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	<title>anna benini Archivi - Tuttowelfare</title>
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		<title>Il fenomeno sommerso dei dipendenti caregiver</title>
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		<pubDate>Tue, 09 May 2023 07:17:18 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[welfare aziendale]]></category>
		<category><![CDATA[Caregiver]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura:</span> <span class="rt-time"> 4</span> <span class="rt-label rt-postfix">min</span></span><p>Conciliare vita privata e professionale può non essere semplice già di per sé, ma quando a questi due ambiti si aggiunge la responsabilità di <strong>prendersi cura di un’altra persona</strong> (che sia un familiare anziano o malato, i figli o amici in difficoltà) la gestione dell’intero quadro è ancora più complicato. Negli ultimi anni il tema del benessere psico-fisico dei lavoratori è sempre più al centro dei piani di welfare aziendale, con imprese che mettono a disposizione dei loro dipendenti programmi pensati ad hoc per i <strong>“caregiver informali”</strong>. Il problema è che <strong>molto spesso i lavoratori che si prendono cura dei familiari provano vergogna e timore nel chiedere aiuto,</strong> e si innesca così un circolo negativo all’interno dell’azienda, tra mancanza di supporto e riduzione della produttività. Di questi temi e delle possibili soluzioni ha parlato <strong>Anna Benini, Ceo di LianeCare durante il <a href="http://tuttowelfare.info/attualita-welfare/convegno-tuttowelfare-il-welfare-aziendale-come-leva-strategica-per-le-pmi">primo consegno di Tuttowelfare dal titolo “Strategie di benessere aziendale per la crescita delle PMI”.</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si parte dai dati, che evidenziano come sempre più persone, in Italia e Europa, sono allo stesso tempo lavoratori e caregiver. Secondo i dati dell’indagine Istat “Conciliazione tra lavoro e famiglia” (l’ultima sul tema pubblicata nel 2019), <strong>in Italia sono oltre 12 milioni le persone, tra i 18 e i 64 anni, impegnate in attività di cura verso figli, fratelli, genitori o altri parenti.</strong> <strong>A livello europeo (rileva Eurofound), più del 50% dei caregiver concilia il lavoro a tempo pieno o parziale con attività di assistenza ai familiari.</strong> Sono soprattutto le donne tra i 45 e i 64 anni che si devono assumere le principali attività di cura e nel 60% dei casi queste hanno dovuto abbandonare la propria attività per dedicarsi a tempo pieno (in media 7 ore al giorno di assistenza diretta e 11 ore di sorveglianza) alla cura nel contesto familiare di chi non è più autonomo. Ma l’attività di assistenza sta sempre più coinvolgendo anche gli uomini (sebbene rimanga un netto squilibrio tra uomini e donne in ruoli di leadership) e i giovani tra i 15 e i 24 anni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Chi sceglie di portare avanti contemporaneamente il proprio lavoro e l’attività di assistenza è <strong>esposto a grandi fonti di stress</strong> che spesso sfociano in forme di depressione. <strong>A risentire di tutto questo è anche l’attività lavorativa, con gravi conseguenze per le aziende in cui i caregiver lavorano</strong>: il malessere del lavoratore porta all’aumento di assenteismo, ritardi in entrata e anticipi di uscita. Questo, a cascata, si riflette sui costi diretti delle aziende che si trovano a gestire un’alta rotazione del personale, con conseguente perdita di competenze o ricerca di soluzioni temporanee, una riduzione delle presenze dei lavoratori e quindi, infine, un calo della produttività. Per questo motivo è interesse delle stesse aziende prevenire l’insorgere di queste criticità proponendo misure che favoriscano l’equilibrio dei caregiver familiari, per esempio offrendo permessi, congedi, flessibilità lavorativa o un vero e proprio piano di welfare con servizi dedicati al caregiving.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Molte aziende si sono già attivate per offrire servizi dedicati. Il problema però, rileva Anna Benini, è che <strong>gli stessi dipendenti caregiver sono restii a utilizzare questi benefit perché non vogliono condividere con l’azienda informazioni personali sulla loro situazione.</strong> È infatti diffuso il timore di apparire poco coinvolti sul lavoro, troppo assorbiti da “preoccupazioni esterne” e quindi di essere percepiti come poco focalizzati e produttivi. Così, quando i responsabili HR indagano tra i dipendenti le aree di interesse in termini di welfare aziendale, la mancanza di richieste di bisogno sul piano del caregiving e uno scarso utilizzo dei benefit porta a credere che i dipendenti non siano interessati a questa sfera del welfare. Di conseguenza le aziende non sono incentivate a investire in piani di welfare dedicati e questo porta i caregiver a sentirsi ancora più isolati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per questo è importante, sottolinea Anna Benini, che <strong>le aziende promuovano al loro interno campagne formative e di sensibilizzazione al fine di cancellare i pregiudizi verso i caregiver informali.</strong> Creare un terreno di maggior comprensione e generare attenzione sul tema da parte dei leader che devono approvare gli investimenti nel welfare aziendale può contribuire significativamente alla prevenzione del problema. Tra i tanti strumenti che si possono attivare ci sono: l’offerta di personale di caring (come baby sitter, badanti e pet sitter) in grado di aiutare i dipendenti nelle loro attività di cura, supporto psicologico e di counselling per affrontare le fragilità, e formazione psicoeducativa per accompagnare i dipendenti ad affrontare ogni fase della vita.</p>
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