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	<title>Genitori al lavoro Archivi - Tuttowelfare</title>
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	<description>Tuttowelfare.info è la prima testata giornalistica interamente dedicata al welfare</description>
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	<title>Genitori al lavoro Archivi - Tuttowelfare</title>
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		<title>Il welfare per ripartire&#8230; dopo il parto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 May 2021 06:30:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[genitorialità]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
		<category><![CDATA[Genitori al lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[parto e riparto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Welfare Confidential è il podcast che dà voce ai diversi attori del welfare (player, aziende, sindacati, esperti) per comprendere l’evoluzione e le nuove opportunità del settore. Nel periodo di emergenza sanitaria legata al coronavirus, l’attenzione delle aziende si è spostata verso la cura delle persone. La crisi pandemica...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> &lt; 1</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><strong>Welfare Confidential</strong> è il podcast che dà voce ai diversi attori del welfare (player, aziende, sindacati, esperti) per comprendere <strong>l’evoluzione e le nuove opportunità del settore.</strong></p>
<p>Nel periodo di emergenza sanitaria legata al coronavirus, <strong>l’attenzione delle aziende si è spostata verso la cura delle persone</strong>. La crisi pandemica ha rinnovato la richiesta di assistenza sanitaria e di prestazioni erogate a livello territoriale. Anche nell’agenda politica, <strong>oggi il welfare sembra aver riacquistato una nuova centralità</strong> e può rappresentare una leva per altri settori strategici della nostra economia. Il podcast mira ad approfondire tutti questi temi attraverso il contributo e l’esperienza dei protagonisti del settore.</p>
<p>Ospite di questa puntata è <strong>Sonia Malaspina, HR Director di Danone</strong>. L&#8217;azienda, da sempre molto attenta alle problematiche dei genitori, ha ideato il progetto <em>Parto&amp;Riparto</em>, a sostegno delle mamme e dei papà presenti in azienda, estendendolo poi ai consumatori dei prodotti Mellin, noto brand dedicato ad alimenti per la prima infanzia.</p>
<p><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/W5BUCqK7Hps" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Meno male che ci sono i nonni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jul 2019 05:53:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Caregiver]]></category>
		<category><![CDATA[Genitori al lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[nonni]]></category>
		<category><![CDATA[genitorialità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I nonni spesso sono un sostegno e un aiuto per i lavoratori nella cura dei nipoti, sopperendo alle lacune del welfare. Ma con l’aumento dell’aspettativa di vita e il crescente fenomeno della migrazione interna quale ruolo avranno i nonni in futuro? &#160; I nonni sono...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 5</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>I nonni spesso sono un sostegno e un aiuto per i lavoratori nella cura dei nipoti, sopperendo alle lacune del welfare. Ma con l’aumento dell’aspettativa di vita e il crescente fenomeno della migrazione interna quale ruolo avranno i nonni in futuro? </em><span id="more-19564"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I<strong> nonni sono una delle principali fonti di welfare delle famiglie italiane</strong>, in alcuni casi l’unica. Ce ne accorgiamo soprattutto d’estate, con la chiusura delle scuole e l’arrivo delle vacanze estive. Un italiano su tre, infatti, si rivolge a loro per la cura dei figli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il dato arriva da un’indagine sul welfare effettuata dall’Osservatorio di Reale Mutua, che ha confermato la tesi secondo cui <strong>sempre più spesso siano i nonni a stare con i nipoti quando i genitori sono al lavoro</strong>; ma non è finita, perché sono sempre i nonni a dare una mano con commissioni e faccende domestiche. Inoltre c’è di più. Per oltre un italiano su tre (38%) in età adulta e con figli, i propri genitori sono anche un’importante fonte di sostegno economico, talvolta indispensabile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I nonni sono dunque diventati un pilastro delle famiglie italiane, soprattutto per la difficoltà dei più giovani a conciliare i tempi del lavoro con quelli domestici e familiari (45%), problema dettato dal fatto che, secondo il 31% degli intervistati, <strong>mancano strutture e servizi ai quali accedere come asili o centri ricreativi</strong>. A questo si aggiunge la povertà delle famiglie (27%) e la difficoltà a raggiungere una stabilità lavorativa (24%).</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Genitori di oggi, ma non nonni di domani</strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma questo modello non è destinato a durare a lungo. I pensionati di domani, infatti, <strong>non avranno le stesse possibilità di oggi di mantenere lo stesso tenore di vita pre-pensionamento</strong>, una volta lasciato il mercato del lavoro. E questo ovviamente si ripercuoterà anche sugli aiuti destinati ai figli e nipoti che potranno andare incontro a una sensibile riduzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbiamo approfondito questa tematica con <strong>Giulia Mascagni, Ricercatrice e Docente di Sociologia all’Università degli Studi di Firenze</strong>, le cui attività sono principalmente dedicate alle disuguaglianze sociali, la salute e l’invecchiamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Se ampliamo un po’ il nostro sguardo, questi dati non risultano così sorprendenti, perché <strong>stiamo raccogliendo i frutti di trasformazioni e investimenti sociali </strong>in atto da alcuni decenni, come l&#8217;allungamento medio della vita e l&#8217;aumento dell&#8217;età media delle donne alla nascita del primo figlio”, spiega.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le trasformazioni del profilo e del ruolo dei nonni diventano infatti più chiaramente intellegibili alla luce di alcune riflessioni: “<strong>L’aspettativa di vita si è allungata</strong> e i 65-70enni di oggi spesso si devono dividere tra il carico di cura dei loro genitori, ultra 85enni<span style="text-decoration: line-through;"> e </span>con prospettive di autosufficienza sempre più limitata, e la necessità di dare supporto ai propri figli e nipoti”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una situazione complessa e difficile da maneggiare, anche perché nel nostro Paese “<strong>il sistema di protezione sociale si dimostra ancora una volta carente </strong>e segnato da investimenti scarsi e/o mal orientati”. Basti pensare alle difficoltà di accedere ai servizi per la prima infanzia come il nido o alla lunga chiusura estiva delle scuole: “In questo senso la figura dei nonni diventa centrale, ma l’aiuto chiesto loro talvolta può diventare oneroso, anche se fatto con amore, perché richiede rinunce e sacrifici”, sottolinea l’esperta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Il ruolo di <em>caregiver</em> verso i bisnonni</strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Qui subentra anche il problema delle disuguaglianze sociali: “I più avvantaggiati possono orientarsi verso i centri estivi, oppure affidarsi a baby-sitter e altre forme di collaborazione tamponando così le mancanze delle politiche e dei servizi pubblici, mentre coloro che non possono permetterselo devono per forza rivolgersi alla propria rete familiare”. Ma non sempre è così facile: “<strong>Non va dimenticato il fenomeno della migrazione interna</strong>, per cui tanti tra i 30enni e i 40enni di oggi vivono lontani dal proprio nucleo familiare e amicale originario e questo li priva di una serie di supporti informali assai preziosi”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’aiuto dei nonni, comunque, dovrebbe essere più l’eccezione che la regola: “Troppo spesso è proprio la rete familiare che finisce per tamponare l’emergenza e le carenze del sistema, ma questo comporta dei vincoli e dei rischi”. Per varie ragioni: la prima è che <strong>non tutti hanno “la voglia e il piacere di ricoprire questo ruolo di <em>caregiver</em>”</strong>, mentre in altri casi “magari la volontà c’è, ma ci sono i bisnonni da accudire o distanze troppo lunghe da coprire che lo rendono impossibile”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il rischio, poi, quando i nonni diventano una stampella troppo importante è che si perda un po’ la dimensione dell’affettività: “La loro figura è fondamentale nella vita dei nipoti e si esprime al meglio quando non è strettamente legata a necessità di tipo organizzativo”. Cosa dobbiamo aspettarci dal futuro? “Sarebbe <strong>auspicabile che il welfare iniziasse a giocare un ruolo di reale sostegno</strong>, esauriente rispetto alle necessità e affidabile rispetto alle modalità di erogazione dei servizi, soprattutto per coloro che hanno meno risorse, meno reti e meno capitale culturale”.</p>
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		<title>Asilo aziendale no grazie, mio figlio non è un dipendente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Jun 2019 05:48:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[welfare aziendale]]></category>
		<category><![CDATA[asilo aziendale]]></category>
		<category><![CDATA[Genitori al lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è sempre una buona idea far intersecare il piano familiare con quello professionale. Ecco perché inserire gli asili aziendali nei piani di welfare aziendale potrebbe non essere ciò che chiedono i lavoratori. &#160; Secondo i dati Eurostat pubblicati a marzo 2019, il divario occupazionale...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 5</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>Non è sempre una buona idea far intersecare il piano familiare con quello professionale. Ecco perché inserire gli asili aziendali nei piani di welfare aziendale potrebbe non essere ciò che chiedono i lavoratori.</em></p>
<p><span id="more-19285"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo i dati Eurostat pubblicati a marzo 2019, <strong>il divario occupazionale fra uomini e donne in Italia è di 19,8 punti percentuali. Peggio di noi, in Europa, solo Malta</strong>. Ma se, nei primi Anni 2000, il rimedio a qualsiasi tipo di divario di genere nel mondo del lavoro sembrava essere l’apertura di più nidi aziendali (la legge di Bilancio del 2001 dedicava un intero articolo al tema e stanziava la bellezza di 300 milioni di euro in tre anni allo scopo), lo scorrere del tempo ha dimostrato che non era questa la panacea per l’occupazione femminile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Analizzando le diverse ricerche sviluppate sul tema della conciliazione vita-lavoro negli ultimi due anni, le preferenze delle lavoratrici (e dei lavoratori) vanno allo Smart working, alla flessibilità oraria, al part time, ai congedi parentali, retribuiti e obbligatori, anche per gli uomini; <strong>solo nelle ultime posizioni fanno capolino i nidi aziendali</strong>. Si tratta di un posizionamento ideologico da parte dei lavoratori, oppure di un’intrinseca mancanza di efficacia di questa misura?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Tuttowelfare.info</em> ne ha parlato con <strong>Nicola Barbieri</strong>, Docente di Storia della Pedagogia all’Università di Modena e Reggio Emilia: “L’idea degli asili aziendali non è certamente un portato della modernità, né una conquista recente. L’invenzione risale alla prima rivoluzione industriale, ha circa due secoli”. Dunque, essi non sono il frutto di rivendicazioni femminili o delle classi operaie, bensì “<strong>l’espressione della volontà dei grandi imprenditori di gestire la vita dei propri dipendenti in ogni fase</strong>, creando comunità chiuse in cui sviluppare relazioni, vivere, abitare e, anche, istruire i figli”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo basterebbe, forse, a spiegare la relativa freddezza con cui le lavoratrici e i lavoratori accolgono questa misura: “Senz’altro i miei colleghi pedagogisti della metà del secolo scorso sono stati molto critici riguardo all’opportunità di far crescere i figli dei lavoratori in ambienti legati, in qualche modo, alla realtà professionale dei genitori. Oggi le cose, per fortuna, sono parzialmente cambiate”, spiega Barbieri. “<strong>I nidi aziendali sono, per lo più, appaltati e gestiti da organizzazioni esterne</strong>, che utilizzano dipendenti propri, che non hanno legami con l’azienda committente”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Un altro correttivo fondamentale che è stato introdotto è quello che prevede la <strong>possibilità di inserire bambini ‘esterni’, i cui genitori non sono dipendenti dell’impresa ospitante</strong>. Questo permette un maggiore confronto e scambio, salutare sia per i bambini, sia per le loro famiglie”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Non allontanare i figli dal loro contesto sociale</strong></h4>
<p><strong> </strong></p>
<p>In generale, <strong>non è sempre una buona idea far intersecare il piano familiare con quello professionale</strong>. Purtroppo, mancano completamente, in Italia, studi accademici – o comunque indagini affidabili – che si interroghino sulle conseguenze pedagogiche della frequenza dei bambini a nidi aziendali ‘chiusi’, ovvero che non consentano inserimenti esterni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Senz’altro <strong>il contesto educante, nei primi anni di vita, è determinante per la formazione dell’individuo</strong>. Tuttavia, non sono mai stati effettuati studi che mettano in evidenza le differenze fra bambini che frequentano la scuola nello stesso quartiere in cui vivono e quelli, per esempio, che studiano molto distanti da casa, perché i genitori scelgono di iscriverli più vicino al luogo di lavoro”, continua il professore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“In base alla mia esperienza personale potrei aspettarmi che non si tratti di una scelta neutra. Crescere in un ambiente, in un territorio, in una comunità con determinate caratteristiche sociali e frequentare la scuola in un contesto del tutto differente non può non avere ripercussioni e <strong>sarebbe bene approfondire questi aspetti di condizionamento esterno nella scelta educativa</strong>, quasi sempre effettuata per comodità negli spostamenti”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È comunque evidente che, anche nel caso di asili aperti a inserimenti esterni, <strong>favorire la frequentazione di comunità chiuse non è mai positivo per i bambini</strong>: “I nidi aziendali non mi sembrano la soluzione a tutti i problemi di conciliazione dei tempi di lavoro e vita delle famiglie”, continua l’esperto. “La frequenza in prossimità del luogo di lavoro implica, spesso, una distanza dalle reti familiari e sociali di riferimento, che talvolta potrebbero rivelarsi più utili, rispetto alla comodità del nido accanto alla fabbrica”, spiega.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La soluzione? “Da padre, prima che da pedagogista, <strong>già negli Anni 90 per i miei figli ho scelto il nido autogestito da un gruppo di genitori</strong>. Tariffa uguale per tutte le 14 famiglie aderenti, indipendentemente dalle possibilità di ognuno; condivisione delle scelte pedagogiche; costruzione di una rete di relazioni che permetteva flessibilità e fiducia”, rivela Barbieri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Insomma, <strong>l’educazione dei figli nello stesso contesto di lavoro dei genitori non è una buona idea</strong>: d’altra parte, il welfare 4.0 è sempre più condiviso, sempre più aperto al territorio e alla comunità, in ottica ‘circolare’. Al bando, dunque, l’autoreferenzialità: per le imprese è tempo di pensare a nuovi livelli di servizi di welfare, da costruirsi ‘in rete’ con altre realtà.</p>
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		<title>Mamme al lavoro</title>
		<link>https://tuttowelfare.info/mamme-al-lavoro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 May 2019 04:13:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[genitorialità]]></category>
		<category><![CDATA[Genitori al lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[work-life balance]]></category>
		<category><![CDATA[Save the Children]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Calo delle nascite e aumento dell’età in cui diventare madri sono solo la punta dell’iceberg di un problema ben più profondo: la mancanza di politiche di welfare che permettano di conciliare genitorialità e lavoro. &#160; Gli ultimi dati Istat parlano chiaro: il calo delle nascite...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 5</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>Calo delle nascite e aumento dell’età in cui diventare madri sono solo la punta dell’iceberg di un problema ben più profondo: la mancanza di politiche di welfare che permettano di conciliare genitorialità e lavoro.</em><span id="more-19151"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli ultimi dati Istat parlano chiaro: <strong>il calo delle nascite in Italia sembra inarrestabile</strong>. Nel 2018 sono nati 449mila bambini, 9mila in meno rispetto al 2017 e 128mila in meno rispetto al 2008.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al contempo si registra un <strong>aumento dell’età media delle donne che decidono di avere un figlio</strong>. L’età media al primo parto nel nostro Paese è giunta a 31,1 anni, di due anni superiore alla media europea (29,1 anni); un dato che pone <strong>l’Italia in vetta alla classifica</strong>, seguita da Spagna (30,9), Lussemburgo (30,8) e Grecia (30,4).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Cresce anche il numero di donne che scelgono di concepire un figlio dopo i 40 anni</strong> (90,5 figli per mille donne), segno anche questo di un’evidente instabilità lavorativa ed economica che affligge la nostra Penisola. <strong>Il tasso di fecondità è invece vittima di un costante decremento</strong>; nel 2010 la media era di 1,46 figli per donna, nel 2018 si è ridotto a 1,32.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dati, questi, che emergono anche dal <strong>rapporto <a href="https://s3.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/le-equilibriste-la-maternita-italia_0.pdf"><em>Le equilibriste, la maternità in Italia</em></a> di Save the Children</strong> e che evidenziano quanta strada ci sia ancora da fare nell’ambito del sostegno alla genitorialità. Il nostro Paese sta scontando l’assenza di una riforma strutturale e sul fronte del congedo di maternità e paternità mancano reali tutele a supporto di tutti i lavoratori, dipendenti e non.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dal quadro complessivo le donne appaiono dunque sempre meno propense ad affrontare la maternità; ma quali sono i motivi alla base di questi cambiamenti sociali? E come fare per invertire la rotta? Ne abbiamo parlato in esclusiva per Tuttowelfare.info<em> </em>con <strong>Sabrina Colombo, fondatrice e CEO di <a href="https://www.mastermamma.it/">Mastermamma</a></strong>, piattaforma digitale dedicata alla formazione genitoriale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Maternità, momento di gioia e complessità </strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>“I fattori che influenzano il decremento delle nascite sono molteplici. Innanzitutto dobbiamo fare i conti con <strong>condizioni socioeconomiche che non supportano la famiglia né il ruolo della donna al lavoro e in famiglia</strong>, in secondo luogo mancano misure concrete a sostegno della maternità, dallo Smart working ai servizi educativi facilmente accessibili per la prima infanzia quali gli asili nidi aziendali e non”, spiega Colombo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Già, perché per le donne che lavorano <strong>è veramente complicato trovare un equilibrio tra vita personale e professionale</strong>: “L’attesa di un bambino è un momento vivo, di grande gioia e realizzazione, ma per coloro che hanno avviato un percorso professionale e che vogliono portarlo avanti c’è il rischio di non riuscire a trovare la giusta sostenibilità”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Timore più che giustificato, visto che “<strong>mancano politiche e sostegno delle famiglie con figli</strong>, dagli asili nido agli assegni per il servizio di baby-sitting, alla presenza diffusa di sostegni alla genitorialità”, aggiunge la CEO di Mastermamma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per le primipare si aggiunge anche la componente emotiva: “Bisogna ricordarsi che <strong>l’affrontare il ‘nuovo’, specie se si tratta di un primo figlio, è di per sé complesso</strong>, immaginiamoci quando il nuovo è rappresentato da nostro figlio che nei primi mesi di vita non si interfaccia con la parola e dipende totalmente dai genitori, in modo particolare dalla mamma. Questo richiede un forte esercizio di equilibrio che i genitori sono chiamati a imparare da soli, con pochissimo supporto”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questa concomitanza di fattori, purtroppo, si traduce molto spesso <strong>nell’abbandono del posto di lavoro da parte delle donne</strong>. Secondo i dati diffusi dall’Ispettorato nazionale del lavoro nel 2018, tra le donne che si sono licenziate 24.618 hanno messo come motivazione le difficoltà di assistere il proprio bambino e di conciliare la vita di mamma con quella professionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Commenta Colombo: “<strong>Questi numeri sono allarmanti</strong>, anche perché un giorno i figli cresceranno e vorranno costruirsi la propria indipendenza e a quel punto alle madri resterà il rimpianto di non aver investito anche nella propria vita professionale”</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Investire su Smart working e asili nido </strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come fare ad arginare dunque il fenomeno?: “Bisognerebbe innanzitutto <strong>superare alcune rigidità tipiche dei processi aziendali</strong>, come quelle che impongono un orario prestabilito di entrata e uscita dal lavoro. Quest’ultimo andrebbe misurato in base agli obiettivi raggiunti, indipendentemente dalla presenza fisica in ufficio”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pertanto diventa fondamentale incentivare le formule di Smart working: “<strong>Bisogna andare incontro ai ritmi di vita delle donne</strong>, che spesso, oltre a essere madri, sono compagne e/o figure di sostegno per i genitori anziani”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le “mamme equilibriste”, però, devono sempre tenere a mente una cosa: “<strong>È importante che ogni mamma non si autolimiti</strong>: l’identificarsi solo con la famiglia e la casa deve essere una scelta libera e consapevole, non una costrizione che tante donne devono accettare. È importante realizzare anche la propria gratificazione professionale”, sostiene Colombo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo processo, però, richiede molta consapevolezza e sostegno: “Il progetto <strong><em>Mastermamma </em>è nato proprio a sostegno della figura materna in azienda, senza dimenticare i papà</strong>. È il primo progetto di formazione genitoriale che interessa sia i temi salutistici e psicologici di figli e genitori, sia il potenziamento delle capacità delle donne affinché possano gestire sé e la propria vita anche nei momenti più delicati, come per esempio il rientro al lavoro o l’affrontare problematiche di salute o educazione dei figli”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le imprese svolgono un ruolo fondamentale in questo processo: “<strong>Sono necessarie misure di attenzione alla genitorialità</strong>, siano esse corsi a sostegno dei genitori ed in particolare delle mamme, siano esse iniziative quali Smart working o asili, oppure un maggiore sviluppo del congedo di paternità, che sarebbe indice di senso civico”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nonostante le evidenti difficoltà, le donne devono continuare a perseverare: “Un consiglio che diamo spesso durante i nostri percorsi di coaching è quello di guardare alle mamme che ce l’hanno fatta, trovando<strong> un modo per coniugare positivamente vita privata e professionale</strong>. Prendere ispirazione dall’esempio altrui è un ottimo modo per guardare coscientemente al proprio futuro”.</p>
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		<title>Bimbi in ufficio, genitori più sereni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 May 2019 07:30:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Protagonisti]]></category>
		<category><![CDATA[genitorialità]]></category>
		<category><![CDATA[smart working]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Barazzetta]]></category>
		<category><![CDATA[Genitori al lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Portare i più piccoli alla scoperta dei posti di lavoro di mamma e papà permette di abbattere le barriere tra vita lavorativa e vita privata. Per i genitori favorisce l’affiatamento tra colleghi. Per i figli è un’esperienza di conoscenza e di accettazione del distacco dai...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 5</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><span style="font-style: normal !msorm;"><em>Portare i più piccoli alla scoperta dei posti di lavoro di mamma e papà permette di abbattere le barriere tra vita lavorativa e vita privata. Per i genitori favorisce l’affiatamento tra colleghi. Per i figli è un’esperienza di conoscenza e di accettazione del distacco dai genitori.</em></span></p>
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<p>Un bacio, un’ultima raccomandazione per la giornata e – zaino in spalla – si entra a scuola. <span style="font-weight: normal !msorm;"><strong>La mamma, o il papà, restano fuori: devono andare al lavoro. In ufficio.</strong></span> Quel luogo astratto e che, nella testa dei piccoli, è sempre un po’ misterioso. Eppure è qui che i genitori passano gran parte della giornata: lavorano, mangiano, parlano, ridono, si arrabbiano, gioiscono e si stancano. <span style="font-weight: normal !msorm;"><strong>Un universo percepito, a volte, come separato da quello della vita privata, familiare</strong></span>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco che <strong>portare i figli alla scoperta dell’ambiente di lavoro di mamma e papà</strong> permette di avvicinare, almeno per un giorno all’anno, questi due mondi. Da un lato facendo conoscere ai più piccoli il posto di lavoro dei genitori, dall’altro permettendo agli adulti di <strong>condividere una parte della propria vita personale con i colleghi e i datori di lavoro</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un’iniziativa che si inserisce in questo scenario è <strong>Bimbi in ufficio</strong>, organizzata da <em>Rcs – Corriere della Sera </em>e arrivata nel 2019 alla 25esima edizione: nel 2018 vi avevano preso parte 120 aziende, che hanno organizzato <strong>laboratori, giochi e percorsi educativi tra scrivanie, corridoi e sale riunioni</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>La vita non è a compartimenti stagni</strong></h4>
<p><strong> </strong></p>
<p>È vero, si tratta solo di una giornata: troppo poco per incidere effettivamente sulla routine quotidiana. Ma abbastanza per <strong>attirare attenzione sulla necessità di conciliare i diversi ruoli della vita di ciascuno</strong> – genitore, figlio, partner, lavoratore – e quindi di sviluppare soluzioni per un vero equilibrio vita-lavoro. A spiegarlo è <strong>Elena Barazzetta, Ricercatrice di Percorsi di secondo welfare</strong> e autrice di <strong><em>Genitori al lavoro. Il lavoro dei genitori</em></strong> (ESTE, 2019).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Giornate come quelle con i figli in ufficio permettono di <strong>promuovere il <span style="font-weight: normal !msorm; font-style: normal !msorm;"><em>work-life balance</em></span></strong> non come compromesso tra sfere di vita contrapposte e separate, ma come <strong>vero equilibrio tra i vari contesti che compongono la vita di ciascuno</strong>”. Con questa iniziativa, spiega la ricercatrice, i lavoratori portano in azienda una parte fondamentale della propria vita personale: la famiglia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo modo si ribadisce l’<strong>unicità della persona</strong>: l’azienda, com’è normale che sia, cerca collaboratori produttivi, ma attraverso progetti di questo tipo dimostra di <strong>non trascurare la sfera personale dei propri dipendenti, ma, anzi, di includerla e accoglierla</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dal punto di vista del genitore, portare i propri figli in ufficio ha r<strong>ipercussioni positive anche nel rapporto con i colleghi</strong>, da cui spesso la sfera personale viene tenuta fuori. È lo stesso motivo per cui le aziende promuovono le attività di team building: per <strong>favorire dei contesti informali in cui il lavoratore può mostrarsi in una veste diversa da quella abituale e far conoscere agli altri un lato inedito </strong>del proprio carattere e del proprio universo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“È un modo per abbattere le barriere. Condividendo con le persone con cui si lavora un pezzo della propria vita privata, la parte più vulnerabile di sé, <strong>si favorisce l’affiatamento tra colleghi e si genera una migliore collaborazione e comunicazione</strong>”, dice Barazzetta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La parola d’ordine è quindi “inclusività”</strong>: sapere che l’azienda in cui si lavora è un luogo in cui la propria vita privata trova spazio e può essere condivisa, crea un ambiente di lavoro più positivo. E <strong>dal punto di vista dei più piccoli?</strong> “Per loro è importante prendere familiarità con il luogo in cui i genitori passano gran parte della giornata e in cui lasciano tante energie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Vedere</strong><strong> gli spazi in cui la mamma o il papà lavorano e la loro scrivania li rende più <span style="font-weight: normal !msorm;">sereni</span>.</strong> È un’esperienza di conoscenza e, talvolta, di accettazione del distacco dai genitori”. Questi benefici si ripercuotono a cascata sugli adulti che <strong>potranno sentirsi ‘meno in colpa’ e più sereni a lasciare i bambini a scuola, dai nonni o dalla babysitter</strong> e, di conseguenza, saranno più produttivi in ufficio.</p>
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<h4><strong>Un primo passo verso il vero equilibrio vita-lavoro</strong></h4>
<p><strong> </strong></p>
<p>Secondo Barazzetta, le iniziative che portano i figli a interagire con il posto di lavoro dei genitori rappresentano un <strong>primo piccolo passo per affrontare il tema della conciliazione vita-lavoro in modo innovativo</strong>, non solo come questione meramente femminile, ma nella sua interezza e complessità. “<strong>Anche i padri hanno il diritto e il dovere di prendersi cura dei figli e le aziende devono renderlo possibile</strong>, favorendo il cambio culturale necessario”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il lavoro flessibile, o Smart working, può venire in aiuto in questo senso</strong>, sostenendo un migliore equilibrio tra i ruoli della vita: potendo lavorare da remoto e per obiettivi, ciascuno può gestirsi le giornate in autonomia senza essere costretto a dividere rigidamente il tempo da dedicare al lavoro da quello da dedicare alla famiglia. <strong>Soluzione che sempre più lavoratori richiedono</strong>, a volte preferendola all’aumento in busta paga.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo Barazzetta è questa la direzione da seguire, perché <strong>altri strumenti, al contrario, hanno mostrato i loro limiti</strong> e stanno pian piano venendo accantonati. Uno su tutti <strong>l’asilo nido aziendale, troppo poco sostenibile per le imprese</strong>, sia per i costi sia per l’invecchiamento della popolazione dipendente che ha nel tempo bisogni differenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E poi il <strong>part time</strong>: “È ancora molto richiesto dalle mamme, ma ha <strong>conseguenze molto negative sulla carriera, sullo stipendio e sulla contribuzione</strong>. Lo Smart working, al contrario, permette ai genitori di <strong>non ingabbiarsi in quelle che sembrano soluzioni adeguate a rispondere a difficoltà di conciliazione specifiche di alcuni momenti della vita</strong>, ma che poi generano gravi conseguenze nel lungo periodo”.</p>
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