanda, rapportata al periodo da riscattare. La rivalutazione del montante individuale dei contributi avrà effetto dalla data della domanda di riscatto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Va anche evidenziato come sia possibile sia versare il costo in unica soluzione sia <strong>beneficiare della rateizzazione in massimo 120 rate mensili</strong>, di importo non inferiore a 30 euro, senza interessi. In caso di interruzione del versamento dell’onere sarà riconosciuto l’accredito di un periodo contributivo di durata corrispondente all’importo versato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La <strong>rateizzazione dell’onere non può essere concessa qualora i contributi da riscatto siano necessari per l’immediata liquidazione </strong>di una pensione diretta o indiretta o siano determinanti per l’autorizzazione ai versamenti volontari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Aumentare il montante contributivo della pensione</strong></h4>
<p><strong> </strong></p>
<p>Quali sono le utilità previdenziali? Soprattutto quella di <strong>incrementare il montante contributivo e quindi elevare la possibilità di un trattamento previdenziale più consistente</strong>. Nel metodo di calcolo contributivo integrale un montante più consistente apporta anche un beneficio potenziale in termini di età pensionabile essendo contemplato un ulteriore canale di accesso alle prestazioni, basato sull’età anagrafica (20 anni) e sulla disponibilità di un capitale accumulato tale da alimentare una rendita pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ulteriore beneficio è rappresentato poi dal ‘comprare tempo’ incrementando l’anzianità contributiva. Va poi ricordato come <strong>l’onere versato è detraibile al 50%, con una ripartizione in cinque quote annuali costanti e di pari importo</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È importante sottolineare come per i lavoratori del settore privato l’onere per il riscatto può essere sostenuto dal datore di lavoro dell’assicurato, mediante la <strong>destinazione, a tal fine, dei premi di produzione spettanti al lavoratore medesimo</strong>. In tal caso, le somme non rientrano nella base imponibile fiscale né del datore né del lavoratore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>*Lorenzo Giuli è un esperto di previdenza complementare</strong></p>
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		<title>Giovani e previdenza complementare, la via del welfare aziendale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Dec 2019 06:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[previdenza integrativa]]></category>
		<category><![CDATA[fondi pensione]]></category>
		<category><![CDATA[giovani e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[previdenza complementare]]></category>
		<category><![CDATA[pensione contributiva di garanzia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le nuove generazioni sono più esposte al rischio previdenziale rispetto alle precedenti. Ecco perché il welfare aziendale può supportarle incentivando l&#8217;adesione ai fondi pensione. &#160; &#160; In attesa di verificare se verranno introdotti supporti previdenziali pro giovani sulla base di interventi normativi e in considerazione...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 5</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>Le nuove generazioni sono più esposte al rischio previdenziale rispetto alle precedenti. Ecco perché il welfare aziendale può supportarle incentivando l&#8217;adesione ai fondi pensione. </em><span id="more-20285"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In attesa di verificare se verranno introdotti supporti previdenziali pro giovani sulla base di interventi normativi e in considerazione del vecchio adagio popolare per cui ‘chi ha tempo (e, aggiungiamo, soldi), non aspetti tempo’, può essere <strong>utile che un genitore possa attivarsi per incanalare i propri figli lungo un percorso di previdenza complementare</strong>. Se le previsioni degli accordi collettivi lo consentono la via principe da seguire è quella del fondo pensione inserito nel programma di welfare del proprio settore-azienda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’ultimo allarme in ordine di tempo l’ha lanciato l’Ocse che ha evidenziato come <strong>le giovani generazioni sono particolarmente esposte al rischio previdenziale</strong>. Fenomeni come il ritardato ingresso nel mercato del lavoro, retribuzioni più basse di quelle dei propri genitori-nonni e un accentuato connotato di flessibilità (quando non precarietà) nel mercato del lavoro si riflettono irrimediabilmente sul quantum del futuro trattamento di quiescenza per effetto del metodo di calcolo contributivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giova ricordare come la pensione contributiva costituisca il <strong>risultato della somma virtuale dei contributi versati lungo l’arco della intera ‘vita attiva’</strong> del lavoratore, rivalutando anno per anno il montante sulla base di quanto è cresciuta la nostra economia (il fattore correttivo è pari alla media del Pil degli ultimi cinque anni).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al raggiungimento dei requisiti di pensionamento previsti nel proprio regime obbligatorio di appartenenza (se si è cioè, per esempio, lavoratori autonomi o dipendenti), <strong>l’Ente di previdenza obbligatorio trasformerà poi i contributi versati in rendita previdenziale</strong> utilizzando gli specifici coefficienti di trasformazione fissati dalla stessa normativa che vengono rivisti in automatico ogni due anni sulla base dell’invecchiamento del nostro Paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli <strong>elementi determinanti del trattamento previdenziale sono allora la professione esercitata</strong> considerando che l’aliquota contributiva cambia a seconda della tipologia di lavoro svolta, la lunghezza del periodo di contribuzione, l’andamento economico generale, quanto invecchia il Paese. Da non sottovalutare anche il fenomeno di quelli che l’Istat definisce come <em>low pay jobs</em> sempre più diffusi nel segmento giovani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Generazione Z e i Millennial scontano allora a monte una <strong>accentuata probabilità di percepire trattamenti pensionistici sensibilmente inferiori</strong> rispetto a quelli ottenuti nel recente passato dalle generazioni precedenti che rientravano invece nella applicazione del metodo retributivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Va opportunamente ricordato come il Governo abbia allo studio un progetto, da svilupparsi anche nell’ambito dello specifico tavolo di confronto con i sindacati che riprenderà a gennaio 2020, di <strong>creare una pensione contributiva di garanzia per i giovani</strong> nel sistema obbligatorio, una sorta di ‘minimo comunque denominatore’ che possa intervenire in quiescenza per calmierare trattamenti previdenziali che dovessero essere al di sotto di una soglia di adeguatezza convenzionale che dovrà essere individuata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Una generazione di non inclusi nella previdenza complementare</strong></h4>
<p><strong> </strong></p>
<p>Di fondamentale importanza sarebbe allora (il condizionale è d’obbligo) una <strong>massiva adesione alla previdenza complementare</strong>. Così come sottolineava la Covip nell’ultima relazione annuale vi è invece un gap generazionale nella diffusione dei fondi pensione. Rispetto alle fasce di età centrali, la partecipazione degli Under 35, è inferiore di circa un terzo (20,4% rispetto alle forze lavoro) con una contribuzione inferiore di due terzi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Va ricordato che la previdenza complementare dal punto di vista finanziario funziona secondo <strong>il criterio della capitalizzazione dei contributi versati</strong>, per cui una minore entità dei versamenti determina anche una pensione integrativa prospetticamente ridotta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come supportare un livello più consistente di giovani aderenti? Tra i temi del dibattito in corso vi sono <strong>l’attivazione di una nuova finestra di silenzio-assenso</strong>, l’opportunità di avviare campagne di education specifiche e la valutazione di apportare correttivi migliorativi ai già previsti incentivi fiscali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questa prospettiva si collocano, per esempio, le recenti proposte di Covip e Ania. L’Autorità di vigilanza ritiene che potrebbe essere utile <strong>valutare l’opportunità di valorizzare schemi di incentivazione fiscale dei contributi </strong>che prevedano la possibilità di riportare ad anni di imposta successivi i benefici che non si sono utilizzati in una fase di incapienza fiscale per effetto di redditi ridotti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’Ania suggerisce di <strong>azzerare l’onere fiscale sopportato dalle forme pensionistiche complementari</strong> nella fase dell’investimento delle risorse per i giovani di età inferiore ai 35 anni e propone un ampliamento del plafond di deducibilità, ai fini dell’Irpef, dei contributi versati dall’iscritto nell’interesse dei familiari fiscalmente a carico estendendo poi il beneficio fiscale anche ai nonni oltre che ai genitori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Il sostegno dei genitori per le nuove generazioni</strong></h4>
<p><strong> </strong></p>
<p>La via può essere quella di <strong>far aderire il giovane a una forma pensionistica individuale</strong> (fondo pensione aperto o piano individuale di previdenza) o, se lo statuto lo consenta, preferibilmente al proprio fondo di categoria o aziendale di riferimento (in questo modo si beneficia del costo ridotto delle soluzioni di tipo collettivo).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il genitore beneficia della possibilità di dedurre i contributi versati per il figlio fiscalmente a carico entro il limite annuo dei 5.164,57 euro e gli conferisce <strong>una serie di vantaggi che vanno dal risparmio previdenziale</strong> in sé accantonato a una maggiore anzianità di iscrizione che il giovane potrà ritrovarsi come utile, per esempio, nel caso in cui, un domani, voglia comprare casa ricorrendo alle anticipazioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non va ancora dimenticato come <strong>con una maggiore anzianità di iscrizione si pagheranno meno tasse al pensionamento integrativo</strong>. Che cosa succederà quando il figliolo crescerà e diventerà autosufficiente dal punto di vista economico?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Potrà assumere direttamente la contribuzione al fondo pensione e potrà <strong>valutare, nel caso in cui cominci a lavorare come dipendente, se trasferire la posizione individuale nell’eventuale fondo occupazionale</strong> al quale possa aderire in virtù del proprio impiego. Va ricordato come il trasferimento della posizione avviene in neutralità fiscale e porta in dote l’anzianità di iscrizione già maturata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* Lorenzo Giuli è un esperto di previdenza complementare</p>
<p>L'articolo <a href="https://tuttowelfare.info/giovani-e-previdenza-complementare-la-via-del-welfare-aziendale/">Giovani e previdenza complementare, la via del welfare aziendale</a> proviene da <a href="https://tuttowelfare.info">Tuttowelfare</a>.</p>
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		<title>Previdenza integrativa, questa sconosciuta</title>
		<link>https://tuttowelfare.info/previdenza-integrativa-questa-sconosciuta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 May 2019 07:59:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[pensioni italia]]></category>
		<category><![CDATA[previdenza integrativa]]></category>
		<category><![CDATA[pensione integrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Padula]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nonostante i vantaggi della pensione integrativa, nel nostro Paese sono ancora poche le persone che hanno deciso di aderire. Colpa della limitata conoscenza dello strumento e delle poche informazioni in merito. &#160; La previdenza integrativa funziona meglio, ma stenta a decollare. Negli ultimi 20 anni,...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 5</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>Nonostante i vantaggi della pensione integrativa, nel nostro Paese sono ancora poche le persone che hanno deciso di aderire. Colpa della limitata conoscenza dello strumento e delle poche informazioni in merito.</em><span id="more-19187"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La previdenza integrativa funziona meglio, ma stenta a decollare</strong>. Negli ultimi 20 anni, i fondi pensione hanno avuto rendimenti decisamente superiori a quelli offerti dal Trattamento di fine rapporto (Tfr) in azienda e da investimenti finanziari come le azioni e i titoli di Stato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nonostante la loro efficacia, però, <strong>gli iscritti sono meno di un lavoratore su tre</strong>, e soprattutto tra i giovani – che più ne avrebbero bisogno viste le attuali prospettive pensionistiche – i numeri restano molto bassi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come riporta la <strong>relazione per l’anno 2017 della Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip)</strong>, circa 2,76 milioni di lavoratori aderiscono ai fondi pensione negoziali, istituiti sulla base di accordi tra le organizzazioni sindacali e quelle imprenditoriali di specifici settori. I fondi aperti si attestano a 1,34 milioni, mentre il segmento dei Piani individuali di tipo assicurativo (i cosiddetti Pip), conta circa 3,4 milioni di aderenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In totale, <strong>i lavoratori con una posizione in essere presso una forma pensionistica complementare sono poco più di 7,5 milioni</strong> e su una platea potenziale di 26 milioni, con un tasso di partecipazione che si attesta al 28,9%. E se si fa riferimento agli iscritti che hanno versato contributi nel 2017 il dato crolla al 22,1%, meno di un lavoratore su quattro. E solo il 16,2% ha meno di 34 anni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eppure i fondi pensione hanno dimostrato di essere in grado, meglio di altri strumenti, di <strong>proteggere e valorizzare il risparmio previdenziale dei propri iscritti</strong>. Una elaborazione pubblicata di recente da <em>L’Economia</em> del <em>Corriere della Sera</em> ha dimostrato come un lavoratore con retribuzione annua pari a 18mila euro che ha aderito a un fondo pensione negoziale nel 1998 avrebbe accumulato, a oggi, un montante pari a 63.581 euro con un guadagno di ben 23.526 euro rispetto alle sole somme di Tfr e versamenti del lavoratore. <strong>Una bella differenza rispetto ai risultati che avrebbe ottenuto con azioni internazionali</strong> (21.033), titoli di Stato internazionali (17.185 euro), lasciando il Tfr in azienda (9.244 euro).</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Investire in portafogli diversificati</strong></h4>
<p><strong> </strong></p>
<p>Visti i numeri, <strong>perché allora i fondi pensione funzionano meglio degli altri strumenti?</strong> “Nel sistema di previdenza complementare italiana coesistono schemi collettivi, sostanzialmente di natura negoziale, e prodotti individuali”, spiega a <em>Tuttowelfare.info</em> <strong>Mario Padula, dal 2016 presidente della Covip</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“I contributi di iscritti e aderenti agli uni e agli altri sono tipicamente investititi in portafogli diversificati internazionalmente. Perciò, anche in Italia, la previdenza complementare è un modo per <strong>investire in portafogli diversificati ai quali è più difficile accedere con il <em>fai-da-te</em></strong><em>.</em> In più, e anche in questo l’Italia non fa eccezione a una regola generale, la previdenza complementare, proprio perché non è un investimento finanziario come tutti gli altri, ha un trattamento fiscale favorevole sia nella fase di contribuzione sia nella fase di erogazione delle prestazioni”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> D. Perché i fondi pensione faticano a prendere piede tra i lavoratori?<br />
R.</strong> L’autorità di controllo non ha il compito di promuovere le adesioni. Tuttavia un problema di inclusione previdenziale nel nostro Paese esiste, non solo per le generazioni più giovani. Per fronteggiarlo è importante che <strong>il sistema della previdenza complementare sia conosciuto e accessibile</strong>. Molto è stato fatto dagli inizi, ma molto resta da fare. Le adesioni online attraverso una piattaforma digitale sono ancora molto poco diffuse, ma certamente vanno nella direzione di aumentare il grado di accessibilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> D. Quindi che cosa serve fare?</strong><br />
<strong>R.</strong> Per aumentare la conoscenza <strong>servono interventi di educazione intorno alle tematiche previdenziali</strong>, come quelli che sta promuovendo in questi mesi il Comitato per la strategia nazionale per l’educazione finanziaria, previdenziale e assicurativa. Ciò detto, l’inclusione previdenziale passa attraverso l’inclusione nel mercato del lavoro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>D. Può spiegarsi meglio?<br />
R.</strong> Le prestazioni di previdenza complementare sono calcolate con il metodo contributivo. Perciò, a<strong> più elevati contributi corrispondono più elevate prestazioni pensionistiche</strong>. Ovviamente, per poter contribuire bisogna lavorare. Per coniugare prestazioni adeguate con carriere discontinue, la leva fiscale può essere utile, per esempio prevedendo che il beneficio fiscale di cui non si gode nella fase di incapienza fiscale possa essere utilizzato in una fase successiva, nella quale si è nuovamente fiscalmente capienti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>D. Quali sono i rischi?</strong><br />
<strong>R.</strong> In generale, si beneficia della prestazione di previdenza complementare alla fine della vita lavorativa, proprio come accade con la prestazione previdenziale di base e come accade in moltissimi altri Paesi. In ogni caso, <strong>altre modalità di uscita parziali o totali sono attivabili prima della fine della vita lavorativa</strong>. Tra queste, i riscatti e le anticipazioni, che per esempio si possono ottenere per acquistare o ristrutturare una casa per sé o per i propri figli e per motivi di salute. Infine, nella scorsa Legislatura è stata introdotta una nuova prestazione, la Rita, che, come l’Apa per la pensione di base, permette <strong>un anticipo sui tempi di fruizione della prestazione</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>D. Cosa cambia con l’arrivo dei Prodotti pensionistici individuali paneuropei (Pepp)?</strong><br />
<strong>R.</strong> Se ai Pepp sarà accordato lo stesso tipo di trattamento fiscale riservato ai prodotti individuali italiani, è possibile che <strong>con il loro arrivo aumenti la concorrenza in quel settore</strong>. E questo, in una condizione di campo di gioco livellato, non può che essere una buona notizia.</p>
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		<title>Pensioni, integrare è meglio che aspettare</title>
		<link>https://tuttowelfare.info/pensioni-integrare-e-meglio-che-aspettare/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 May 2019 05:47:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[previdenza integrativa]]></category>
		<category><![CDATA[fondi pensione]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Spiller]]></category>
		<category><![CDATA[pensione integrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se lo stato di salute del nostro sistema previdenziale è buono, con il passaggio al metodo contributivo l’esigenza di integrare la pensione con un fondo diventa fondamentale per pensionati presenti e soprattutto futuri. &#160; Nel 2018 gli italiani hanno speso quasi 70 miliardi di euro...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 5</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>Se lo stato di salute del nostro sistema previdenziale è buono, con il passaggio al metodo contributivo l’esigenza di integrare la pensione con un fondo diventa fondamentale per pensionati presenti e soprattutto futuri. </em><span id="more-19121"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel 2018 gli italiani hanno <strong>speso quasi 70 miliardi di euro per garantirsi privatamente l’accesso a prestazioni sanitarie, di assistenza e di previdenza complementare</strong>. Lo confermano gli ultimi dati raccolti dal centro studi Itinerari previdenziali nel sesto rapporto sul Bilancio del sistema previdenziale italiano. La prima voce di spesa è rappresentata dalla sanità <em>out of pocket</em>, circa 40 miliardi di euro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per pagare i contributi alla <strong>previdenza complementare,</strong> <strong>single e famiglie hanno speso in totale 14,8 miliardi</strong>. Al netto del risparmio fiscale, circa 11,2 miliardi di euro. Eppure, l’idea di mettere da parte dei soldi per garantirsi una pensione integrativa, che affianchi e si sommi all’assegno previdenziale, non è ancora in cima ai pensieri degli italiani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il nostro sistema previdenziale</strong>, nonostante le difficoltà nel far quadrare i conti pubblici,<strong> non è messo poi così male</strong>. Il rapporto pubblicato a marzo dal centro studi specializzato in materia previdenziale <strong>ne ha certificato “la buona salute”</strong>. Le entrate da contributi versati da lavoratori e imprese nel 2018 hanno superato i 200 miliardi di euro, a fronte di prestazioni pensionistiche pari a 204 miliardi, al netto dell’assistenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se si considera che sulle pensioni i cittadini pagano all’erario oltre 50 miliardi di Irpef, si vede come <strong>il saldo di cassa per lo Stato risulti positivo</strong>. Non è detto, però, che ciò si traduca in un <strong>vantaggio per le tasche dei pensionati attuali e, soprattutto, futuri</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“La salute del sistema previdenziale è cosa diversa dalla quantità e qualità dei trattamenti previdenziali”. <strong>Sergio Spiller</strong>, Responsabile del Dipartimento Contrattazione della Cisl, pone l’accento sui fattori che, nonostante il quadro complessivo, stanno determinando <strong>una progressiva riduzione dei trattamenti individuali</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Una prima riduzione dipende dal fatto che si andrà a esaurire il calcolo del trattamento pensionistico fatto con il metodo retributivo. <strong>Le pensioni calcolate sempre più con il metodo </strong><strong>contributivo saranno più basse</strong>”, fa notare Spiller. Il sistema contributivo, tra l’altro, segue l’andamento del percorso di vita: continuità o meno del rapporto di lavoro, andamento del percorso di carriera, problemi di salute prolungati nel tempo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Oltre a questi fattori individuali sono stati introdotti <strong>altri meccanismi come la riduzione del </strong><strong>coefficiente di trasformazione del montante contributivo</strong> (che viene ridefinito periodicamente in base all’aspettativa di vita) che renderanno le pensioni meno consistenti”, spiega ancora il sindacalista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Basta che l’indice di trasformazione diminuisca di qualche decimale, com’è avvenuto alla fine del 2018, perché l’insieme della pensione annuale venga a calare. Per tutti questi motivi, <strong>non </strong><strong>è solo utile ma necessario, per avere un minimo di tranquillità,</strong> puntare alla costruzione di una pensione integrativa”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Otto milioni di italiani iscritti ai fondi pensione</strong></h4>
<p><strong> </strong></p>
<p>Nel 2017 il numero dei pensionati si è attestato a 16.041.852, in calo nel 2018 di circa 25mila unità. Sempre secondo il sesto rapporto sul Bilancio del sistema previdenziale italiano, <strong>oggi gli italiani iscritti ai fondi pensione sono quasi 8 milioni</strong>. Appena la metà dei pensionati. Il nostro Paese resta infatti ancora basso nella classifica dei Paesi Ocse e non Ocse per diffusione dei fondi pensione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<strong>La conoscenza delle dinamiche effettive del sistema pensionistico è molto ridotta</strong>”, conferma Spiller. “Molte persone non hanno piena consapevolezza delle problematiche che rendono necessario costruirsi una previdenza integrativa. Si è abituati a pensare che il sistema pensionistico sia quello lineare e generoso di una volta. <strong>Dietro questi atteggiamenti individuali c’è un fattore culturale che pesa molto</strong>: scegliere di massimizzare i risultati nel presente senza pensare al futuro”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una<strong> spinta verso una maggiore adesione a forme di previdenza integrativa potrebbe venire anche dalle aziende</strong>, che potrebbero orientare i lavoratori in questa direzione anche con accordi che, attraverso i vantaggi fiscali previsti dalla legislazione, rendessero appetibile tale scelta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Esistono già molti accordi di welfare aziendale che si muovono in questa direzione favorendo <strong>l’investimento di una parte dei premi per costituire o rafforzare forme di previdenza e sanità </strong><strong>integrativa</strong>. L’assistenza sanitaria è infatti l’altro grande capitolo sul quale conviene interrogarsi per costruire certezze per il futuro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il rapporto di Itinerari previdenziali certifica che <strong>il costo dell’assistenza è aumentato negli ultimi 10 anni</strong> <strong>di 43 miliardi di euro</strong>, passando dai 73 miliardi del 2008 ai 116 miliardi del 2018. “Una società molto frammentata, caratterizzata da bisogni differenziati e da un invecchiamento progressivo, richiederà forme ulteriori di assistenza. La soluzione al problema dell’equilibrio dei conti non può essere quella di diminuire la spesa”, precisa Spiller.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo il rappresentante della Cisl, <strong>anche qui c’è un problema di consapevolezza</strong>, oltre che di comportamenti individuali e riduzione degli sprechi. <strong>E un cambiamento di mentalità deve vedere il concorso di più soggetti</strong>: informazione pubblica, sindacato e imprese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Gli accordi di welfare aziendale prevedono già oggi in molte realtà la possibilità di trasferire quote di salario in benefit. È indicativo che ai primi posti ci siano previdenza complementare e sanità integrativa”, conclude Spiller. “<strong>Si tratta di riuscire a riconoscere la differenziazione di bisogni per individuare gli interventi più adeguati</strong>”.</p>
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		<title>Pepp, tante potenzialità e qualche nodo da sciogliere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Sep 2018 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[previdenza integrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 2019 le aziende con business in diversi paesi europei potrebbero avere a disposizione un nuovo strumento di previdenza integrativa da inserire nei loro piani welfare: i Pan european pension product (Pepp). Ma per il loro definitivo decollo restano alcuni aspetti da chiarire. In primis...</p>
<p>L'articolo <a href="https://tuttowelfare.info/pepp-potenzialita-ma-restano-i-nodi-da-sciogliere-fisco-in-primis/">Pepp, tante potenzialità e qualche nodo da sciogliere</a> proviene da <a href="https://tuttowelfare.info">Tuttowelfare</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 3</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>Nel 2019 le aziende con business in diversi paesi europei potrebbero avere a disposizione un nuovo strumento di previdenza integrativa da inserire nei loro piani welfare: i Pan european pension product (Pepp). Ma per il loro definitivo decollo restano alcuni aspetti da chiarire. In primis quello fiscale.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per le aziende con business in diversi paesi europei attente alle esigenze dei loro dipendenti nel 2019 potrebbe esserci  a disposizione un nuovo strumento di previdenza integrativa da inserire nei pacchetti welfare. Dovrebbero infatti essere in arrivo per fine anno, anche sul mercato italiano, i <a href="http://tuttowelfare.info/protagonisti/puntiamo-a-un-welfare-democratico">Pan European pension product</a> (<strong>Pepp</strong>). Si tratta di nuovi prodotti di previdenza complementare   approvati nel luglio del 2017 dalla Commissione europea con gli stessi standard in tutta l&#8217;Ue destinati ad affiancare i regimi nazionali. Si rivolgono a lavoratori in mobilità che, migrando da un paese europeo all’altro nel corso della loro carriera lavorativa, potranno portare con sé il proprio piano di previdenza integrativa. Ma il loro lancio per fine anno non è certo visto che gli aspetti da chiarire sono diversi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>I nodi da sciogliere per il decollo</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>La presidenza di turno austriaca dell’Ue punta, infatti, ad approvare il Regolamento varato dalla Commissione europea lo scorso giugno, per implementare questi strumenti. Ma il percorso non è dei più semplici. «L&#8217;introduzione dei Pepp sarà tanto più utile quanto più favorirà la nascita di prodotti pensionistici semplici, standardizzati e facilmente fruibili soprattutto dai tanti europei: ad oggi è una meta da raggiungere piuttosto che un obiettivo a portata di mano», ha evidenziato Maria Bianca Farina, presidente di <strong><a href="http://www.ania.it/it/index.html">Ania</a> </strong>(Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici), durante il convegno <em>La nuova previdenza integrativa e la sfida dei Pepp</em>, recentemente organizzato dall’Associazione presso la sede milanese di Allianz. Diversi infatti sono i nodi da sciogliere a partire dal tema degli incentivi fiscali accordati, piuttosto che dei requisiti informativi che saranno richiesti e determineranno trasparenza ed economicità dei Pepp. «Ogni paese europeo ha un sistema fiscale peculiare e non sarà facile armonizzarli tra loro», ha osservato durante l’incontro il Presidente di <strong><a href="https://www.covip.it/">Covip</a> </strong>(Commissione di vigilanza sui Fondi Pensione), Mario Padula che ha sollevato perplessità anche sul sistema di <em>price cap</em> suggerita nei documenti europei, che rischia di alzare poco sotto quell’asticella gli oneri a carico dei sottoscrittori. Mentre Riccardo Cesari, Consigliere di <strong><a href="https://www.ivass.it/">Ivass</a> </strong>(Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni), ha sottolineato che anche la garanzia di garanzia del capitale, indicata nella proposta di regolamento presentata nel giugno scorso da Bruxelles, necessita di una messa a punto per evitare confusioni tra garanzia contrattuale e protezione probabilistica degli asset. Tutti aspetti che vanno chiariti in questi mesi se l’obiettivo è quello di suscitare nei lavoratori interesse per questo innovativo strumento di previdenza complementare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Perché i Pepp</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>La necessità di un prodotto di pensione integrativa paneuropeo nasce dal fatto che, secondo le statistiche, il rapporto tra popolazione attiva e quella in pensione raddoppierà nei prossimi 50 anni. Date queste previsioni e la difficoltà di tutti gli Stati membri nel sostenere i sistemi pensionistici pubblici, ci sarà bisogno in tutto il territorio europeo di una forma di risparmio pensionistico da affiancare alla pensione pubblica. Il mercato europeo della previdenza integrativa presenta una regolamentazione e uno sviluppo estremamente diverso da Paese a Paese all’interno dell’Unione Europea e il numero dei cittadini che hanno aderito al sistema della pensione integrativa resta limitato e soprattutto concentrato in pochi Stati.<br />
Basti dire che al momento solo un europeo su quattro è coperto da una forma di pensione complementare e i Pepp, secondo le previsioni della commissione di Bruxelles potrebbero aggiungere nuovo risparmio previdenziale stimato in 700 miliardi di euro al 2030.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La previdenza integrativa non fa boom</title>
		<link>https://tuttowelfare.info/andamento-piani-previdenziali-integrativi-italia-2018/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Jun 2018 06:06:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[fondi integrativi]]></category>
		<category><![CDATA[Covip]]></category>
		<category><![CDATA[Tfr]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[previdenza integrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Solo 7,6 milioni di lavoratori su 25 milioni hanno aderito a un piano previdenziale integrativo. Gli altri  hanno preferito lasciare i soldi in azienda anche se hanno reso meno. &#160; I fondi integrativi crescono ma non riescono a conquistare i lavoratori italiani che preferiscono lasciare il...</p>
<p>L'articolo <a href="https://tuttowelfare.info/andamento-piani-previdenziali-integrativi-italia-2018/">La previdenza integrativa non fa boom</a> proviene da <a href="https://tuttowelfare.info">Tuttowelfare</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 3</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>Solo 7,6 milioni di lavoratori su 25 milioni hanno aderito a un piano previdenziale integrativo. Gli altri  hanno preferito lasciare i soldi in azienda anche se hanno reso meno. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I <strong>fondi integrativi</strong> crescono ma non riescono a conquistare i lavoratori italiani che preferiscono lasciare il<strong> Tfr</strong> in azienda. A dirlo è la relazione della Commissione di vigilanza sulla previdenza (<strong>Covip</strong>), in base alla quale nel 2017 solo 7,6 milioni di lavoratori (+6,1% rispetto al 2016), su 25 milioni hanno aderito a un<strong> piano previdenziale integrativo</strong>. La maggioranza dei quali risiedono e lavorano in Trentino Alto Adige, regione dove si possono trovare il 3,4% delle pensioni complementari nazionali su una popolazione del 3,4%, segue la Valle d’Aosta con lo 0,3% delle pensioni complementari a fronte di una popolazione dello 0,21% e il Veneto, dove la proporzione è 10,5%-8,10%.<br />
Fanalino di coda nel regioni del Sud con in testa la Sicilia dove si trova solo il 5,3% delle pensioni complementari nazionali a fronte dell’8,3% della popolazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Gli sconti fiscali non bastano</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>A poco sono valsi gli incentivi fiscali previsti dallo Stato, che consentono a chi sottoscrive un fondo pensione privato di dedurre dalle tasse fino a 5.164 euro l’anno. E non hanno fatto gola anche i tassi di interessi allettanti visto che nel 2017, complice l’andamento favorevole dei corsi azionari, i rendimenti dei fondi pensione italiani, al netto dei costi e della fiscalità, hanno registrato  performance di tutto rispetto. Scendendo nel particolare: i fondi pensione negoziali e i fondi aperti hanno reso in media rispettivamente il 2,6% e il 3,3%. Per i PIP “nuovi” di ramo III, il rendimento medio è stato, invece, del 2,2% e per le gestioni separate di ramo I dell’1,9%. Non male rispetto al Tfr che nello stesso periodo si è rivalutato, al netto delle tasse, dell’1,7%.</p>
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<h4>Cresce il numero di chi non versa più</h4>
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<p>A complicare il rapporto tra  i lavoratori italiani e i fondi di previdenza integrativa, poi,  ci si è messa anche la crisi. Nell’ultimo anno, infatti, è lievitata la fetta  di contribuenti che ha smesso di versare le quote mensili ai fondi di previdenza integrativa. Un esercito che nel 2017 è arrivato a contare 1,8 milioni di persone.</p>
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<h4>Servono nuovi incentivi</h4>
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<p>La tendenza è sconfortante per due motivi. Primo perché significa che tra gli italiani non è passato il messaggio previdenziale, ovvero che  in pensione si andrà sempre più tardi e con sempre meno soldi. Secondo perché significa che quasi ¼ dei lavoratori italiani non può permettersi di rinunciare nemmeno a 50/100 euro di stipendio al mese. Un quadro che ha spinto <strong>Mario Padula</strong>, Presidente di Covip a suggerire al nuovo esecutivo la «possibilità di riportare ad anni di imposta successivi i benefici che non sono stati utilizzati come possibile soluzione per incentivare le adesioni e i versamenti alla previdenza integrativa». Soluzione, quest&#8217;ultima, che potrebbe andare bene sia per i giovani lavoratori sia per chi è vicino all’età pensionabile.</p>
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		<title>Rita aiuta chi ha perso il posto di lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 May 2018 17:43:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[previdenza integrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Rendita integrativa temporanea anticipata consente ai disoccupati da almeno due anni di andare in pensione 10 anni prima dell&#8217;età pensionistica prevista dalla Legge Fornero. &#160; &#160; Un aiuto per i lavoratori che hanno perso il posto di lavoro arriva da Rita, ovvero la Rendita...</p>
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<p>Un aiuto per i lavoratori che hanno perso il posto di lavoro arriva da <strong>Rita, ovvero la Rendita integrativa temporanea anticipata</strong>). La normativa è stata introdotta dalla legge di Stabilità del 2017 per chi ha un&#8217;età inferiore di 5 anni rispetto a quella prevista per la pensione di vecchiaia (66 anni e 7 mesi nel 2018 che scatteranno a 67 nel 2019) e desidera ritirarsi dal mondo del lavoro in anticipo. Dunque chi quest&#8217;anno compie 61 anni può richiedere al proprio fondo  di pensione integrativa l&#8217;erogazione totale o parziale della somma accantonata a condizione di avere maturato almeno 20 anni di contributi nel sistema pensionistico pubblico e 5 anni di partecipazione al fondo pensione. Ma se un lavoratore ha perso l&#8217;occupazione da oltre 24 mesi  può accedere a Rita anche quando <strong>mancano 10 anni all&#8217;età pensionistica ovvero a 56 anni e sette mesi</strong> nel 2018, con però sempre almeno 5 anni di partecipazione al fondo. restano esclusi gli appartenenti alle casse professionali.<br />
Le  modalità di richiesta della Rita variano a seconda del fondo previdenziale che deve adeguare il proprio statuto.</p>
<h4></h4>
<h4>Come funziona</h4>
<p>In pratica l’assegno pensionistico percepito negli anni precedenti alla pensione grazie alla Rita è finanziato dal fondo di previdenza complementare al quale è iscritto il lavoratore. A differenza dell’<strong>Ape Volontario</strong>, quindi, <strong> Rita</strong> è più conveniente visto che non è prevista alcuna restituzione delle somme richieste in anticipo. Un altro <strong>vantaggio è il regime fiscale</strong> a cui la Redita integrativa temporanea anticipata è sottoposta. Il lavoratore che la richiede, infatti, subisce una ritenuta del 15% oltre alla riduzione dello 0,30% per ogni anno successivo al quindicesimo di partecipazione al fondo. Con una aliquota minima che non può scendere al di sotto del 9%.</p>
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