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	<title>Elena Macchioni Archivi - Tuttowelfare</title>
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	<description>Tuttowelfare.info è la prima testata giornalistica interamente dedicata al welfare</description>
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		<title>Un welfare aziendale per ridurre le disuguaglianze sociali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jun 2019 07:17:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In che modo le imprese possono colmare le lacune del welfare pubblico? È una delle sfide del welfare aziendale, chiamate a dare il proprio apporto in uno scenario nel quale le disuguaglianze rischiano di generare un nuovo conflitto sociale. &#160; Sopperire a carenze del welfare...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 6</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p><em>In che modo le imprese possono colmare le lacune del welfare pubblico? È una delle sfide del welfare aziendale, chiamate a dare il proprio apporto in uno scenario nel quale le disuguaglianze rischiano di generare un nuovo conflitto sociale.</em><span id="more-19340"></span></p>
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<p>Sopperire a carenze del welfare State, proponendo servizi più tradizionali, o realizzare appieno la mission aziendale, progettando soluzioni innovative? <strong>Il dilemma sulla funzione del welfare si può risolvere analizzando la cultura aziendale</strong> dentro cui prende forma.</p>
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<p>Questa la tesi di <strong>Elena Macchioni, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Alma Mater Studiorum</strong>, Università degli Studi di Bologna: “Come sociologa, il mio punto di osservazione sul tema è quello culturalista e delle trasformazioni del welfare, in ottica plurale”, osserva Macchioni.</p>
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<p>“Le diverse semantiche del welfare aziendale presentano, come sostrato, diverse visioni in termini culturali. La risposta al quesito, dunque, non può essere così netta. La questione dirimente non è tanto quella che riguarda le tipologie di misure o il loro numero, ma le motivazioni, cioè <strong>le ragioni per cui l’azienda intraprende un’azione di welfare aziendale</strong>”.</p>
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<p>Secondo l’esperta, “il welfare aziendale è il <strong>modo attraverso cui l’azienda attua la propria Corporate Social Citizenship </strong>nei confronti non soltanto degli stakeholder esterni, ma dei lavoratori, dunque rivolgendola anche all’interno e non solo al di fuori di sé”.</p>
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<p>Il punto di vista sociologico è chiaro: “<strong>Per rendere efficace il piano di welfare non basta pensarlo a tavolino</strong>. Potrà essere, sulla carta, il migliore possibile, il più ricco, potrà mettere in gioco grandi risorse ma, se non è preceduto da un’analisi dei bisogni della popolazione aziendale e del contesto territoriale di riferimento, sarà del tutto inefficace”.</p>
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<p>La soluzione di Macchioni, dunque, è la <strong>personalizzazione, unita alla flessibilità</strong>: “Basarsi solo sui numeri non dà risposte sufficienti”, osserva. “Se l’analisi, per esempio, di quanti hanno figli in età 0-3 anni si ferma al dato numerico, la misura di welfare più adatta potrebbe apparire il nido aziendale. Eppure – prosegue – potrei citare un noto esempio di una grossa impresa emiliana, il cui nido aziendale, bellissimo, moderno, curato, in realtà è stato totalmente inutilizzato”.</p>
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<p>E comprenderne i motivi è fondamentale: “Questo perché <strong>i numeri sono importanti, ma non esaustivi</strong>. Probabilmente, le numerose mamme presenti in azienda avrebbero preferito i voucher per la baby-sitter, la garanzia di un part-time prolungato, l’orario flessibile, il telelavoro… magari avevano reti familiari radicate lontano dal luogo di lavoro, mariti con più tempo disponibile, nonni a disposizione, o non gradivano portare i propri figli nella zona industriale”.</p>
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<h4><strong>Un’analisi che parte dai bisogni del lavoratore</strong></h4>
<p><strong> </strong></p>
<p>Questi aspetti non le possono raccontare i numeri. “Ecco perché è bene che <strong>l’analisi dei bisogni preveda un mix di strumenti d’indagine, qualitativi e quantitativi</strong>. Lo si può fare proponendo, per esempio, più soluzioni fra cui scegliere, così da orientare meglio la pianificazione, coinvolgendo i diretti interessati”. Insomma, “non ci sono ricette migliori di altre: semplicemente, occorre riconoscere che al centro dei processi c’è il lavoratore, inteso proprio come persona”.</p>
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<p>Se il lavoratore sta bene, “si attiva un <strong>circolo virtuoso per cui sarà più disponibile, produttivo e svilupperà riconoscimento e attaccamento aziendale</strong>. Se, con i piani di welfare, si vuole dare una risposta solo alle esigenze di miglioramento della produttività, allora saranno meno efficaci”.</p>
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<p>Il 2009 fu l’anno in cui il tema del welfare aziendale entrò nel dibattito pubblico: le prime, grandi aziende avviarono <strong>importanti campagne di comunicazione su ciò che offrivano ai dipendenti</strong>. Con esse, nacquero le prime polemiche: se il programma di welfare si riduce a un incentivo per efficientare la produttività dei singoli lavoratori, allora siamo di fronte, al massimo, a un premio produzione, un benefit, ma non a una forma di welfare.</p>
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<p>È chiaro che “ci sono zone, contesti, in cui, magari, il tradizionale nido aziendale costituisce una reale risposta a bisogni manifesti, così come, magari, lo sono altri strumenti di welfare più tradizionali, più compensativi rispetto a quello che offre il pubblico. Tuttavia, non si può dare ciò per scontato. <strong>Non si può parlare in assoluto di una misura giusta o sbagliata</strong>”.</p>
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<p>Occorre analizzare bene le esigenze dei singoli dipendenti, “senza lasciare troppa libertà di spaziare nella proposta di soluzioni, perché ciò sarebbe ingestibile, ma <strong>suggerendo già a monte due, tre idee di possibile realizzazione</strong> e valutando quale di esse ha ottenuto maggiori consensi”.</p>
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<p>Si pensi a <strong>soluzioni un po’ da prima rivoluzione industriale</strong> come la possibilità di fornire ai dipendenti alloggi gratuiti, o a canone calmierato, vicino all’azienda: “Se questa possibilità viene data per tenere questi il più possibile al lavoro e nel perimetro di controllo aziendale, sono una pessima idea. Se, invece, rispondono a una reale esigenza dovuta, per esempio, alle necessità dei pendolari, a quella di frequenti trasferte del personale, o per avvicinare le famiglie dei dipendenti, o, ancora, se la produzione è appena stata trasferita in un nuovo luogo, magari periferico, ecco che diventano un <strong>vantaggio concreto per il lavoratore</strong>”.</p>
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<h4><strong>Comunicazione e accessibilità: chiavi del rapporto impresa-dipendente</strong></h4>
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<p>Dunque, il giudizio ricade sul ‘perché’ e sul ‘come’, prima che sul ‘cosa’. L’analisi dei bisogni reali dei dipendenti non può essere totalmente avulsa da quella del contesto familiare e del territorio di riferimento. “<strong>Una volta individuato lo strumento migliore, questo va anche reso accessibile”</strong>.</p>
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<p>“Per esempio, se una lavoratrice chiede e ottiene il part time, perché lo considera la soluzione migliore alle proprie esigenze di conciliazione, ma questo va rinegoziato con l’azienda ogni sei mesi, essa <strong>vivrà il beneficio non con sollievo, ma con preoccupazione</strong>, pensando che potrebbe trovarsi, a metà dell’anno scolastico dei figli, a perdere questo status, finendo a dover gestire una situazione nuova, imprevista, che implica una riorganizzazione pressoché impossibile da attuarsi”.</p>
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<p>La fruibilità, dunque, deve avere anche uno <strong>sguardo rivolto al futuro</strong>: “Le misure, anche le più nuove, le più efficaci, vanno rese più accessibili e più flessibili”. L’altro aspetto determinante è quello della comunicazione: “Si tratta di un passaggio fondamentale, ma, spesso, trascurato. È chiaro che, se i dipendenti non sono a conoscenza delle opportunità che hanno, non potranno usarle”.</p>
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<p>Questo aspetto, che potrebbe apparire banale, è invece particolarmente importante quando l’azienda sceglie di <strong>rivolgersi a uno dei provider presenti sul mercato</strong>, per erogare i servizi da essi previsti: “Anche questa soluzione non è un bene o un male di per sé. In questo caso, ancor più che negli altri, è fondamentale che il Provider offra la possibilità di spendere il portafoglio welfare con facilità, ma, allo stesso tempo, che il dipendente sappia utilizzare bene la piattaforma, comprenda bene il meccanismo”.</p>
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<p>“In caso contrario, si rischia che il plafond a disposizione venga percepito dal lavoratore come un ‘di più’, da spendere a ogni costo tanto per finirlo. Ecco che queste soluzioni <strong>vanno necessariamente accompagnate da un investimento in termini di formazione</strong>, una sorta di ‘educazione’ delle piattaforme digitali”. Perché, conclude Macchioni, “senza consapevolezza e comunicazione interna si rischia di sprecare risorse, perdendo occasioni preziose per tutti”.</p>
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