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	<title>invecchiamento popolazione Archivi - Tuttowelfare</title>
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	<description>Tuttowelfare.info è la prima testata giornalistica interamente dedicata al welfare</description>
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		<title>Più informazione e supporto all’accesso ai servizi welfare </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jun 2018 06:12:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[non autosufficienza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al 52,7% dei lavoratori italiani è capitato di avere un problema di welfare e di non sapere a chi rivolgersi per risolverlo.  E il 48,5% pensa di chiedere aiuto a soggetti intermediari per orientarsi e ottenere velocemente il servizio o la cura di cui necessita....</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 5</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>Al 52,7% dei lavoratori italiani è capitato di avere un problema di welfare e di non sapere a chi rivolgersi per risolverlo.  E il 48,5% pensa di chiedere aiuto a soggetti intermediari per orientarsi e ottenere velocemente il servizio o la cura di cui necessita. Lo dice l’ultimo rapporto Censis -Eudaimon.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non basta proporre sempre più servizi, benefit, tutele e prestazioni ai dipendenti e alle loro famiglie per far decollare il <strong>welfare aziendale,</strong> è necessario anche migliorarne<strong> le forme di accesso</strong>. Troppo spesso, infatti, le persone sono penalizzate perché non hanno conoscenze e o capacità per individuare e accedere ai servizi di cui hanno bisogno.  Tanto che al 52,7% dei lavoratori italiani è capitato di avere un problema di welfare per se stessi o per un proprio familiare e di non sapere a chi rivolgersi per risolverlo. Esperienza vissuta più dalle donne (55%) e dai residenti al Sud (59%). E il 24,8% ha poi finito per rinunciarvi. A dirlo è la ricerca <em>Equo accesso e buon orientamento ai servizi: sfida inedita per il welfare aziendale</em> condotta dal<strong> Censis </strong> in collaborazione con <strong>Eudaimon</strong>, società di consulenza specializzata in welfare aziendale e presentata lo scorso 20 giugno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Più in difficoltà i giovani dei senior</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>In base allo studio il 48,5% degli intervistati, nel caso in cui avesse necessità di avere prestazioni nel campo della salute, scuola, non autosufficienza, pensa di rivolgersi a soggetti intermediari come possono essere i patronati, organizzazioni di volontariato, società di servizi etc. per poter essere orientati e trovare quello di cui hanno bisogno. E, a sorpresa, ad aver maggior necessità di supporto in questa direzione sono i <strong>Millennials</strong> ovvero i giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni (49,2%), contro il 16,7% degli over 64. <!--StartFragment --><span style="color: #222222;letter-spacing: -0.45pt;font-family: 'Arial',sans-serif">«</span>Per uscire da questa “trappola per i giovani” come la chiama il Censis», spiega <strong>Alberto Perfumo</strong>, AD di <a href="https://eudaimon.it/it/" target="_parent">Eudaimon</a> «un ruolo importante possono giocarlo le imprese, mettendo a disposizione dei figli dei loro collaboratori strumenti e percorsi dedicati all’orientamento. Per questo motivo, la società di consulenza ha da poco lanciato il nuovo servizio chiamato <b><a href="https://eudaimon.it/it/soluzioni-su-misura/road/" target="_parent">On The Road – In viaggio verso la scuola e il lavoro</a></b>, un percorso di orientamento per i figli dei lavoratori, che ha l’obiettivo di rendere la persona “autonoma” nel processo di conoscenza di sé e delle proprie caratteristiche peculiari, sviluppando una maggiore consapevolezza sulle scelte future formative o professionali».<!--EndFragment --></p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Orientamento di accesso ai servizi welfare, emergenza sottovalutata</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un quadro poco confortante che evidenzia quanto sia importante per le aziende seguire con attenzione anche l’accesso ai servizi di welfare con servizi specifici di informazione, conoscenza e orientamento o di supporto all’individuazione e selezione dei servizi e dei percorsi di tutela più adatti alle persone coinvolte. Obiettivo: mettere le persone nelle condizioni di accedere ai servizi e alle cure di cui hanno bisogno e/o diritto. «Questi sono ambiti poco analizzati che invece condizionano la vita dei lavoratori e dei loro familiari», si legge nella premessa alla Ricerca firmata da Censis e Eudaimon. «Perciò non è una forzatura dire che sono ambiti in cui si gioca la capacità specifica del welfare aziendale di dare qualcosa in più ai lavoratori, migliorandone concretamente la qualità della vita».<br />
Anche perché un accesso ai servizi welfare agevole e semplice per tutti sta diventando una priorità, specie se si tiene conto dell’<strong>invecchiamento della popolazione italiana</strong> che fra pochi anni vedrà lievitare la quota di lavoratori con necessità di badare ai propri genitori, per esempio. In base alle ultime stime, infatti, le persone<strong> non</strong> <strong>autosufficienti</strong> in Italia passeranno dai 3.378.000 del 2016 a 4.666.000 del 2031. Numeri impressionanti per affrontare i quali, finora, nono sono state pensate soluzioni adeguate. Punto sul quale le aziende più attente dovrebbero riflettere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>La digital transformation non basta</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>E&#8217; infatti sbagliato pensare che la <strong>digital transformation</strong> possa risolvere tutti i problemi di accesso al welfare visto che genera informazione accessibile ovunque, da chiunque, a qualsiasi ora; elimina le code e migliora altri aspetti che rinviano alla gestione umana di procedure burocratico-amministrative.<br />
«Solo un tecnoentusiasmo fuori dalla complessità delle relazioni sociali può pensare che la semplice migrazione, magari in toto e accelerata sul <em>digital </em>possa risolvere gli annosi problemi dell’accesso; il rischio è la moltiplicazione delle disparità», si legge nella ricerca <strong>Censis Eudaimon.</strong> «perché ci sono i disconnessi e ci sono coloro che diffidano o che semplicemente resistono al ricorso ai servizi digitali; ci sono gli utilizzatori <em>low skilled, </em>che percepiscono come ancora troppo complicati i meccanismi di accesso e gestione dei rapporti con i servizi tramite il digital; ci sono tematiche che richiedono empatia umana, fisicità, rapporto diretto tra operatori/provider da un lato e cittadini dall’altro». Dunque il <strong> digital va bene per gestire</strong>, soprattutto gli aspetti di<strong> <em>routine </em></strong>burocratico-amministrative che gestiti da remoto<em> </em>consentono un recupero di tempo ed energie. «Ma  occorre dire <em>no </em>a visioni semplificatorie che non colgono la complessità delle relazioni umane quando si parla di welfare e dintorni. <strong>Imporre il tutto <em>digital </em>qui e subito</strong> non farebbe che sovraccaricare quelle generazioni di mezzo che già si occupano delle pratiche in digitale per se stessi, per i propri familiari inclusi i più anziani, che hanno ridotti tassi di utilizzo del digital», si legge ancora nella ricerca. Ed è per questo che il welfare aziendale dovrebbe pensare anche a mettere a disposizione delle persone servizi di facilitazione al suo accesso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ossessione Fornero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 May 2018 08:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[invecchiamento popolazione]]></category>
		<category><![CDATA[pensioni]]></category>
		<category><![CDATA[lega m5s pensioni]]></category>
		<category><![CDATA[commissione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La questione pensioni sarà una delle più urgenti da affrontare per il nuovo Governo. Che sta pensando di modificare l’attuale legge e di introdurre uno sconto di tre anni sull’ età di pensionamento. Unico  problema: le coperture. &#160; Il nuovo Governo si fa attendere ma...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 3</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>La questione pensioni sarà una delle più urgenti da affrontare per il nuovo Governo. Che sta pensando di modificare l’attuale legge e di introdurre uno sconto di tre anni sull’ età di pensionamento. Unico  problema: le coperture.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il nuovo Governo si fa attendere ma si sa bene che la questione <strong>pensioni</strong> sarà una delle più urgenti che si troverà ad affrontare e risolvere. Lega e M5s sono pronti a <strong>superare la Legge Fornero</strong> introducendo uno sconto di tre anni sull&#8217;età di pensionamento. Questo significa che dai 67 anni previsti per la vecchiaia nel 2019 si scenderebbe a 64 per chi raggiungerebbe quota 100 sommando. Insomma si tornerebbe ai vecchi trattamenti di vecchiaia con 41 anni e cinque mesi di contributi, indipendentemente dall&#8217;età.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h4>Il nodo delle coperture</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questa l&#8217;idea, per realizzare la quale ci vogliono <strong>coperture adeguate</strong>. Per lo schieramento politico guidato da Matteo Salvini e i pentastellati lo sconto di tre anni costerebbe alle casse pubbliche qualcosa come  5 miliardi di euro circa, ma le previsioni dell&#8217;Inps snocciolano cifre di altro spessore, arrivando a 1.418 euro. Quale sia la cifra esatta è tutto ancora da verificare. «Il nostro lasciapassare per l’Europa e per i mercati», ha spiegato al <em>Sole 24 Ore</em> Alberto Brambilla, il tecnico della Lega «è il mantenimento degli stabilizzatori automatici, ovvero l&#8217;adeguamento dei requisiti alla speranza di vita e i coefficienti di trasformazione. Senza quelli diventa difficile difendere la nuova flessibilità che vogliamo». Mentre per far tornare i conti sulle coperture Brambilla conferma la chiusura dell&#8217;Ape sociale e la revisione dei trattamenti per i gravosi. In più si punterebbe di più sui fondi di solidarietà per finanziare le uscite anticipate e si utilizzerebbe  parte della &#8220;dote&#8221; legata alle decontribuzioni per i neo-assunti per finanziare una sorta di &#8220;superammortamento selettivo&#8221; per le assunzioni nelle aziende più dinamiche.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h4>Nel 2040 la spesa per le pensioni sarà al 18,4%</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutte ipotesi per ora, sia bene inteso. Quello che è certo, invece, è che un’ ipotetica (per ora) riduzione degli attuali requisiti di pensionamento verrebbe varata in coincidenza con un peggioramento delle ultime stime ufficiali sulla spesa previdenziale elaborate dal gruppo di lavoro sull&#8217;invecchiamento della popolazione (AWG) della <strong>Commissione europea.</strong> Per i tecnici di Bruxelles la <strong>spesa italiana per le pensioni</strong> è destinata, infatti, ad aumentare vertiginosamente nei prossimi anni visto l&#8217;<strong>invecchiamento della popolazione</strong>,<strong> passando dal 15,1% del 2020 al 18,4% del 2040</strong>. In questo scenario il ritorno alle pensioni di anzianità spinte da Lega e M5S non sarebbero un toccasana per le casse dello Stato. Specie se l’aumento della spesa su questo fronte non dovesse essere controbilanciato da un aumento del Pil e da un incremento dell’occupazione giovanile.</p>
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		<title>Nei prossimi 30 anni boom della spesa pubblica per non autosufficienza</title>
		<link>https://tuttowelfare.info/spesa-pubblica-previdenza-non-autossuficienza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Apr 2018 14:58:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
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		<category><![CDATA[alberto brambilla]]></category>
		<category><![CDATA[non autosufficienza]]></category>
		<category><![CDATA[invecchiamento popolazione]]></category>
		<category><![CDATA[Centro studi e ricerche itinerari previdenziali]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo dice lo studio di Itinerari previdenziali. La grande sfida? Predisporre una copertura di tipo universalistico, con costi accessibili e servizi di assistenza capillari e qualificati.   L’invecchiamento progressivo della popolazione farà lievitare nei prossimi 30 anni la spesa pubblica che passerà dall’1,8 al 3...</p>
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<p><strong> </strong></p>
<p>L’invecchiamento progressivo della popolazione farà lievitare nei prossimi 30 anni la spesa pubblica che passerà dall’1,8 al 3 del Pil. Portando la spesa degli italiani per fronteggiare il problema ben oltre gli attuali 9,2 miliardi di euro l’anno. A scattare la fotografia è l’ultimo studio <strong>del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali</strong>, pubblicato nel Quaderno di approfondimento <em>Le sfide della non autosufficienza </em>redatto con il supporto scientifico di <strong>Assoprevidenza</strong>. Del resto l’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo. E il fenomeno è destinato a proseguire come confermano anche le ultime stime Istat, in base alle quali nei prossimi 20 anni la quota di persone over 65 supererà il 29% (con un aumento di quasi 8 punti percentuali rispetto al 2016) e quella degli over 85 oltre il 5%: il tutto mentre si consuma, da dieci anni a questa parte, un significativo aumento dell&#8217;incidenza di patologie croniche o altri problemi di salute tra gli ultrasettantacinquenni.</p>
<h4><strong> </strong><strong>Il 40% degli italiani non conosce le prestazioni pensionistiche integrative</strong></h4>
<p>La pressione generata dall&#8217;invecchiamento della popolazione e le sue ricadute socio-economiche, spiegano gli esperti di Itinerari Previdenziali, mettono l’autosufficienza al centro del dibattito sulla riorganizzazione dei sistemi di welfare.<br />
«Nonostante i continui allarmi demografici ed economici, è evidente che l&#8217;Italia sia ancora largamente impreparata ad affrontare questa sfida, anche per ragioni di tipo culturale», ha sottolineato <strong>Alberto Brambilla</strong>, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. «Il ritardo del nostro Paese nel predisporre una copertura di tipo universalistico, con costi accessibili e servizi di assistenza capillari e qualificati, è attribuibile infatti anche alla mancanza di consapevolezza dei cittadini che, se per <strong>il 40% neppure conosce le prestazioni pensionistiche integrative</strong> e per il <strong>70% non intende provvedere alla previdenza complementare</strong>, alla non autosufficienza non pensano proprio. Anzi, il problema è spesso affrontato solo quando accade nel proprio giardino di casa».</p>
<h4><strong>Necessario agire sul fronte dell’educazione alla prevenzione</strong></h4>
<p>Il tutto anche se, come evidenzia il Quaderno, i <strong>cittadini italiani già spendono 9,2 miliardi di euro</strong> per <strong>fronteggiare la non autosufficienza</strong>: una cifra, verosimilmente sottostimata in quanto in larga parte imputabile a badanti (spesso irregolari), che va ad aggiungersi ai 31,2 miliardi di euro di spesa già sostenuta dallo Stato. E le prospettive per il futuro non sono rosee. «Le responsabilità sono anche dei <em>policy makers</em> che, solo di recente e dopo varie titubanze sul tema del long term care e agevolazioni fiscali, hanno mosso passi avanti», ha commentato Brambilla. «Le famiglie svolgono un gran lavoro, ma non possono essere lasciate a loro stesse per mancanza di guida, orientamento e aiuto da parte del welfare pubblico. Occorre, inoltre, agire su educazione prevenzione».</p>
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